Alle primarie democratiche è in gioco (per l’ennesima volta) la storia di un pezzo d’Italia?

L’improvvisa proliferazione di possibili e presunti candidati per la leadership del centrosinistra alla prossima tornata elettorale sembra quasi trasformare la definizione delle scelte politiche per il prossimo futuro per l’unica formazione sufficientemente responsabile e territorialmente presente da proporsi come fulcro per un presentabile governo politico nel 2013 in una specie di mercato delle vacche. La pletora di candidati più o meno credibili, e di voci su ulteriori concorrenti, renderanno assai difficile un confronto chiaro ed equilibrato.

Qualcuno ritiene che questo effetto, nonostante la buona fede di molti dei partecipanti intimamente convinti di dire la loro per il bene del partito e del paese, giochi chiaramente a favore dello status quo e dei suoi rappresentanti, meglio attrezzati a gestire l’inerzia del consenso degli elettori. Io non ho elementi per esprimermi in merito, ma pur ponendo la questione in termini più ampi penso comunque che i termini del confronto che si gioca nel centro-sinistra, e soprattutto nel suo partito di riferimento, il PD, debbano essere definiti con chiarezza. Il punto di partenza è l’ottimo commento con cui Luca Ricolfi ha giudicato la candidatura di Matteo Renzi di alcuni giorni fa:

Renzi sta occupando, con un coraggio e un’energia incommensurabilmente superiore ai suoi predecessori, lo slot che – a suo tempo – hanno provato ad occupare i rappresentanti delle correnti liberali e riformiste del Pd, i vari Veltroni, Morando, Ichino, Letta, Chiamparino, Rossi, lo stesso Bersani quando non giocava da segretario del Pd ma da ministro delle Liberalizzazioni, le famose «lenzuolate». Con la fondamentale differenza che Renzi ci prova, a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora (Veltroni perché la segreteria del Pd gli è stata gentilmente offerta, gli altri per motivi che ignoro). La differenza di metodo è fondamentale, perché con Renzi la posta in gioco non è di conquistare o mantenere una piccola voce in capitolo nelle scelte del partito, ma di spostare il Pd su posizioni di sinistra liberale. Un’impresa meritoria, ma che a mio parere si scontra con un dato di fatto: finora la base del Pd è sempre stata più vicina a Vendola che ad Ichino, e lo stesso Bersani è decisamente meno radicale dei militanti che lo appoggiano.

Trovo queste parole condivisibili, ma forse è ancora meglio allargare il quadro per rendere lo scenario più complesso e aderente alla realtà delle cose. Naturalmente, per esigenze di sintesi, cercherò di esprimere il mio pensiero in termini diretti, e di tralasciare alcuni elementi di ulteriore complicazione su cui per un addetto ai lavori come me sarebbe interessante disquisire, ma che rischierebbero di rendere difficile seguire il ragionamento in questa sede.

Gli osservatori della politica sanno bene che il Partito democratico, fin dall’inizio del suo lungo e complesso processo di fondazione, ha visto la partecipazione e il confronto di due attori principali, che si sono fusi solo in parte nelle sue strutture e che per lo più continuano a utilizzarle come sede di contrattazione permanente. Molto spesso però si fatica a definire questi attori: c’è chi parla delle due formazioni numericamente più rilevanti che hanno presieduto alla nascita del PD, ovvero DS e Margherita, e c’è chi invece sposta la questione sul piano delle individualità, individuando in D’Alema e Veltroni i rappresentanti di queste diverse “anime”. È peraltro evidente che le due identificazioni non coincidono, visto che i due rappresentanti individuali provenivano da uno solo dei partiti chiamati in causa.

Probabilmente è più esatto dire che le realtà che si confrontano nel PD sono culture e “famiglie” politiche longeve e resistenti perché assai precedenti, e più radicate nel corpo sociale ed elettorale, alle distinzioni elencate sopra, che in modi diversi della suddivisione principale rappresentano le espressioni transeunti. Nel PD si sono congiunti i due orientamenti culturali che meglio hanno saputo rappresentare i convincimenti diffusi dei settori maggioritari della società italiana, per decenni esclusi dai processi istituzionalizzati di costruzione dello stato unitario, strutturatisi nel tempo in forme di aggregazione e rappresentanza locale e nazionale fiorenti, attive e sempre più rigide, e capaci con l’approdo dell’Italia alla democrazia di mettere a frutto la loro presenza sociale con l’acquisizione di un consenso maggioritario e la partecipazione ai massimi livelli della vita dello stato. Si tratta, da un lato, dei gruppi sociali, ideali e culturali che si son agglutinati attorno alle strutture organizzative e di rappresentanza del movimento operaio e contadino, che per decenni hanno trovato nei partiti della sinistra marxista il referente principale, e che alla chiusura della stagione politica dei partiti ideologici hanno mantenuto un riferimento importante nelle organizzazioni sindacali e nei gruppi di pressione che in esse hanno trovato lo strumento per la difesa dei loro interessi; dall’altro, delle ali più progressiste delle organizzazioni cattoliche di stampo confessionale, tradizionalmente aperte all’ascolto del mondo del lavoro sulle basi culturali flessibili della dottrina sociale della Chiesa, e attenti alla promozione in sede politica degli elementi caratterizzanti del magistero ecclesiastico, per missione e per convinzione che essi rappresentino un elemento di identificazione culturale ineliminabile per la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana.

Il confronto tra DS e Margherita, per certi versi, si può riassumere in questi termini, tenendo conto del fatto che quest’ultima, in origine una federazione composita di laici liberal-democratici, figure amministrative di varia estrazione ed esponenti del cattolicesimo organizzato raccolti nel Partito popolare, ha finito per essere fagocitata da quest’ultimo settore, l’unico dotato di una capacità di organizzazione e di mobilitazione territorialmente strutturata: l’evoluzione di Francesco Rutelli, radical-ambientalista diventato in pochi mesi di leadership della Margherita qualcosa di poco diverso da un portavoce delle tradizionali istanze confessionali per mantenere la preminenza in un partito che ormai aveva completato la sua mutazione in questo senso, è significativa. Così come è significativo il fato che D’Alema e Veltroni, per acquisire una posizione di preminenza come “duellanti principi” nel PD, abbiano dovuto fare propri gli orientamenti di queste due strutture d’impostazione politico-culturale, in parte rinnegando le loro posizioni passate che vedevano negli anni Novanta un D’Alema assai più riformatore e liberal di quello che ora alleva speaker pronti a sostenere pubblicamente il conservatorismo pseudo-keynesiano portato avanti da Fassina & co.

Per un addetto ai lavori, sarebbe interessante ragionare sul complesso insieme di fattori che nel Novecento hanno condotto la sinistra italiana classica a uno sviluppo “eccentrico”, tale da sviluppare un partito comunista egemoner erede di una tradizione massimalista mai scalzata dal successo di massa prospettive riformatrici alternative, e destinata a vivere i fatti del 1989 come una dissoluzione dei propri paradigmi di identificazione assai più dirompente che negli altri paesi europei a tradizione democratica. Per questo genere di riflessioni, rinvio alla proposta interpretativa, ancora assai attuale, di Massimo L. Salvadori. E sarebbe anche interessante valutare le vie tortuose attraverso cui si è arrivati, nel corso di diversi decenni, a completare questo incontro, dall’attenzione riservata dal Fronte popolare togliattiano ai settori sindacali e “popolari” della DC, considerati rappresentanti di una base di lavoratori naturaliterprogressista perché dotata dei germi di una coscienza di classe soffocata dalle agenzie reazionarie della Chiesa e degli USA che gestivano indirettamente il potere nel partito di governo, fino al “compromesso storico” berlingueriano portato avanti su presupposti culturali in fondo piuttosto simili, destinati a risultare frustrati dalla scoperta, nei primi anni Novanta, di una base democristiana decisamente più conservatrice di vertici in cui le varie anime della sinistra interna di Moro, Fanfani e Donat Cattin avevano mantenuto per lungo tempo una posizione contrattuale di preminenza.

Per brevità, però, è bene soffermarsi sugli esiti di medio periodo della nascita di un PD fondato sulla partecipazione di questi due potenti blocchi ideali e organizzativi. In breve, il punto di accordo minimo tra i due settori che finora ha tenuto in piedi l’esperimento PD è stato il sostegno ai settori sociali tutelati dalle istituzioni sindacali attraverso la difesa delle loro posizioni nelle contrattazioni sociali e dei dispositivi normativi che favoriscono il mantenimento degli attuali equilibri, accompagnatoo dalla messa tra parentesi di qualunque istanza di promozione dei diritti civili attraverso l’escamotage di una libertà di coscienza accordata esclusivamente ai parlamentari e agli esponenti delle assemblee legislative, mai ai cittadini.

Come in genere avviene per equilibri fragili tra strutture che non riescono a fondersi definitivamente come previsto, il “patto di segreteria” fondamentale del PD si fonda sul mantenimento di una linea essenzialmente conservatrice su tutti i piani fondamentali della proposta politica democratica, con la marginalizzazione dei settori dell’opinione pubblica italiana orientati verso la modernizzazione dei rapporti economici e/o della legislazione sui diritti civili e sui temi etici, settori che originariamente il PD avrebbe dovuto coinvolgere ma che hanno il difetto di non essere rappresentati da strutture di mobilitazione e di presenza sociale sufficientemente efficienti e rumorose.

Gli esponenti supportati dalle due “anime” maggiori del PD, pur competendo spesso tra loro a tutti i livelli, hanno in comune la consapevolezza della necessità di garantire l’equilibrio programmatico fondamentale per garantire la propria posizione. Il caso più evidente di queste dinamiche si è avuto sotto gli occhi nel 2009. In quel caso, era abbastanza chiaro che le candidature di Bersani e Franceschini fossero espressione di “sinistra filo-sindacale” e “cattolicesimo democratico organizzato”. Ancora più chiara era l’ostilità di entrambi alla terza candidatura, quella di Ignazio Marino, che cercava di inserirsi al di fuori dei due blocchi costituiti con un piano di riferimento alternativo: la decisione dei due competitori maggiori di marginalizzare il terzo in caso di consultazione non decisiva faceva il paio con gli ostacoli all’organizzazione della campagna che i sostenitori di Marino hanno spesso denunciato a causa dell’operato delle dirigenze locali in diverso modo afferenti ai gruppi raccolti intorno agli altri due candidati.

In quest’ottica, assai più di quanto le distanze sul piano programmatico immediato lascino intuire, e in modo ancora più chiaro di quanto Ricolfi sia riuscito a mettere in evidenza nell’intervento da cui sono partito, Renzi occupa una posizione assai simile a quella di Marino: quella di chi propone per il PD un equilibrio programmatico e politico radicalmente alternativo a quello, sostanzialmente conservatore sia sul piano sociale che su quello etico, in cui si il partito si è arenato con una giustapposizione di gruppi di aggregazione e di gestione del potere che non è mai diventata davvero fusione se non quando si è trattato di difendere le posizioni acquisite. Un esito a lui favorevole, e la riuscita del suo progetto di acquisizione della maggioranza parlamentare senza ripercussioni negative sull’unità del PD, riscriverebbe nei fatti il “patto fondativo” del partito, perché metterebbe in minoranza i gruppi che finora ne hanno mantenuto in mano le fila in forza della loro capacità di organizzare il consenso secondo canali tradizionali ormai rodati, facendo emergere una maggioranza di potenziali elettori orientata in termini profondamente diversi. Il successo di questo processo potrebbe insomma essere il punto di partenza (necessario di ulteriore alimentazione e di sforzi successivi per evitare ondate di ritorno) per quel rinnovamento delle procedure di confronto e per i riferimenti programmatici dell’opinione pubblica progressista italiana a cui il Partito democratico avrebbe potuto portare, ma che dopo il tentativo di emergenza di Veltroni nella campagna elettorale ai primi del 2008 è stato bloccato per la rivitalizzazione proprio di quelle modalità di selezione di uomini e policies che si volevano riformare ampiamente. Questo rischio spiega, almeno in parte, l’agitazione che si sta diffondendo nel partito a vari livelli, specialmente tra quadri e dirigenti emersi dalle tradizionali strutture di gestione del consenso e dai tradizionali equilibri programmatici ora minacciati, e spiegherà l’enorme difficoltà di un esito favorevole a percorsi alternativi.

Andrea Mariuzzo da linkiesta.it

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