“Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse”

Massimo Coco è una delle vittime degli Anni di Piombo. Suo padre Francesco, magistrato, fu ucciso nel 1976, nel primo attacco terroristico alle Istituzioni dello Stato. La sua storia, in fondo, non è diversa dalle tante già scritte e la sua sofferenza è quella di tutti i famigliari che hanno subito, dopo la perdita improvvisa e violenta di un padre, un marito o un figlio, anche l’umiliazione di non veder riconosciuti i propri diritti, l’ostilità della burocrazia, l’indifferenza delle Istituzioni. Se ha deciso di parlare di sé e del padre non è dunque per aggiungere un tassello a un quadro noto, ma per porre una domanda alla quale, nelle testimonianze delle altre vittime, non ha trovato risposta: “Ma voi, la rabbia, dove l’avete messa?” Nessuno sembra indignarsi nel vedere gli assassini di ieri intervenire sui giornali e ottenere pubblicamente un perdono che non hanno cercato. Nessuno denuncia l’ipocrisia di cerimonie commemorative trasformate in riti che assolvono le coscienze, o la banalità di spettacoli che mettono in scena commoventi riconciliazioni alleggerite del peso del passato. In questo libro, Massimo Coco chiede che l’esercizio della memoria rispetti il patto che lega i sopravvissuti a chi si è sacrificato per non venire meno ai propri principi. Il patto ci chiede non solo di preservare il ricordo, ma di distinguere fra eversori e difensori della legge, di assicurare la giustizia, di superare il lutto per poter guardare a quei fatti con senso di responsabilità.

Massimo Coco, Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse, Sperling and Kupfer, €16

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4 thoughts on ““Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse”

  1. il primo atto terroristico degli anni 70 vide coinvolto F. Coco che venne rapito dalle br, ma non ucciso in quell’occasione.Varrebbe la pena rileggersi tutta la vicenda e il comportamento del nostro governo e del parlamento ..Con ciò ovviamente le responsabilità dei brigatisti restano tutte , pesanti come macigni e indelebili nel tempo, ma,come del resto nel caso Moro i nostri politici anche allora si distinsero per incapacità nel gestire un’emergenza sottovalutandola. Sembra quasi un’ossessione quella di buttare lo sporco sotto il tappettino facendo finta che tutto sia a posto, succede con il terrorismo, con i fenomeni climatici, con l’immigrazione, con i terremoti, gli esodati i disoccupati etc etc…Piena solidarietà alle vittime del terrorismo, ma la classe politica di allora è corresponsabile perlomeno sul piano dell’ inettitudine e merita un bagno di vergogna…

    • Il libro esce oggi, però sono curioso di leggerlo, perché effettivamente solo recentemente abbiamo iniziato a sentire la voce della vittime (vedi anche il bel libro di Calabresi, Spingendo la notte più in là). Ed è vero che nel tempo si è consolidata una versione della storia, in parte della politica di allora, in parte dei terroristi: ma come sempre ci manca la versione di chi ha scontato le conseguenze di quegli omicidi. Difficile avere una memoria condivisa quando ci manca una parte della storia.

  2. Condivido. Si è più preoccupati di chi quei fatti di sangue a eseguito che delle vittime, delle vite interrotte, dei figli, delle mogli, dei nipoti, lasciati nella solitudine di questo vuoto privo di ragione privo di senso. Da quell’ omicidio sono passati quasi cinquant’ anni e, nonostante la legge, non abbiamo accesso agli archivi che contano. Possibile che i servizi di sicurezza non abbiano lasciato note almeno informali su chi nella loro fantasia, nelle informazioni che ritenevano di avere, alimentava quella violenza, le dava un disegno. Un paese civile che non può consultare gli archivi è come un uomo che abbia dimenticato il proprio nome, la propria identità.

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