Vacui riformatori, veri resistenti

Sarebbe, in un certo senso, rassicurante attribuire le crescenti difficoltà parlamentari del governo Monti — dalla bocciatura dei tagli nella sanità allo stop sui tagli alle spese delle Regioni — solo alle fibrillazioni della campagna elettorale. Si potrebbe infatti dedurne che, se non fosse per la vicinanza delle elezioni, ci sarebbe più spazio per incidere sulla spesa e le sue disfunzioni. Ma non è così. Perché non sono solo i partiti ma un intero, variegato ma potentissimo, «blocco politico- amministrativo-giudiziario » a mettersi di traverso non appena si cerca di incidere (anche solo blandamente, come ha fatto fin qui, per lo più, il governo Monti) i bubboni del nostro sistema pubblico. Si pensi alle recenti sentenze della Corte costituzionale: dalla bocciatura dei tagli agli stipendi di magistrati e alti funzionari fino al «no» a un modesto provvedimento che mirava a ridurre i tempi della giustizia civile. Il premier Monti ha detto che l’Italia non ha bisogno di moderazione ma di «riforme radicali». Se non che, quel blocco politico- amministrativo-giudiziario di cui sopra è in grado di sabotare (con i più vari strumenti) persino le riforme blande. Figurarsi che cosa riuscirebbe a fare se qualche aspirante suicida politico si mettesse davvero in testa di fare tutte le «riforme radicali» che sarebbero necessarie: ne sa qualcosa il ministro Fornero che di riforme radicali, sfruttando la condizione di emergenza in cui si trovava l’Italia, è riuscita a farne almeno una, quella delle pensioni, e ha potuto constatare di persona quanto potente sia stato, e sia tuttora, il contrattacco. Per riforme radicali si devono intendere, logicamente, quelle capaci di modificare in profondità lo status quo. In Italia, significherebbe incidere sul sistema pubblico, ridurne il peso sulla società e, insieme, costringerlo a una maggiore efficienza, passare da un sistema pubblico grasso e inefficiente a uno magro e efficiente. Chi può avere la forza per fare una rivoluzione di questa portata? La resistenza degli interessi consolidati è tale che fare quella rivoluzione richiederebbe un «centro» (un governo), non forte ma fortissimo, così forte da piegare e sconfiggere gli innumerevoli poteri di veto che stanno a difesa di quegli interessi consolidati. Si consideri che i tanti cani da guardia che proteggono il sistema pubblico così come è vivono, per lo più, in un mondo tutto loro. Sono autarchici, se non autistici. Nulla può a loro importare degli stringenti vincoli europei o del fatto che, Europa o non Europa, se non si abbassano le tasse tagliando la spesa pubblica, non c’è possibilità di rilanciare la crescita, non c’è altro destino possibile se non il declino e l’impoverimento collettivo. La sola cosa che conta per quei cani da guardia è fare blocco intorno a supposti diritti acquisiti e a interessi consolidati, della più varia e diversa natura, ma tutti alimentati e garantiti attraverso la spesa pubblica. Non in tutte le democrazie ci sono poteri di veto così forti, ramificati e diffusi. Scontiamo in tutta la sua drammatica ampiezza il danno dovuto a un grande fallimento. Il fallimento di quella riforma costituzionale— di cui si parla inutilmente dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo — che, dando più forza istituzionale al governo, avrebbe dovuto, e potuto, spuntare le unghie dei troppi cani da guardia.

Angelo Panebianco, Corriere.it

“Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse”

Massimo Coco è una delle vittime degli Anni di Piombo. Suo padre Francesco, magistrato, fu ucciso nel 1976, nel primo attacco terroristico alle Istituzioni dello Stato. La sua storia, in fondo, non è diversa dalle tante già scritte e la sua sofferenza è quella di tutti i famigliari che hanno subito, dopo la perdita improvvisa e violenta di un padre, un marito o un figlio, anche l’umiliazione di non veder riconosciuti i propri diritti, l’ostilità della burocrazia, l’indifferenza delle Istituzioni. Se ha deciso di parlare di sé e del padre non è dunque per aggiungere un tassello a un quadro noto, ma per porre una domanda alla quale, nelle testimonianze delle altre vittime, non ha trovato risposta: “Ma voi, la rabbia, dove l’avete messa?” Nessuno sembra indignarsi nel vedere gli assassini di ieri intervenire sui giornali e ottenere pubblicamente un perdono che non hanno cercato. Nessuno denuncia l’ipocrisia di cerimonie commemorative trasformate in riti che assolvono le coscienze, o la banalità di spettacoli che mettono in scena commoventi riconciliazioni alleggerite del peso del passato. In questo libro, Massimo Coco chiede che l’esercizio della memoria rispetti il patto che lega i sopravvissuti a chi si è sacrificato per non venire meno ai propri principi. Il patto ci chiede non solo di preservare il ricordo, ma di distinguere fra eversori e difensori della legge, di assicurare la giustizia, di superare il lutto per poter guardare a quei fatti con senso di responsabilità.

Massimo Coco, Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse, Sperling and Kupfer, €16

Sicilia, per ora vince il partito del non voto….ma c’è Grillo dietro l’angolo

E’ record di astensione in Sicilia. Alla chiusura dei seggi, alle 22, per le elezioni regionali ha votato il 47,42% degli aventi diritto, pari a 2.203.885 elettori. Questa mattina alle 8 sono iniziate le operazioni di scrutinio e l’elezione è a turno unico senza ballottaggio: sarà eletto presidente della Regione il candidato che otterrà il maggior numero di preferenze insieme a 89 deputati regionali.

Nel 2008 (quando si votò anche di lunedì, in concomitanza con le politiche), l’affluenza era stata del 66,68%. Ma anche in precedenti consultazioni limitate alla sola domenica, si sono sempre registrate percentuali di votanti nettamente superiori al 50%, come nel 2001, quando votò il 63,47% degli aventi diritto. L’astensione, insomma, oltre a essere di gran lunga il primo partito dell’isola, ha superato le aspettative della vigilia. L’affluenza più alta si è avuta nel comune di Maniace (Catania), al 77,76%, la più bassa ad Acquaviva Platani (Caltanissetta) con il 20,68%. La Provincia con la partecipazione più alta è Messina, con il 51,32%, quella con la più bassa Caltanissetta con il 41,34%.

Nella città di Palermo, secondo gli exit poll diffusi in serata da Palermoreport.it, il Movimento Cinque stelle è in testa con oltre il 25% dei voti. Il candidato del movimento ispirato da Beppe Grillo Giancarlo Cancelleri avrebbe il 27,46% dei consensi, un risultato – se confermato – oltre ogni attesa.

Sempre a Palermo, Pdl e Pd sarebbero tracollati intorno al 10%. Nello Musumeci, candidato del partito berlusconiano, sarebbe al 23,25% contando anche i voti della sua lista personale e di Cantiere popolare. Rosario Crocetta arriverebbe al 21,4 sommando al voto per i democratici quelli di Udc e Api.

Sempre secondo gli exit poll di Palermoreport, Gianfranco Micciché (Grande Sud, Partito dei siciliani e Nuovo polo) a Palermo e provincia avrebbe ottenuto il 14,24% delle preferenze, precedendo Giovanna Marano, candidata di Sel e Idv, ferma al 9,76%. Tutti sotto l’1% gli altri candidati.

Il Fatto Quotidiano

Letture per il week-end

Ecco qua pochi, ma buoni, suggerimenti di lettura:

Segnaliamo anche il nuovo sito Jacopo Molina, consigliere comunale: cliccate qui!

Buona lettura!!!

Il nuovo segretario del socialisti francesi

“Nessuna sorpresa. Gli attivisti socialisti hanno eletto Harlem Désir alla carica di primo segretario del PS al termine di un’elezione senza incidenti e suspense. Colui che era già capo ad interim del PS dopo la partenza improvvisa di Martine Aubry ha raccolto il 71,9% dei voti contro il 28,1% del rappresentante della sinistra partito, Emmanuel Maurel.

“I militanti PS mi hanno dato fiducia. Si tratta di un grande onore”, ha detto in una dichiarazione alla stampa, circondato da attivisti e funzionari di partito, tra cui il suo sfidante, Emmanuel Maurel.

«Chiamerò Emmanuel e i suoi amici a prendere il loro posto nella prossima direzione”, ha aggiunto Harlem Désir, chiamando “l’elezione collettiva di stasera una vittoria per l’unità socialista”.

Da buona giocatrice, Martine Aubry si è congratulata con Harlem Désir, che gli succede ora ufficialmente come capo del partito. “Accolgo con favore l’elezione di Harlem Désir alla testa del Partito socialista”, ha scritto il sindaco di Lille. “Gli ho fatto i miei più sentiti complimenti e auguri per il successo della sua missione che cercherà di completare nei mesi e negli anni futuri”. “Con il primo ministro Jean-Marc Ayrault, avevo sostenuto la sua candidatura. Spettava ai militanti decidere. Lo hanno fatto in modo chiaro, fornendogli una grande maggioranza dei loro voti”, ha detto.

Martine Aubry “saluta anche il risultato di Emmanuel Maurel che ha dimostrato che il nostro partito non manca di talenti e di capacità di far vivere lo scambio di idee tra i suoi membri.”

Chi è Harlem Désir? E’ stato presidente dell’associazione SOS Racisme – che lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e in generale contro tutte le discriminazioni – dal 1984 al 1992. La forte mediatizzazione ne ha fatto una personalità importante dell’associazionismo francese. E’ parlamentare europeo. Nonostante il risultato di Desir, le ali di sinistra del PS avanzano notevolmente: per ora il patto tra i sostenitori di Hollande e le varie correnti del PS regge, da Martine Aubry, segretario uscente, a Jean-Marc Ayrault, Primo Ministro.

Romneide IX puntata: le parole potenti della leadership

Nel terzo dibattito presidenziale che si è tenuto alla Lynn University di Boca Raton in Florida le armi oratorie di Obama sono state di gran lunga più temibili di quelle di Romney. Le parole del presidente hanno graffiato con il sarcasmo. Obama ha voluto marcare la distanza tra sé e il suo sfidante, facendolo apparire come uomo del passato, incapace di leggere la politica estera di oggi. Una strategia linguistica sottile perché è presupposta, non è esplicita; insinua senza dire; è tremendamente aggressiva senza tuttavia far rinunciare Obama alla compostezza propria di un presidente.

“Governatore, sono contento che lei riconosca che Al Qaida è una minaccia, perché qualche mese fa, quando le chiesero quale fosse la più grande minaccia geopolitica dell’America, lei ha risposto la Russia, non Al Qaida, ha detto Russia. Gli anni Ottanta reclamano la loro politica, perché – non so se lo sa – la Guerra Fredda è finita da vent’anni.”

Obama insiste.

“Governatore, per quando riguarda la politica estera, sembra che lei voglia riprendere la politica degli anni Ottanta, così come la politica sociale degli anni Cinquanta e la politica economica degli anni Venti.”

Romney incassa il colpo, continuando a sorridere, mostrando alle telecamere un viso sorprendentemente liscio per un sessantacinquenne. Tenta di demolire l’accusa con un’argomentazione che viene ripetuta un paio di volte nel dibattito.

“Attaccare me non è un programma. Attaccare me non serve a capire come affronteremo le sfide del Medio Oriente.”

Ma Obama non molla la presa. In un passaggio successivo scaraventa nuovamente Romney nel passato, facendolo apparire una cariatide, un pezzo da museo.

“Penso che il governatore Romney non abbia studiato abbastanza come funzionano le nostre forze armate. Ha menzionato la marina, per esempio, e ha detto che abbiamo meno navi del 1916 […]. Governatore, le nostre Forze Armate sono cambiate” [Obama sorride]. “Abbiamo cose chiamate portaerei dove possono atterrarci gli aeroplani: abbiamo anche navi che vanno sott’acqua: i sottomarini nucleari.”

Un presidente in gran forma che sgancia un’ulteriore bomba retorica. Un superclassico del suo repertorio di oratore: la narrazione per immagini in puro stile cinematografico, che ha l’obiettivo di far vedere con gli occhi delle parole.

Avviene quando il moderatore della Cbs Bob Lloyd Schieffer porta il dibattito sulla questione dell’Egitto.

“Nel corso delle agitazioni in Egitto è arrivato un momento in cui lei ha detto che era tempo per il presidente Mubarak di abbandonare. Qualcuno ha pensato che fosse necessario aspettare. Ha rimpianti in proposito?”

Obama ribatte.

“No, penso che l’America debba stare dalla parte della democrazia. I carri armati sui ragazzi di piazza Tahrir, non rappresentano la forma di supremazia americana di cui ha parlato John F. Kennedy cinquant’anni fa.”

Una strategia argomentativa alla quale il presidente ricorre spesso. Se ne trova un esempio interessante nel Discorso all’Università del Cairo del 2009 nel quale la guerra, un concetto che può essere generico e lontano per chi non l’ha mai vissuto, viene ‘tradotto’ in qualcosa di tangibile e drammatico.

“Lanciare razzi sui bambini addormentati”.

Boom. Una bordata all’uditorio.

Naturalmente anche Romney ha messo in campo le sue strategie persuasive. Tra queste l’iterazione, una figura retorica che implica la ripetizione di uno o più termini.

L’iterazione riguarda “forte”, “forza” “rinforzare”, una dimostrazione di muscoli che stride con l’immagine di un Romney moderato, che il governatore ha voluto dare di sé in questo dibattito dedicato alla politica estera:

“Vogliamo un pianeta in cui regni la pace. Ma per promuovere questi principi di pace abbiamo bisogno di essere forti. E bisogna partire con un’economia interna forte. E purtroppo questa economia non è forte.
E’ preoccupante quando il presidente dell’Iran […] Ahmadinejad dice che il nostro debito non ci rende un Paese grande. […] Abbiamo indebolito la nostra economia. Abbiamo bisogno di un’economia forte. Abbiamo anche bisogno di un esercito forte. […] Abbiamo bisogno di alleati forti. […] Se saremo forti l’influenza americana crescerà.”

E ancora, qualche minuto dopo.

“Per affermare il suo ruolo nel mondo, l’America deve essere forte. L’America deve affermare la sua leadership.” “[…] dobbiamo rinforzare la nostra economia. Non possiamo avere 23 milioni di persone che lottano per un posto di lavoro.”

L’iterazione è stato il filo conduttore dell’intervento di Romney. Il governatore ha insistito sul numero quattro: i quattro anni di governo Obama diventati l’unità di misura del disastro politico ed economico.

“Ma sfortunatamente in nessuna parte del mondo l’influenza americana è maggiore di quattro anni fa”. E ancora: “La nostra principale minaccia è l’Iran, oggi quattro anni più vicino alle armi nucleari.”

Non manca, l’arma letale: il “finiremo come la Grecia”: la madre di tutte le minacce. E’ anche questa una strategia discorsiva. Un atto linguistico, che mira a ottenere un effetto persuasivo prospettando scenari drammatici.

“Dobbiamo far quadrare i conti. Non possiamo pensare che gli imprenditori e le piccole e grandi aziende investano nel Paese i risparmi di una vita, perché hanno paura di finire come la Grecia. Ed è dove stiamo andando adesso […]. Infine dobbiamo supportare le piccole imprese, perché da lì vengono i posti di lavoro.”

Ma un Obama in gran forma ribatte.

“Bene, parliamo di cosa abbiamo bisogno per essere competitivi. Il Governatore Romney parla di piccola imprese ma – Governatore – quando lei era in Massachusetts lo sviluppo delle imprese era classificato al quarantottesimo posto su cinquanta. Le politiche che lei propone non aiutano le piccole imprese. Inoltre il modo in cui lei definisce la piccola impresa include gente al top […]. Non è la promozione della piccola impresa della quale abbiamo bisogno”.

Il graffio fa male. E Romney lo sente.

Flavia Trupia da Huffington Post Italia

Il ritorno del Líder Máximo…Cacciari

«Io non voto alle primarie. I due candidati non mi hanno convinto»; e poi, «avrei cercato una coalizione con Casini per poi presentarmi con Monti premier»; infine, «il Pd? Un partito mai nato». Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia a Tgcom24 è impietoso nel suo giudizio sul centrosinistra. «Il problema per cui bisogna scandalizzarci sono i meccanismi non trasparenti con cui avviene il finanziamento ai partiti – ha detto Cacciari sulla vicenda Renzi-Cayman -. Questo è lo scandalo. Anche Obama prende i soldi dai privati, ma l’elettore lo sa. In Italia invece tutto questo avviene all’occulto».

Cacciari poi si dice «né per Renzi, né per Bersani. Io non vado a votare perché nessuno dei due mi ha convinto. Io voto per chi sa governare. Non hanno ancora detto con chi intendono governare». «Avrei fatto due convention programmatiche – rileva Cacciari passando alle proposte – per cercare una coalizione con il centro di Casini e con questo mi sarei presentato agli elettori riproponendo Monti presidente del Consiglio».

Infine sul Pd Cacciari non ha parole tenere: «il Pd è un partito mai nato, fatto di correnti che si stanno confrontando. Non c’è mai stato un congresso in cui discutere veramente. Per fare questa unità non servono le campagne elettorali delle primarie dove si usano gli slogan, l’unità di un partito si fa facendo cultura politica».

dal Corriere del Veneto