Il Gran Viale, gli alberi, il paesaggio

La partecipata, animata e per alcuni versi interessante assemblea pubblica tenutasi in Municipalità il 26 corrente, ha suscitato in me alcune riflessioni che potrebbero essere un contributo per il nostro partito.

La mia idea, generata dalla reclamizzazione da parte di un tecnico della bellezza del “tutto nuovo”, è la seguente: non è l’albero bello, alto, di specie pregiata quello amato dai cittadini. Nel caso dell’attuale arredo arborio del Gran Viale, i lidensi accettano di buon grado la diversità, la disomogeneità che, con gli anni, si è creata lungo i due filari che fiancheggiano il Gran Viale (fermo restando che hanno chiesto con molta forza una doverosa manutenzione del verde che, mal eseguita, è stata responsabile del disordine arboreo così biasimato dai tecnici stessi).

Sembra che, tutti d’accordo, magari con una percezione non ben definita, abbiano colto che la natura, ossia gli alberi originari, si sia modificata negli anni per effetto di quel forte agente di alterazione dell’ambiente che è l’opera dell’uomo, creando qualche cosa di nuovo e irripetibile: il paesaggio. Eliminarlo anche se con qualche cosa di esteticamente più valido, crea sentimento di perdita, di lutto. Il paesaggio non è sempre bello, non è come s’intendeva il “bel vedere”, ma è qualche cosa che ha a che fare con l’anima dei cittadini.

E’ un termine quello di paesaggio che negli ultimi anni ha perso il suo significato originario per arricchirsi di nuove accezioni sottili ma profonde.

Quantomeno dalla “Convenzione di Firenze” o “del paesaggio” (2000), ospitata e firmata anche dall’Italia. Essa è stata la risposta politica alla domanda sociale che ha preso corpo nel territorio, da quando un gran numero di cittadini europei ha percepito che il luogo della loro quotidianità (abitazione, lavoro, tempo libero) ha un’importanza primaria sulla loro stessa qualità di vita.

La nostra Costituzione, anche se in maniera primordiale, immette nell’art.9 il concetto di paesaggio e della sua tutela. Da quel lontano ’48, tale necessità è cresciuta in maniera proporzionale alla crescita della popolazione e alla crescita economica.

Tutelare il paesaggio significa tutelare la memoria del passato e la serenità dei cittadini, perché la loro identità poggia primariamente sull’ambiente, modificato dalla loro attività e da quella dei loro predecessori. Certo che un territorio non deve rimanere per forza uguale a se stesso. Una generazione può, di comune accordo, decidere di cambiarlo anche totalmente. Va da sé che deve essere la comunità nel suo insieme a deciderlo e nello specifico non sembra questo il caso della comunità del Lido.

Concludo dicendo che proprio per la parte di anima degli abitanti che rimane impigliata in un “luogo di vita”, la “responsabilità del paesaggio” deve sempre rientrare tra le consapevolezze e i compiti inderogabili e prioritari di una classe dirigente.

Daniela Milani-Vianello

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