Verbale Assemblea del 27 Settembre 2012

VERBALE RIUNIONE ASSEMBLEA Giovedì 27-09-2012

Responsabile del Verbale: Dionisi Stefano.

INTRODUZIONE

La riunione inizia alle ore 18.00 con l’intervento del segretario De Battisti che introduce tre tematiche:

  • Sede: aggiorna l’assemblea sugli sviluppi circa il luogo, gli accordi presi e il contributo che il circolo dovrà dare per le spese di gestione.
  • Regolamento circolo: comunica la proposta di Ghezzo di introdurre nel regolamento stesso il concetto che se per due riunioni di assemblea non si raggiunge la maggioranza di tutti gli iscritti alla terza riunione si riesca a votare con l’1/3 degli iscritti. Soluzione approvata.
  • Documento per rilancio attività circolo, sottoscritto da Michieli, Dionisi, Reither: documento presentato e votato il 20-09-’12 e ora presentato al vaglio dell’assemblea.

Ore 18.30 lettura del documento da parte di Michieli.

DIBATTITO ore 18.40

Pinarello apre il dibattito dicendo che si parla nel documento di temi – Palazzo del Cinema e Distretto sanitario – che dovranno essere decise in futuro, il circolo deve farsi sentire, chiedere quali saranno le conseguenze delle decisioni che si prenderanno. Conclude con il dire che il circolo deve essere presente in tutte le tematiche del territorio che sono molteplici e bisogna elaborare una strategia per ogni singola tematica.

Povolato sostiene che l’aggiornamento è dovuto e legittimo e lo vede come una “ritirata strategica”, comunque ribadisce che il progetto Palazzo del Cinema era un progetto vincente e necessario per il rilancio del Lido: “è stata un’occasione mancata!” Aggiunge che non si può difendere un progetto che ora sembra non interessare più a nessuno, l’unica cosa sensata è far sì che le risorse destinate per la costruzione del Palazzo rimangano sul territorio andando a finanziare progetti per il rilancio socio-economico del Lido-Pellestrina; per esempio, oltre alle tre tematiche prese in considerazione dal documento, bisogna ragionare anche sulla questione “lavoro giovanile”. Conclude dicendo che il documento l’ha votato con sentimento di malessere perché credeva in quel progetto ma prende atto che non è più attuabile e in questo il cambio di giunta non ha favorito le cose: Orsoni non voleva il Palazzo del Cinema e dei Congressi.

Omacini pone 3 questioni:

  1. Nel documento i soggetti sono vari e si dovrà arrivare a dire che il documento è del Circolo del Lido-Pellestrina.
  2. I rapporti tra Circolo e Municipalità non sono ben calibrati, definiti.
  3. Oltre alla questione lavoro giovanile sarà da occuparsi di decentramento, partecipazione e rapporti tra circolo e associazioni.

Pozzobon ribadisce che deve essere chiarita la posizione del Circolo sui fatti avvenuti nel territorio. Come Povolato anche lui credeva nel progetto-programma votato dalla maggioranza del circolo. All’affermazione di Orsoni che vorrebbe una struttura ricettiva -albergo – al posto del Palabuco afferma il suo convinto disappunto e aggiunge che come Circolo bisognerà raggiungere una linea condivisa per poi valutare l’azione adeguata da rivolgere, con fermezza e unitariamente, nei confronti del Comune.

Vaccari introduce dicendo che il documento portato dai giovani è un’occasione per il rilancio del territorio ma continua dicendo che ci sono, nel testo, delle affermazioni che devono essere approfondite:

  • Perché parte del direttivo nel tempo è venuto meno? E’ un bilancio negativo e afferma che secondo lui bisognerebbe allargare gli elementi del direttivo-esecutivo.
  • Incontri pubblici tematici: utili affinché l’identità di partito sia chiara sul territorio. Il tema va scelto insieme. Es di tema: evasione fiscale da parte degli esercizi commerciali a Venezia, magari con il rischio di sembrare impopolari nei confronti di certe classi sociali

Conclude dicendo che condivide le osservazioni di Povolato circa il fatto che i congressi sarebbero stati un occasione per il rilancio economico-occupazionale del territorio.

Milani dichiara che non trova corretto prendere le distanze dall’amministrazione e dal suo operato proprio ora che le cose vanno smaccatamente male dato che, al di là delle enfasi, la municipalità di ora e di un tempo non aveva grosso potere decisionale incisivo; aggiunge che ciò che conta è la percezione che la cittadinanza del Lido ha avuto su una totale adesione alle “straordinarie” scelte di allora. Conclude affermando che è comodo scaricate tutte le responsabilità e le colpe su chi sta cercando di uscire da questa aggrovigliata matassa anche perché i soggetti non sono più gli stessi e hanno, dunque, minor responsabilità.

Ghezzo dichiara che rimane convinto della bontà del progetto originale ma che ora bisogna cambiare visione strategica dato che il Palazzo, a prescindere dalle decisioni del tribunale, non si farà più: “ciò non deve essere interpretato come cambio di opinione ma come una presa d’atto!” Continua spiegando che se il Presidente della Biennale dichiara che non è più strategica la costruzione del Palazzo del Cinema e dei Congressi la struttura che eventualmente si andrebbe a progettare-costruire non sarà più “palazzetto” ma qualcosa di diverso e afferma che tutto ciò lo lascia alquanto perplesso. In risposta a Povolato dice che l’occupazione si crea con gli investimenti. Ma quali, dei privati visto che il pubblico non investe? Si dichiara d’accordo con Vaccari riguardo il discorso delle assemblee pubbliche.

Zanetti spiega quale sia la ratio del documento presentato dai tre giovani: afferma che nel medesimo non deve essere inserita ogni questione, il fatto buono di tale scritto è che ha un po’ la funzione di “sveglia”.Poiché propone una questione di metodo per il futuro, a suo avviso è un passo avanti, è una nuova rotta mentre per altri può indicare una opportuna “ritirata strategica”, ma, conclude, sono entrambi legittimi punti di vista personali, l’importante è che quel documento costituisca ora una base comune per andare, insieme, avanti.

Gusso dichiara che trovare una soluzione come circolo, come Municipalità e al livello comunale sia velleitario perché il progetto nasce da una richiesta nazionale non dal territorio Lido. Continua dicendo che prima che sia una soluzione nostra auspica la necessità di tenere la tematica ancora a “livelli propositivi alti” dato che si tratta di un argomento di “rilevanza nazionale e risonanza internazionale”. Propone di pensare a un’iniziativa pubblica in cui anche i parlamentari possano venire a discutere del progetto, a dare delle spiegazioni e poi si potranno fare incontri pubblici a livello di circolo. Conclude con la proposta di inserire nel documento anche un’idea di rilancio compatibile con il territorio di Pellestrina data la sua difficile accessibilità.

Chiozzotto si sofferma sul concetto di “aggiornamento” presente nel documento:

  • Aggiornare vuol dire “azzerare” il programma maggioritario per darne uno di completamente nuovo individuando una nuova posizione del circolo; in altre parole andando a rivedere il documento congressuale non quello delle elezioni 2010?
  • Afferma che bisogna “aggiornare” il concetto di “rinascimento” del territorio (economico, sociale e occupazionale).

Prosegue affermando che bisogna affrontare il progetto di S.M.E. e metterlo all’ordine del giorno. Conclude con il chiedere cosa voglia dire che il sito-web debba essere aperto a tutti, De Battisti risponde che vuol dire che tutti possono consultarlo, vederne le attività di circolo e i documenti, inserire commenti e conclude dicendo che manca la diffusione, pubblicità di tale mezzo. Michieli specifica che non si tratta di un sito ma di un blog e afferma che la differenza è marcata.

Stipitivich abbozza tre tematiche di interesse territoriale:

  • si riallaccia al discorso di Pellestrina affermando che il territorio vive un momento drammatico dato che è difficile intravedere le future prospettive per il rilancio dell’isola;
  • Bisognerà ragionare sulle opere di compensazione del Mose;
  • Storia del Cinema: la mostra del cinema è nata al Lido, nei magazzini del Vega sono conservati, inutilizzati, materiali che testimoniano tutta la storia del cinema al Lido perché non trovare il modo di riutilizzarli creando ad hoc mostre, eventi, musei. Vaccari specifica aggiungendo che si potrebbe organizzare delle iniziative fieristiche come nelle altre città (ad esempio, Padova).

Pinarello, stimolato dall’intervento di Pozzobon sul ruolo del Sindaco, afferma che Orsoni non può decidere arbitrariamente. Sulla questione Palazzo chiede perché la necessità di vendere l’intera area ex-OAM se alla fine non verrà più fatto il progetto Palazzo. Risponde Frasson dicendo che tutta quella zona è in totale degrado e va riqualificata. Conclude con l’affermare che si dovrà individuare le responsabilità di ciò che è avvenuto sia a livello regionale che provinciale e comunale.

VOTAZIONE ore 19.50

Considerazioni:

  1. De Battisti sostiene che queste votazioni costituiscono un primo passaggio, dato che, prosegue Chiozzotto, devono essere trattate molte altre cose.
  2. Vaccari afferma che da tutti gli interventi non sono emerse contrarietà al documento quindi presume che la logica conseguenza sia l’approvazione dello stesso anche se conviene con il fatto che ci sia la necessità di integrarlo con degli aggiornamenti.
  3. Zanetti afferma che una votazione a favore servirebbe anche per sostenere il segretario che con questo documento si è esposto.

Considerazioni conclusive:

  • Il soggetto del documento diventa il Circolo del Lido e Pellestrina;
  • per Pellestrina si redigerà un documento specifico.

Esito della votazione:

FAVOREVOLI: 16

CONTRARI: 0

ASTENUTI: 6

Il documento è APPROVATO.

Conclusione:

L’assemblea si scioglie alle ore 20:00.

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Il Pd comunale sulle primarie di coalizione

Documento della Direzione comunale del PD di Venezia discusso e votato il 27 settembre 2012 sulle primarie di coalizione:

La Direzione comunale del PD di Venezia chiede che l’Assemblea nazionale del 6 ottobre, nell’affrontare la costruzione delle regole per le primarie aperte per la scelta del candidato dei progressisti e democratici italiani alla guida del Paese:

  1. espliciti la deroga all’art. 3 dello Statuto chiesta dal Segretario nazionale nel senso che il PD può avere altri iscritti che si presentano alle primarie di coalizione e quali requisiti di rappresentatività questi devono rispettare;

  2. dia indicazione affinché, in caso di più candidature derivanti dalla deroga all’art. 3 dello Statuto, tutti i candidati iscritti al PD inseriscano nel loro materiale di promozione elettorale il simbolo del partito;

  3. ponga la Carta d’Intenti proposta dal Segretario nazionale quale documento al quale i candidati devono aderire e del quale devono promuoverne i contenuti;

  4. istituisca l’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori al quale potervi aderire anche on line ma precedentemente alla consultazione elettorale (primarie);

  5. ponga un tetto di spesa per la campagna elettorale dei candidati alle primarie.

Alle primarie democratiche è in gioco (per l’ennesima volta) la storia di un pezzo d’Italia?

L’improvvisa proliferazione di possibili e presunti candidati per la leadership del centrosinistra alla prossima tornata elettorale sembra quasi trasformare la definizione delle scelte politiche per il prossimo futuro per l’unica formazione sufficientemente responsabile e territorialmente presente da proporsi come fulcro per un presentabile governo politico nel 2013 in una specie di mercato delle vacche. La pletora di candidati più o meno credibili, e di voci su ulteriori concorrenti, renderanno assai difficile un confronto chiaro ed equilibrato.

Qualcuno ritiene che questo effetto, nonostante la buona fede di molti dei partecipanti intimamente convinti di dire la loro per il bene del partito e del paese, giochi chiaramente a favore dello status quo e dei suoi rappresentanti, meglio attrezzati a gestire l’inerzia del consenso degli elettori. Io non ho elementi per esprimermi in merito, ma pur ponendo la questione in termini più ampi penso comunque che i termini del confronto che si gioca nel centro-sinistra, e soprattutto nel suo partito di riferimento, il PD, debbano essere definiti con chiarezza. Il punto di partenza è l’ottimo commento con cui Luca Ricolfi ha giudicato la candidatura di Matteo Renzi di alcuni giorni fa:

Renzi sta occupando, con un coraggio e un’energia incommensurabilmente superiore ai suoi predecessori, lo slot che – a suo tempo – hanno provato ad occupare i rappresentanti delle correnti liberali e riformiste del Pd, i vari Veltroni, Morando, Ichino, Letta, Chiamparino, Rossi, lo stesso Bersani quando non giocava da segretario del Pd ma da ministro delle Liberalizzazioni, le famose «lenzuolate». Con la fondamentale differenza che Renzi ci prova, a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora (Veltroni perché la segreteria del Pd gli è stata gentilmente offerta, gli altri per motivi che ignoro). La differenza di metodo è fondamentale, perché con Renzi la posta in gioco non è di conquistare o mantenere una piccola voce in capitolo nelle scelte del partito, ma di spostare il Pd su posizioni di sinistra liberale. Un’impresa meritoria, ma che a mio parere si scontra con un dato di fatto: finora la base del Pd è sempre stata più vicina a Vendola che ad Ichino, e lo stesso Bersani è decisamente meno radicale dei militanti che lo appoggiano.

Trovo queste parole condivisibili, ma forse è ancora meglio allargare il quadro per rendere lo scenario più complesso e aderente alla realtà delle cose. Naturalmente, per esigenze di sintesi, cercherò di esprimere il mio pensiero in termini diretti, e di tralasciare alcuni elementi di ulteriore complicazione su cui per un addetto ai lavori come me sarebbe interessante disquisire, ma che rischierebbero di rendere difficile seguire il ragionamento in questa sede.

Gli osservatori della politica sanno bene che il Partito democratico, fin dall’inizio del suo lungo e complesso processo di fondazione, ha visto la partecipazione e il confronto di due attori principali, che si sono fusi solo in parte nelle sue strutture e che per lo più continuano a utilizzarle come sede di contrattazione permanente. Molto spesso però si fatica a definire questi attori: c’è chi parla delle due formazioni numericamente più rilevanti che hanno presieduto alla nascita del PD, ovvero DS e Margherita, e c’è chi invece sposta la questione sul piano delle individualità, individuando in D’Alema e Veltroni i rappresentanti di queste diverse “anime”. È peraltro evidente che le due identificazioni non coincidono, visto che i due rappresentanti individuali provenivano da uno solo dei partiti chiamati in causa.

Probabilmente è più esatto dire che le realtà che si confrontano nel PD sono culture e “famiglie” politiche longeve e resistenti perché assai precedenti, e più radicate nel corpo sociale ed elettorale, alle distinzioni elencate sopra, che in modi diversi della suddivisione principale rappresentano le espressioni transeunti. Nel PD si sono congiunti i due orientamenti culturali che meglio hanno saputo rappresentare i convincimenti diffusi dei settori maggioritari della società italiana, per decenni esclusi dai processi istituzionalizzati di costruzione dello stato unitario, strutturatisi nel tempo in forme di aggregazione e rappresentanza locale e nazionale fiorenti, attive e sempre più rigide, e capaci con l’approdo dell’Italia alla democrazia di mettere a frutto la loro presenza sociale con l’acquisizione di un consenso maggioritario e la partecipazione ai massimi livelli della vita dello stato. Si tratta, da un lato, dei gruppi sociali, ideali e culturali che si son agglutinati attorno alle strutture organizzative e di rappresentanza del movimento operaio e contadino, che per decenni hanno trovato nei partiti della sinistra marxista il referente principale, e che alla chiusura della stagione politica dei partiti ideologici hanno mantenuto un riferimento importante nelle organizzazioni sindacali e nei gruppi di pressione che in esse hanno trovato lo strumento per la difesa dei loro interessi; dall’altro, delle ali più progressiste delle organizzazioni cattoliche di stampo confessionale, tradizionalmente aperte all’ascolto del mondo del lavoro sulle basi culturali flessibili della dottrina sociale della Chiesa, e attenti alla promozione in sede politica degli elementi caratterizzanti del magistero ecclesiastico, per missione e per convinzione che essi rappresentino un elemento di identificazione culturale ineliminabile per la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana.

Il confronto tra DS e Margherita, per certi versi, si può riassumere in questi termini, tenendo conto del fatto che quest’ultima, in origine una federazione composita di laici liberal-democratici, figure amministrative di varia estrazione ed esponenti del cattolicesimo organizzato raccolti nel Partito popolare, ha finito per essere fagocitata da quest’ultimo settore, l’unico dotato di una capacità di organizzazione e di mobilitazione territorialmente strutturata: l’evoluzione di Francesco Rutelli, radical-ambientalista diventato in pochi mesi di leadership della Margherita qualcosa di poco diverso da un portavoce delle tradizionali istanze confessionali per mantenere la preminenza in un partito che ormai aveva completato la sua mutazione in questo senso, è significativa. Così come è significativo il fato che D’Alema e Veltroni, per acquisire una posizione di preminenza come “duellanti principi” nel PD, abbiano dovuto fare propri gli orientamenti di queste due strutture d’impostazione politico-culturale, in parte rinnegando le loro posizioni passate che vedevano negli anni Novanta un D’Alema assai più riformatore e liberal di quello che ora alleva speaker pronti a sostenere pubblicamente il conservatorismo pseudo-keynesiano portato avanti da Fassina & co.

Per un addetto ai lavori, sarebbe interessante ragionare sul complesso insieme di fattori che nel Novecento hanno condotto la sinistra italiana classica a uno sviluppo “eccentrico”, tale da sviluppare un partito comunista egemoner erede di una tradizione massimalista mai scalzata dal successo di massa prospettive riformatrici alternative, e destinata a vivere i fatti del 1989 come una dissoluzione dei propri paradigmi di identificazione assai più dirompente che negli altri paesi europei a tradizione democratica. Per questo genere di riflessioni, rinvio alla proposta interpretativa, ancora assai attuale, di Massimo L. Salvadori. E sarebbe anche interessante valutare le vie tortuose attraverso cui si è arrivati, nel corso di diversi decenni, a completare questo incontro, dall’attenzione riservata dal Fronte popolare togliattiano ai settori sindacali e “popolari” della DC, considerati rappresentanti di una base di lavoratori naturaliterprogressista perché dotata dei germi di una coscienza di classe soffocata dalle agenzie reazionarie della Chiesa e degli USA che gestivano indirettamente il potere nel partito di governo, fino al “compromesso storico” berlingueriano portato avanti su presupposti culturali in fondo piuttosto simili, destinati a risultare frustrati dalla scoperta, nei primi anni Novanta, di una base democristiana decisamente più conservatrice di vertici in cui le varie anime della sinistra interna di Moro, Fanfani e Donat Cattin avevano mantenuto per lungo tempo una posizione contrattuale di preminenza.

Per brevità, però, è bene soffermarsi sugli esiti di medio periodo della nascita di un PD fondato sulla partecipazione di questi due potenti blocchi ideali e organizzativi. In breve, il punto di accordo minimo tra i due settori che finora ha tenuto in piedi l’esperimento PD è stato il sostegno ai settori sociali tutelati dalle istituzioni sindacali attraverso la difesa delle loro posizioni nelle contrattazioni sociali e dei dispositivi normativi che favoriscono il mantenimento degli attuali equilibri, accompagnatoo dalla messa tra parentesi di qualunque istanza di promozione dei diritti civili attraverso l’escamotage di una libertà di coscienza accordata esclusivamente ai parlamentari e agli esponenti delle assemblee legislative, mai ai cittadini.

Come in genere avviene per equilibri fragili tra strutture che non riescono a fondersi definitivamente come previsto, il “patto di segreteria” fondamentale del PD si fonda sul mantenimento di una linea essenzialmente conservatrice su tutti i piani fondamentali della proposta politica democratica, con la marginalizzazione dei settori dell’opinione pubblica italiana orientati verso la modernizzazione dei rapporti economici e/o della legislazione sui diritti civili e sui temi etici, settori che originariamente il PD avrebbe dovuto coinvolgere ma che hanno il difetto di non essere rappresentati da strutture di mobilitazione e di presenza sociale sufficientemente efficienti e rumorose.

Gli esponenti supportati dalle due “anime” maggiori del PD, pur competendo spesso tra loro a tutti i livelli, hanno in comune la consapevolezza della necessità di garantire l’equilibrio programmatico fondamentale per garantire la propria posizione. Il caso più evidente di queste dinamiche si è avuto sotto gli occhi nel 2009. In quel caso, era abbastanza chiaro che le candidature di Bersani e Franceschini fossero espressione di “sinistra filo-sindacale” e “cattolicesimo democratico organizzato”. Ancora più chiara era l’ostilità di entrambi alla terza candidatura, quella di Ignazio Marino, che cercava di inserirsi al di fuori dei due blocchi costituiti con un piano di riferimento alternativo: la decisione dei due competitori maggiori di marginalizzare il terzo in caso di consultazione non decisiva faceva il paio con gli ostacoli all’organizzazione della campagna che i sostenitori di Marino hanno spesso denunciato a causa dell’operato delle dirigenze locali in diverso modo afferenti ai gruppi raccolti intorno agli altri due candidati.

In quest’ottica, assai più di quanto le distanze sul piano programmatico immediato lascino intuire, e in modo ancora più chiaro di quanto Ricolfi sia riuscito a mettere in evidenza nell’intervento da cui sono partito, Renzi occupa una posizione assai simile a quella di Marino: quella di chi propone per il PD un equilibrio programmatico e politico radicalmente alternativo a quello, sostanzialmente conservatore sia sul piano sociale che su quello etico, in cui si il partito si è arenato con una giustapposizione di gruppi di aggregazione e di gestione del potere che non è mai diventata davvero fusione se non quando si è trattato di difendere le posizioni acquisite. Un esito a lui favorevole, e la riuscita del suo progetto di acquisizione della maggioranza parlamentare senza ripercussioni negative sull’unità del PD, riscriverebbe nei fatti il “patto fondativo” del partito, perché metterebbe in minoranza i gruppi che finora ne hanno mantenuto in mano le fila in forza della loro capacità di organizzare il consenso secondo canali tradizionali ormai rodati, facendo emergere una maggioranza di potenziali elettori orientata in termini profondamente diversi. Il successo di questo processo potrebbe insomma essere il punto di partenza (necessario di ulteriore alimentazione e di sforzi successivi per evitare ondate di ritorno) per quel rinnovamento delle procedure di confronto e per i riferimenti programmatici dell’opinione pubblica progressista italiana a cui il Partito democratico avrebbe potuto portare, ma che dopo il tentativo di emergenza di Veltroni nella campagna elettorale ai primi del 2008 è stato bloccato per la rivitalizzazione proprio di quelle modalità di selezione di uomini e policies che si volevano riformare ampiamente. Questo rischio spiega, almeno in parte, l’agitazione che si sta diffondendo nel partito a vari livelli, specialmente tra quadri e dirigenti emersi dalle tradizionali strutture di gestione del consenso e dai tradizionali equilibri programmatici ora minacciati, e spiegherà l’enorme difficoltà di un esito favorevole a percorsi alternativi.

Andrea Mariuzzo da linkiesta.it

Romneide VI puntata: Homer Simpson vota Romney

“Dopo aver trascorso la scorsa settimana a difendersi dalle accuse sulla pigrizia che avrebbe colpito il 47 per cento degli americani, troppo assistiti dal governo, Mitt Romney ha conquistato una personalità famosa, anche se non reale, un esponente di una generazione che si descrive come un “ragazzo bianco di quarant’anni, che non è andato al college e che ottiene tutte le informazioni dai monitor, nelle stazioni di servizio”.

Homer Simpson voterà per Mitt.

Nell’ultimo episodio dei Simpson, Homer decide di esprimere il suo voto per il candidato repubblicano – ma solo dopo una lotta profonda con le posizioni dei candidati sulle varie questioni.

“Barack Obama? Non lo so,” Homer dice tra sé e sé in cabina elettorale. “Ho già avuto una moglie che mi diceva di mangiare sano. E, in più, mi aveva promesso i death panels* ma il nonno è ancora vivo”.

“Mitt Romney? Ho sentito che indossa mutande magiche (ndr, indumenti mormoni, la religione di Romney). Mi aspetto che il leader del mondo libero comandi. Inoltre, il suo cavallo è stato totalmente schiacciato alle Olimpiadi (ndr, il cavallo della moglie ha partecipato alle Olimpiadi). D’altra parte, ha inventato l’Obamacare”.

Dopo che Homer vota, la macchina elettorale gli permette di vedere la dichiarazione dei redditi di Romney – che includono una “deduzione fiscale per un impianto di personalità” e rivelano che “il governo GLI ha pagato le tasse per cinque anni” – prima di risucchiare Homer tramite tubo di aspirazione, per esternalizzarlo verso una fabbrica di bandiere americane, in Cina – dove, Homer ironizza: “Almeno ho un lavoro fisso.”

Fino a quando l’evangelico vicino di Homer, Ned Flanders, si presenta”.

Andrew Davidson

*espressione usata dalla Palin per indicare la riforma sanitaria di Obama, che avrebbe creato una “giuria della morte” – death panel – composta da burocrati per decidere della vita di vecchi e ragazzi con la sindrome di Down.

Ecco i soliti sondaggi: sempre in vantaggio Obama, nel numero dei grandi elettori.

Mentre si riducono le probabilità di vincere di Romney in North-Carolina e si consolida la probabilità di vincere di Obama negli stati chiave: Ohio, Florida e Virginia.

Il dentifricio di Tremonti

Pubblichiamo un estratto del nuovo “manifesto” dell’ex-ministro Tremonti. Molto divertente, soprattutto se si pensa a chi lo ha stilato. Cogliamo l’occasione per segnalare la nascita di Huffington Post Italia, diretto da Lucia Annunziata. Per sapere cosa sia l’Huffington Post, invece, cliccate qui.

Divertitevi nella lettura!!!

“Perché negli ultimi anni si parla solo di soldi?
Perché negli ultimi anni hanno titolo per parlare solo quelli che i soldi li creano, li moltiplicano, li inventano, li concedono o li ritirano: finanzieri, tecnici, banchieri, i maghi del denaro?
Senza essere eletti dal popolo, ma tra di loro cooptati od illuminati, benevoli o famelici, questi, dopo aver preso il controllo prima dei risparmi e poi delle tasse e della spesa pubblica, oggi dal popolo vogliono ancora di più. Vogliono che il popolo rinunci di fatto a fare sentire la sua voce. Non tanto vogliono che formalmente il popolo rinunci al voto, quanto che lo esprima nella forma muta dell’obbedienza a “diktat” che vengono da sopra e da fuori.
In questo schema, come in tutte le autocrazie moderne, il popolo non deve “pensare”: deve solo “capire”!
Forse è l’opposto. Forse è chi “pensa” che non capisce la gravità di tutto questo: come è difficile rimettere il dentifricio nel tubetto, così è sbagliato pensare che si può sospendere la democrazia…. ma solo per un po’!
Non può essere così. Perché la vita non è fatta solo dell’economia. Perché l’uomo non è né un automa economico, né una merce.
Si sbaglia, se si pensa di poter risolvere con il denaro problemi che il denaro da solo non può risolvere!
I valori che contano non sono solo quelli espressi dalle borse di Francoforte, di Londra, di New York o dell’Asia. Non tutti i valori sono indicati dallo “spread” o dal Mibtel o dal Nikkei.
Non possiamo scambiare troppo a lungo l’avere con l’essere, i valori spirituali con le cose materiali.
L’economia non può essere e non può andare troppo a lungo contro la società.
Invece, è da anni che va così. Ed è anche per questo che stiamo andando indietro, verso forme rinnovate dell’antico feudalesimo, in specie verso un tipo nuovo di latifondo: il latifondo finanziario.

Se qualcosa non va, e molto non va, in questo mondo, e non va neppure in Europa e non va in Italia, molto di questo dipende anche da noi, se restiamo schiavi, se stiamo zitti, se non reagiamo.
“La colpa non è nelle stelle, è in noi, se restiamo schiavi” (così è scritto nel Giulio Cesare di Shakespeare).
La colpa è anche della politica. L’antipolitica c’è infatti soprattutto perché non c’è la politica. Non solo in Italia.
Perché è più o meno dappertutto che la politica si presenta ai cittadini come un supermercato con gli scaffali vuoti o pieni di merci scadute, avariate o peggio ancora tossiche.
E’ anche per questo che, in giro per l’Europa, non c’è solo sottomissione ma, come in preparazione di una sommossa, c’è un ribollire sotterraneo mosso tanto dal nichilismo tipico delle forze negative, quanto da spinte nuove e positive e creative.
Spinte che emergono nella “rete” e che si sviluppano via “internet”, da qui sfidando forme di potere e di pensiero finora consolidate, per distruggerle o per concretizzare nuove diverse forme della politica.
E’ così che più o meno dappertutto sta in specie crescendo la separazione tra governanti e pubblica opinione.
Rabbia, indignazione, disillusione ci sono già e cresceranno soprattutto perché troppa politica vede e gestisce la crisi solo in termini economico-finanziari.
Termini pensati da “elite” finanziarie, a loro volta ispirate od inquinate da vari costituiti poteri.
La difficoltà che la gente incontra non sta tanto o solo nei deficit dei pubblici bilanci, e di riflesso nella più o meno feroce austerità per questi imposta, sta soprattutto nel deficit democratico, nel modo in cui l’austerità viene imposta: senza spiegazione, senza ragione, senza speranza, nell’interesse di terzi e non proprio.

La serietà nei pubblici bilanci e la verità sui pubblici bilanci sono fuori discussione. Ma è proprio per questo che serve la democrazia. Ed è proprio per questo che davvero servono le elezioni, ed è proprio per questo che per le elezioni servono tanto una visione della società, quanto un programma concreto edettagliato.
Nel palazzo c’è troppa gente secondo cui economia e democrazia possono essere variabili indipendenti, troppi e troppo convinti, tutti questi, che ci può essere l’una senza l’altra.
In specie troppo convinti dell’idea che, per salvare l’economia, si può e si deve più o meno elegantemente ridurre o addirittura sospendere la democrazia.
O non votare o votare per finta, tanto tutto è già stato deciso da fuori, da sopra e da altri.
In realtà è l’opposto: non ci può essere economia, senza democrazia, perché solo la democrazia può convincere e può legare le persone nella coesione sociale.
Senza democrazia si hanno invece non solo il disordine ed il caos sociale, ma di riflesso ed in aggiunta anche il disordine ed il caos economico.
Nei palazzi della finanza troppi vivono ancora come si viveva nella fase terminale dell’URSS: fino a che questa è crollata, nessuno si era accorto di niente!
Non si vede, non si pensa che non c’è nessuna politica se non c’è una visione della società.
Una visione che non sia solo economica o solo tecnica, ma anche generale e morale.
L’economia non può stare od andare troppo a lungo contro la società.
Non vanno bene né i programmi basati sui salassi “sanguisuga”, né i programmi di rabbia e di odio, capaci di mettere gli uni contro gli altri.
Oggi serve un programma largo, positivo e costruttivo.
Il mercato va benissimo, ma a condizione che faccia solo il mercato e non pretenda di prendere il posto dello Stato.
Devono esserci tutti e due insieme: il mercato ove possibile, lo Stato se necessario!
E lo Stato è ancora necessario, ed a fianco dello Stato è necessario tutto ciò che nella società è comunitario, a partire dal volontariato. Tutti e due, Stato e ciò che è comunitario e volontario sono ancora necessari per i troppi che ormai nella vecchiaia non vedono più pace e sicurezza, come una volta, ma angoscia, ansia, disperazione per sé e per il futuro dei loro figli. Un futuro che per la prima volta rischia di essere peggiore e non migliore.
Lo Stato e tutto ciò che è comunitario e volontario sono ancora necessari per non dimenticare i giovani in cerca di lavoro, i cassintegrati, gli esodati, i coniugi abbandonati, le madri sole.
E’ questa la visione del mondo che dobbiamo inquadrare, prima di formulare un “MANIFESTO”, idealmente scandito su due coppie di parole: lavoro e libertà, e poi avanti ma insieme”.

“Cosa resta dell’Occidente”

“Occidente è per Rusconi ricerca di razionalità. La ragione può deformarsi in mostruosità, imperialismo e genocidio nazista, che l’autore ci invita a non candeggiare con l’ipocrisia del «non sono la nostra identità», ma a studiare come cellule tumorali del nostro genoma. Ma infine, scrive Rusconi, «non possiamo… congedarci dall’Occidente perché siamo noi l’Occidente, ce lo portiamo dentro, anche nelle narrazioni del suo tramonto o declino che alimentano, da oltre cent’anni, una redditizia letteratura». Capire «l’essenza dell’Occidente» significa – e qui Rusconi è consapevole del post moderno pur non facendosi catturare dalle sue Sirene – narrarla. Citando il sociologo americano Bellah, Rusconi conclude: «Narrare è più che fare letteratura: è il modo in cui capiamo le nostre vite; la narrativa non è irrazionale… ma non può essere derivata dalla sola ragione. La cultura mitica (la narrativa) non è una sottospecie della cultura teoretica, né lo sarà mai. È più antica della cultura teoretica e rimane sino ad oggi una via indispensabile per relazionarsi al mondo».

In un saggio dove gli «indignados» e la difficoltà della loro protesta convivono con Zarathustra e Confucio, Rusconi invita il lettore a non cadere nelle trappole degli schemi, Pro/Anti, Pre/Post, Noi/Loro, che pure tentano teorici formidabili da Lewis a Fukuyama e Huntington. La caduta nel nichilismo, che scienza, tecnica, politica e società occidentale rischiano se scambiano la laicità per riduzione del mondo a materialismo e consumismo, è contrastata da Rusconi con una ponderata e non pessimista rivendicazione dei limiti e della potenza della ragione umana, chiave d’Occidente.

Portandovi a ragionare di Islam e modernità, scienza e anima, libertà e determinismo biologico, guerra umanitaria e neocolonialismo globalizzante, Rusconi dialoga con Ratzinger e Berlin, il Papa e un filosofo, con fiducia che ragione, fede e storia non siano perdute nel terzo millennio. Senza volere imporre l’Occidente a «valore universale», Rusconi non è però timido nel suggerire che ragione, verità, fede, democrazia, ricerca libera, spiritualità, parte della migliore «essenza occidentale», restino imprescindibili componenti per le civiltà a venire (Gianni Riotta, su La Stampa)”.

Gian Enrico Rusconi, Cosa resta dell’Occidente, Laterza, €19, pag. 296