Primarie centrosinistra 2012: quando, dove e come votare al Lido e Pellestrina

Quando si vota?

Domenica 25 Novembre 2012 dalle ore 8,00 alle ore 20,00

SI PUO’ VOTARE SOLTANTO UN CANDIDATO

Eventuale ballottaggio Domenica 02 dicembre stesso orario e luogo

Chi può votare e cosa occorre?

AVER COMPIUTO 18 ANNI ENTRO IL 25/11/2012

tessera elettorale o permesso di soggiorno, documento identita’ valido

Versamento contributo per le spese almeno 2 €

Dove si vota?

Gli elettori di Lido iscritti nelle sezioni elettorali 80-81-82-83-84-85-86-87-88-89 al: SEGGIO n.1 sede Municipalità di Lido V. S. Gallo, ex liceo “Orseolo”.

 Gli elettori di Lido iscritti nelle sezioni elettorali 73-74-75-76-77-78-79-79 e 90-91-92 al: SEGGIO n.2 Scuola Elementare “Giovanni XXIII” V. Malamocco 12/a.

Gli elettori di Pellestrina iscritti nelle sezioni elettorali: 93-94-95-96-97: SEGGIO n.3 Scuola “Loredan” Sestiere Scarpa   Pellestrina

Per velocizzare le operazione di voto di Domenica 25 novembre c’è la possibilità di effettuare la preiscrizione e il ritiro del certificato di elettore della Coalizione di Centrosinistra nei giorni:

  • venerdì  23/11 il pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30
  • sabato 24/11 di mattina dalle 10.00 alle 13.00 e nel pomeriggio dalle 16.00 alle 20.00

presso sede Municipalità di Lido v.s. Gallo, ex Liceo Orseolo.

Oppure nel giorno stesso del voto – Domenica 25 novembre – in prossimità dei seggi.

Notizie aggiornate sui siti:

www.primarieitaliabenecomune.it

www.primarieitaliabenecomune-ve.it

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Qualcuno svegli i francesi!

È strano: sono anni che economisti e sociologi accorrono al capezzale dei paesi in crisi dell’Europa del sud per comunicarci poi le loro brutte notizie, una più preoccupante dell’altra. E durante tutto questo tempo si continuano a parlare della “Kerneuropa” [il nocciolo duro dell’Europa], che funziona sempre grazie al “motore franco-tedesco” a cui non si può permettere di rallentare.

Nel frattempo, vista la costante riduzione della competitività e l’astronomico debito pubblico della Francia (che ammonta ormai al 90 per cento del pil), si pone un’altra domanda: ci troviamo di fronte a una sorta di cecità collettiva – o a quella che può essere considerata come l’ultima vittoria di Pirro di un’arte tutta francese, quella di creare cortine fumogene?

Come è possibile che nessuno abbia cercato di vedere le cose più da vicino? Louis Gallois, ex direttore di Eads, ne ha dato involontariamente la spiegazione con il suo giudizio spietato sull’economia francese e l’appello a drastiche riforme. Parlare di “shock di fiducia” è oggi di moda, ha poetizzato l’uomo che ha fatto carriera grazie a ricchissimi contratti pubblici. Le sue evocazioni della crisi suonavano ancora una volta come un miscuglio di bolscevismo e di eleganza kitsch, e richiamavano i discorsi di Arnaud Montebourg, duro critico della globalizzazione e “ministro dei risanamento produttivo” del suo paese.

“Lo stile è l’uomo”, scriveva Madame de Staël. La società francese dà l’impressione di essere rimasta bloccata ai discorsi infantili. Durante i cinque anni della presidenza Sarkozy la società si è interessata più alla sua vita di coppia che al suo disprezzo per la distribuzione democratica dei poteri o all’utilizzo scandaloso dei servizi segreti per sorvegliare gli ultimi giornalisti critici del paese (in Francia i media su internet o su carta sono sovvenzionati a suon di milioni – ciò spiega anche alcuni prevedibili scrupoli).

Ma un articolo, anche se realizzato dai membri del microcosmo parigino, non deve mai oltrepassare dei limiti chiaramente tracciati. Altrimenti si sarebbe forse potuto osservare che, nonostante la disoccupazione di massa, monsieur Montebourg [in francese nel testo] era prima di tutto preoccupato di sistemare la sua compagna sulla poltrona di direttore della rivista Les Inrockuptibles. Inoltre si sarebbe potuto ricordare a Laurent Fabius, attuale ministro degli esteri, il suo passato di primo ministro di François Mitterrand e lo scandalo dei tremila francesi che si sono visti iniettare sangue infetto nei centri di trasfusione. E anche se in seguito Fabius e i suoi ministri sono stati assolti da una giustizia solo in parte indipendente, molte persone sono morte in seguito a questa vicenda.

Non c’è bisogno di essere un anglosassone che esecra lo stato (un insulto che nella Francia di oggi è più grave dell’epiteto “boche” in passato riservato ai tedeschi) per vedere il potenziale esplosivo di questo rifiuto del presente e del passato e per constatare nella presenza di leader tanto elitari quanto incompetenti un fattore determinante della crisi.

Le scelte a disposizione non sono molte. In Francia non c’è né la socialdemocrazia né la democrazia cristiana. La sinistra e la destra sono unite soprattutto dal loro amore per lo statalismo, dal loro poco interesse per le iniziative private della classe media e da un protezionismo generalizzato che si basa apertamente sul discorso anticapitalista dell'”égalité toujours” [in francese]. Nel frattempo le esportazioni francese si contraggono, la disoccupazione esplode, l’antisemitismo dei musulmani è sempre più forte, la previdenza sociale è sull’orlo del baratro e lo stato rischia il fallimento.

Ma dove sono gli intellettuali francesi, che dovrebbero denunciare la deriva quasi comunista del loro paese? Dove sono i politologi che dovrebbero parlare della separazione dei poteri così cara a Montesquieu e che dovrebbero esaminare in profondità gli intrecci di relazioni che con il tempo si sono creati fra le istituzioni?

È curioso che sia proprio il paese che ha conosciuto il ’68 più agitato di tutte le società dell’Europa occidentale a essere rimasto il più autoritario. Ancora oggi l’immensa maggioranza dei giovani dice di voler diventare “fonctionnaire” [in francese], un posto di lavoro sicuro in un apparato amministrativo tanto odiato quanto ambito. Nel frattempo i cinema continuano a proporre commedie sentimentali sull’onda del grande successo del Meraviglioso mondo di Amélie: un ritorno sognato all’hortus conclusus, al paradiso gallico dove il Beaujolais è sempre buono e la baguette è sovvenzionata (traduzione Andrea De Ritis).

Marko Martin

Verso la terza repubblica?

La composita aggregazione per la Terza Repubblica, che ha iniziato a muovere i suoi passi sabato scorso a Roma, è – come ha già notato Ceccanti – l’immagine stessa del fallimento del Pd: partito che era nato precisamente per mettere insieme riformisti laici e cattolici, sinistra liberal e centro progressista, lavoratori postfordisti e imprenditori leali e innovativi, sulla base di un comune senso civico e delle istituzioni. Il Pd è oggi tutt’altra cosa: un partito di sinistra stanca, che oscilla tra richiami della foresta e sforzi di innovazione, che non riesce a decidersi tra le necessità dell’austerità e le tentazioni del keynesismo, e si barcamena tra posizioni opposte e quindi, inevitabilmente, scontenta tutti. Come si evince dalla sua incapacità, anche in una fase di terremoto politico come questa, di intercettare il voto in uscita da tanti partiti in crisi o in dissoluzione.

Eppure il successo, anche in termini di sondaggi, delle primarie dice che ci sarebbe un bacino molto maggiore di quello di cui i dirigenti democratici si accontentano. Bisognerebbe dire che preferiscono accontentarsi di questo, e impegnarsi in una squallida e impopolare battaglia per un premietto di maggioranza, piuttosto che tentare di sciogliere i nodi che imprigionano il centrosinistra ormai da decenni: la riforma della Costituzione, il ruolo del sindacato, il tema della produttività, una nuova concezione della giustizia sociale. Il risultato è che la riforma della Costituzione rischia di farla Grillo, i sindacati sono sempre più divisi, e la CGIL, sempre più schiacciata su posizioni radicali, ancora saldamente alla base della constituency del Pd.

Quello presentato da Montezemolo e Riccardi sembra un progetto un po’ diverso da quello classico del Centro, come rivelano le tensioni con Casini. Sembra fondato su una intenzione propositiva – quella di proseguire nell’opera di risanamento e riforma del paese, avviata dal governo Monti – più che da quella tutta residuale di fare l’ago della bilancia. Tuttavia è palpabile, nel progetto, un’impronta democristiana, anche se della migliore Dc, quella laica e riformista dell’epoca degasperiana. Le metafore usate da Montezemolo sono rivelatrici: ha parlato di una vera ricostruzione della nazione, e di un voto importante come quello del 18 aprile. Ricostruire, se il riferimento è, come pare evidente, al dopoguerra, significa costruire un paese nuovo, che finora non c’è stato. Come non essere d’accordo?

E’ difficile dire se questo progetto riuscirà o se affonderà nella palude della politica italiana. O se si rivelerà nient’altro che una brusca curva a U verso la Prima Repubblica. Inevitabile però, per chi da più di vent’anni ha lottato dall’interno per il rinnovamento della sinistra, per la sua capacità di farsi interprete delle esigenze di sviluppo e di riforma della nostra società, un sentimento di malinconia. Rischiano di venire travolti gli obiettivi di una intera fase storica: bipolarismo, rafforzamento delle istituzioni, costruzione di una sinistra veramente postcomunista. E non ci resterà che sperare che qualcun altro riesca a realizzare quella rottura della gabbia corporativista e protezionistica della società, che a noi non è riuscito di fare.

Claudia Mancina

Spread & Paron

Vent’anni di boom economico e mediatico, poi un decennio di scarsa crescita, infine una crisi mondiale senza precedenti che lo ha colpito duro mentre era in piena trasformazione. Il Nordest monopolizzato dalla Lega non è più riserva indiana dei “piccoli”, almeno nelle sue eccellenze imprenditoriali abituate a competere nel mondo. Ma non è ancora un sistema di capitalismo diffuso compiutamente innovativo per stare al passo della concorrenza mondiale. Uno scenario complesso fatto di storie di uomini e capannoni, tasse e burocrazia, imprese che chiudono e imprese che innovano, banche che non danno più soldi e padroncini che tornano in chiesa (imprecando) o vorrebbero scappare oltre confine, raccontate con lo sguardo disincantato di un lombardo che vuole capire dove stiamo andando. Perché capire dove va il Nordest è un modo per parlare del futuro dell’intero paese.

(Ancora) ricchi ma ai margini del grande gioco. Policentrici per storia e vocazione, dunque incapaci di fare massa critica e contare nel paese in proporzione al peso economico e culturale. Il mitico nordest, dopo vent’anni di boom mediatico e una crisi economica da spavento, fa i conti con un bilancio di sistema piuttosto scarno. La promozione in serie a non c’è stata, il dare-avere segna rosso tanto che tra padova, Vicenza e Treviso ci s’interroga sulla grande occasione sprecata, alimentando fantasmi e vecchie subalternità. Venezia e la Trieste mitteleuropea delle assicurazioni Generali, in fondo, hanno sempre fatto storia a sé: città del mondo, appartate e quasi a-geografiche.

In principio fu il triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Per quasi trent’anni teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat e Pirelli, ma anche negli uffici della olivetti. Nordovest e grande impresa manifatturiera, sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia.

Con la fine degli anni Settanta e la crisi/ristrutturazione delle grandi imprese private e pubbliche il paese “scopre” la Terza Italia dell’impresa diffusa lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica. Inizia il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali. Poi, dopo Tangentopoli, i sistemi di sviluppo locale si riattiveranno in chiave localista accompagnando l’esplosione elettorale della Lega nord di Umberto Bossi. Nasce mediaticamente la Padania a trazione lombardoveneta, abbinata all’epopea del nordest dei padroncini e del piccolo è bello. Passa ancora qualche anno e il forza-leghismo diventa talmente egemone da esondare dalla pedemontana al Piemonte e alla bassa Lombarda, veicolando la lettura di un unico grande nord integrato politicamente a destra e, sul terreno economico, egemonizzato dal modello della piccola media impresa innovativa, dal protagonismo delle fondazioni bancarie di territorio e dalla rete delle Camere di commercio.

Dopo il 2007 il vento del Nord scende addirittura sulla via Emilia, fino ad allora espulsa dal perimetro padano. Gli analisti parleranno di “leghizzazione” del centro Italia su parole d’ordine come tasse, sicurezza e infrastrutture. parole nate al nord, in Lombardia, ma ancor più precisamente nel Veneto in ebollizione. piccoli grandi segnali di un’epoca: quando si deve fondere l’api e la Confindustria Bologna (Unindustria nasce nel maggio 2007), si va a pescare a Treviso il direttore generale Cesare Bernini. E nei convegni si rispolvera l’idea di padania, sollevata negli anni Settanta dal primo presidente dell’Emilia Romagna, Guido Fanti.

Il nuovo mantra è che il bolso modello ex fordista del Nordovest si possa rivitalizzare solo mutuando il dinamismo economico veneto. Sembra l’abbrivio di una egemonia destinata a pesare sugli assetti di potere della galassia del Nord. Penetrando dietro le baionette leghiste, i consigli di amministrazione di banche e fondazioni, fiere, aeroporti e assicurazioni che contano con una nuova classe dirigente diffusa, pescata dal territorio e decisa a prendersi il suo spazio.

Bene, dopo la crisi mondiale, tutto sembra cambiare un’altra volta. L’ex triangolo industriale sempre più scongelato rispetto alla staticità urbana dei tre capoluoghi sta tornando al centro mentre di là dall’adige il paradigma della subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto mostra la corda nella nuova economia globale. Scrive Giovanni Costa, presidente della Cassa di risparmio del Veneto e docente di strategia d’impresa, proprio in un libretto pubblicato per questa collana: «Piccole e medie imprese, piccoli e medi leader, piccole e medie banche, piccole e medie città, piccoli e medi scrittori, piccoli e medi sentimenti, piccole e medie passioni: nel grande Nordest è quasi tutto piccolo e medio e in apparenza non c’è una decisa volontà di crescere». Al pari di una classe dirigente campanilista incapace di valorizzare le proprie intuizioni in progettualità di sistema, e di una stagione forza-leghista che per un tratto pareva essere la casa politica e il modello di un intero territorio che andava a letto la sera sognando il federalismo.

Se facciamo una veloce mappa, si rischia la strage delle illusioni. La classe dirigente del paese, lo si è visto un’altra volta con la formazione del governo tecnico di Mario Monti, continua a uscire dalle università nordovestine Cattolica, Bocconi e politecnico (Milano e Torino). La finanza che conta continua a parlare ambrosiano, tra una Cariverona che ha perso peso dentro la nuova Unicredit post profumo e post aumento di capitale anche a vantaggio dei colleghi azionisti della Cassa di risparmio di Torino, e una Cariparo che lamenta per bocca del suo presidente, antonio Finotti, lo scarso peso dentro il bancone lombardo-piemontese Intesa San paolo. In mezzo galleggia una antonveneta che subisce l’agonia dei padroni senesi alle prese con la crisi peggiore di tutti i tempi e una Veneto Banca dinamica, presente in puglia, Marche e piemonte, ma troppo sola per sollevare tutte le barche. e ancora. Il duello per la leadership confindustriale si è giocato tutto nel raggio di pochi chilometri: tra il milanese Giorgio Squinzi e il bergamasco Alberto Bombassei, mentre il Veneto Riello si è ritirato quasi subito dalla corsa, lasciando alla mercè e a logiche giocate su altri tavoli il pacchetto importante di voti nordestini. Sulle infrastrutture peggio che mai: dopo il miracolo passante, la Tav è ferma. non ci sono soldi pubblici, le classi dirigenti locali litigano e il risultato è che l’alta velocità si fermerà a Verona, lasciando la metropoli diffusa a passo di lumaca.

Insomma (quasi) sempre e solo Nordovest. Capitale dello sport 2015 sarà Torino. Organizzatrice di Expo 2015 sarà Milano. A Nordest restano i rimpianti, è il caso della sfumata candidatura alle olimpiadi 2020: l’anno scorso fu dirottata dal Veneto a roma salvo poi venir bocciata sonoramente dal varesino Monti, strana nemesi…

Forse solo la città di Verona, polo della logistica e della finanza, potrebbe diventare la palestra di un  uovo modello da esportare sull’asse Flavio Tosi – Roberto Maroni. Sempre che possa esistere un’altra Lega dopo Bossi, più di governo e di visione che di protesta. Per questo l’odierno passaggio a Ovest, dov’è cominciato lo sviluppo industriale italiano, più che lo spirito dei tempi sembra un ritorno all’antico dettato quasi per inerzia dalle debolezze altrui.

«Trent’anni fa, mio padre era un ‘sioreto’, e io un grande sindacalista. Lui aveva soldi per mandare cinque figli all’università (quella di allora) e farsi una bella casa. Io raccoglievo 700 e più iscritti al sindacato ogni anno ed ero portato in palmo di mano dagli operai e temuto da padroni e politici», riassume icasticamente il sindacalista-filosofo di Vicenza, Gigi Copiello. «Il fatto è che, trent’anni fa, lui e io facevamo parte di un mondo che andava alla grande. Ogni 14 anni lui raddoppiava il suo reddito e io moltiplicavo le conquiste. Trent’anni dopo lui e io viviamo in un mondo che non ci dà più nulla: 84 anni ci vorrebbero oggi per fare quello che allora si faceva in 14 perché il pil non cresce più. E questo ormai dall’inizio del millennio anche qui, a Nordest. Le magnifiche sorti e progressive di questo lembo d’Italia si sono del tutto allineate a quelle di un paese in declino…».

Persino i giovani scolarizzati cominciano a tagliare la corda, cinquant’anni dopo i loro nonni che migravano per campare. Secondo l’osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, quasi 6 nordestini su 10 (58%) sono molto o moltissimo d’accordo con l’idea che “per i giovani di oggi che vogliano fare carriera l’unica speranza è andare all’estero”; nel 2008 era il 40 per cento.

L’ultimo rapporto Bankitalia sull’economia del Veneto (giugno 2012) è una lavagna impietosa: ancora nel 2002 i suoi cittadini erano mediamente più ricchi dell’11% rispetto al resto d’Italia; nel 2010 questo divario si è ridotto al 3,6%. Conseguenza di un mercato interno sotto zero, consumi delle famiglie (-6,5% dal 2007 al 2010) e ricchezza pro capite (-8,5%) in ritirata, disoccupazione che esplode (era al 3% nel 2007 è all’8,4% a fine 2011), soprattutto quella giovanile (dal 9 al 19% in dieci anni). Il punto è che la doppia recessione sta mettendo in discussione proprio il “modello veneto”. «Paghiamo in modo più intenso di altri – spiega Tiziano Baggio, segretario generale della programmazione regionale -, a causa di un tessuto produttivo che drenava giovani a più non posso quando le cose andavano bene, in ciò sottraendoli alle scuola; poi, quando le cose hanno cominciato ad andare male, di colpo li ha lasciati a casa. Lascia a casa le donne, ecco il ritorno della casalinga, lascia a casa i giovani confermandoli nella convinzione che lo studio non serve».

La previsione è che il Pil della regione ritorni ai livelli precrisi solo nel lontano 2017 mentre la perdita di valore aggiunto accumulata in questi ultimi 4 anni ha riportato i salari al 1990. «Certo l’export tiene, è ancora il principale stimolo dell’attività economica regionale, toccando nel 2011 i 50 miliardi di euro – scrivono gli economisti di Via nazionale -, ma cresce meno della media nazionale. In particolare la piccola impresa, per com’è strutturata, fatica a mantenere la sua quota di vendite all’estero». Ad esempio la percentuale di export verso i paesi Bric (Brasile, India e Cina) che crescono di più nell’ultimo decennio è salita dal 3,5 all’ 8,5% del totale, ma nello stesso periodo quella tedesca è aumentata del 12%. Inoltre nei settori tradizionali della moda e dell’arredamento, rispetto ai picchi del 2007, il sistema industriale veneto ha perso un decimo dei suoi addetti (65mila posti bruciati nell’ultimo triennio), mentre nelle costruzioni il valore delle produzioni si è ridotto di un quarto al netto dell’inflazione. In questo modo il Veneto si scopre meno ricco perché, il suo punto di forza, l’impresa diffusa di piccola dimensione, con la globalizzazione è finito sotto assedio. accelerando il processo di selezione e ristrutturazione industriale ed espellendo dal mercato le unità produttive meno efficienti.

Finora i veneti si sono adattati alla lunga emergenza intaccando la mole di risparmi messi da parte negli anni d’oro (lo sta facendo il 43% dei cittadini). La ricchezza privata delle famiglie resta robusta, vale quasi sei volte il pil di un anno. Modificando alcune tipologie di consumo, accorciando le ferie, lavorando un po’ (troppo) in nero, spalmando le spese e sfruttando la cassa integrazione che ha attutito la moria di occupati, il sistema finora ha retto. Ma per quanto si potrà continuare con l’aggiustamento al ribasso, se non si ricomincia a crescere?

Il Nordest ovviamente non è spacciato. Possiede molte frecce al suo arco: capacità produttiva, risorse umane, talenti creativi, sapienza artigiana ma deve fare in fretta: «fare sistema» è una parola abusata. Allora si usi «aggregare», più al passo coi tempi. Aggregare imprese, aggregare competenze, aggregare saperi e aggregare risorse. Storicamente lo ha fatto poco. Il Veneto, oggi più che mai, ha bisogno di visione strategica e di una leadership meno policentrica.

Dal punto di vista politico siamo alla fine di un ciclo che ha fatto del territorio e del locale quotati sul mercato elettorale il suo motore politico. E con esso delle culture che ne sono state espressione e portabandiera: leghismo su tutti ma anche quel localismo istituzionale post Tangentopoli fatto di governatori, sindaci cacicchi e moltiplicazione delle province. Una certa idea di territorio come “maso chiuso”, autosufficiente, “piccolo è bello” per forza. Il problema è che dopo 15 anni di regno forzista targato Galan e poco più di un paio firmati Zaia, il doge verde, non certo entusiasmanti, la crisi insieme alla ricentralizzazione di poteri e funzioni avviata dal governo tecnico ha prodotto una grande cesura. Politica, economica e culturale.

Il risultato è che dopo vent’anni di esposizione mediatica e di egemonia politico-culturale il nordest è immerso in un limbo: le domande su cui si era imposto a livello nazionale sono ancora tutte sul tavolo, inevase (tasse, burocrazia, federalismo e infrastrutture), ma i suoi attori non sembrano più avere la forza di far pesare gli interessi di territorio su larga scala. Come se la finestra di opportunità si fosse mestamente richiusa. Un’occasione sprecata. L’ennesima.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/marco-alfieri-spread-paron#ixzz2Ci2TfS1g

Marco Alfieri, Spread & Paron, Marsilio, p.144, € 10

Sulla “cosa” di Montezemolo.

NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

Per chi è bipolarista come me la “cosa” di Montezemolo non ha collocazione alcuna.

Voglio, esigo, vivo: per un Paese che abbia una maggioranza ed una opposizione.

Chiunque si metta in mezzo a questa chiarezza e la indebolisce è parte del problema del Paese e per me è un avversario politico.

Non ho pregiudizi su nessuno ma detesto gli inciuci.

Voglio strade da camminare insieme, idee: non conte e poi spartizioni.

Dentro Italia Futura non ho problemi a dirlo ci sono tanti bei cervelli (alcuni amici, non lo nego), ma il solo pensiero che Fini e Casini siano dentro quel progetto, scusate ma NON è possibile.

E’ fuori dalla storia del futuro.

E’ fuori dalla storia del progresso.

Non siete nati ancora e avete già un padre, più padri, da uccidere. Proteggo una forma di democrazia moderna (umilmente) e riconosco solo il bipolarismo, in modo testardo e senza appello. La…

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Una notte nel cuore dell’Europa: cosa significa essere donna a Bruxelles

All’inizio, fu il documentario. Quasi venti minuti di insulti e provocazioni a sfondo sessista raccolte dalla studentessa Sofie Peeters in una tranquilla giornata di sole a Bruxelles. “L’hotel, il letto, subito…”, “Allora, quel culetto…”, “Cagna”, “Puttana”. Insulti nell’orecchio, ad alta voce, in pieno giorno. Volti nascosti, ma riconoscibili da parenti e amici. Il documentario fa il giro della Rete. Viene ripreso dai mass media. Sofie Peeters riceve minacce da un gruppo islamista (Sharia4Belgium, ora dissolto). Durante un’intervista afferma che “il 95% dei molestatori” erano di origine araba. Apriti cielo. La Peeters scompare dal radar dei giornalisti.

Bruxelles, fine ottobre. Un venerdì mattina di lavoro, soleggiato, lungo boulevard Lemmonier nel quartiere di Annessennes. La strada dove Sofie Peeters ha girato “Femme de la rue” collega la stazione di Midi con quella Nord. Negli anni, all’immigrazione latinoamericana si è sostituita quella maghrebina. Pasticcerie arabe, librerie musulmane, fast food che vendono carne halal. Poche donne, molti uomini che camminano lentamente lungo i due lati della via.

“La città vera comincia da là, dove si trova la Borsa”, dice Daniel, immigrato romeno che mi siede vicino durante la colazione. Quando gli chiedo delle donne molestate per strada, pensa che stia cercando prostitute. Chiarita l’incomprensione, diventa un fiume in piena. Capisco subito che sono entrato in un quartiere “difficile”. “Li hanno messi tutti qui – dice, riferendosi agli immigrati arabi – e l’hanno chiamata ‘integrazione’”.

“Da queste parti ci sono problemi più gravi del culo di Sofie Peeters”, mi confermerà Linda Mondry, una giornalista indipendente che nel suo blog, Comingout, ha raccontato i retroscena del quartiere. “Devo spiegare che non sono una giornalista ‘del potere’. E solo allora mi aprono le porte. Sofie è giovane, ha fatto un lavoro puerile. Quando spieghi che non sei una prostituta, e rispondi senza paura, smettono di aggredirti”, racconta. “I giovani delle periferie agiate vengono qui la sera a devastarsi. Da quando hanno vietato di fumare nei locali si ritrovano tutti, ricchi e poverissimi, fianco a fianco in strada. Ed è allora che scoppiano le risse”. “Se dici che sei di Anneessens – è la sua opinione – i datori di lavoro ti cancellano dalla lista”.

La sensazione, che non mi abbandona durante tutta la giornata passata in strada, è di un mondo lontano anni luce da quello delle istituzioni europee. Povertà, noia, disoccupazione la fanno da padroni. “Non ho mai visto ragazze molestate qui. Vieni a trovarmi, ti faccio vedere come vivono gli immigrati”, mi propone Abdel, un marocchino incontrato sui gradini della Borsa. “Tra la notte e il giorno questo quartiere cambia aspetto. Ma le mie amiche non son mai state aggredite”, giura Bilal, giovanissimo commesso della libreria Ar-Rissala. “Qui è pericoloso, se sei giovane e hai una gonna. Ma lo è ancora di più dalle parti di Ixelles”, raccontano Chantal e Justine, sedute al bancone di un fast food.

Qui è pericoloso, se sei giovane e hai una gonna. Ma lo è ancora di più dalle parti di Ixelles

Qui conosco Charlotte, Aurélie e Lisa, della vicina scuola Francisco Ferrer. 19 anni, non hanno paura di essere aggredite, ma preferiscono spostarsi in gruppo quando si fa tardi. “Mi hanno strattonata il primo giorno di scuola”, racconta una delle tre. “Meglio non vestirsi in modo provocante”, aggiunge un’altra. Le tre ragazze, belghe “di fuori”, ritengono che le molestie siano la conseguenza della povertà e dell’esclusione sociale. Tantissime donne, qui, hanno una storia “spiacevole” da raccontare. C’è Licia, 24 anni, che si sente dire “puttana” mentre attraversa la strada. C’è Chiara, “sculacciata” in un tram, che pensa che “con più polizia avremmo meno paura”. Julie, 29, sa che “con l’età ho imparato a difendermi meglio. Prima dei 25 provi tutte le soluzioni: rispondi, ti vesti in modo diverso, resti in silenzio… Ma non funziona”.

Dall’inizio dell’anno, anche Bruxelles ha avuto la sua sezione di “Hollaback”. Nato nel 2005, a New York, è stato introdotto nella capitale belga da Angelika Hild, studentessa tedesca e stagista. “Arrivata a Bruxelles, ho avuto subito dei problemi – racconta, nel salotto di casa sua – Dicevano che ci avrei fatto il callo. Ma io ho il diritto di camminare per strada come un uomo”. Il sito di “Hollaback” raccoglie le storie delle ragazze aggredite, a una condizione: tralasciare ogni riferimento alle origini e alla classe sociale dell’assalitore. A cadenza regolare, sono organizzate le “chalk walk”, camminate notturne sui luoghi delle molestie, che vengono “marchiati” con dei gessetti.

Isabella Lenarduzzi ha lanciato JUMP, network dedicato alle donne in carrieraIl documentario della Peeters ha avuto il merito di valorizzare il lavoro di tante associazioni e campagne anti-sessiste. “Se inizi a fare attenzione a come ti vesti, non finisci più di aver paura – dice Isabella Lenarduzzi, madrina della campagna di sensibilizzazione “Touche pas à ma pote” –Da figlia di un immigrato italiano, mi sono battuta per i diritti degli stranieri. Ma oggi i figli di molti immigrati sono segregati in una parte di Bruxelles che non è europea. Se il loro unico modello diventa il paese (e la cultura?) dei genitori, crescono senza assimilare i principi fondatori europei, tra cui quello dell’uguaglianza tra uomini e donne”. “Per loro, se non hai il velo, sei una puttana – aggiunge – Noi dobbiamo essere al fianco di quelle che lottano per essere rispettate. Prima di tutto, le donne immigrate di 2° e 3° generazione”.

E infine, eccoci tornati sul luogo del delitto. Chiara de Capitani, 24 anni, nata in Belgio da italiani, accetta di camminare alle sette di sera lungo boulevard Lemmonier. La seguo a dieci metri di distanza. Le luci alte, le strade che sembrano essere diventate più strette dal giorno alla notte, la prospettiva che si allunga all’infinito. La camminata di Chiara è regolare. Un ragazzo si alza dai tavolini del bar, le sussurra qualcosa, ridendo, all’orecchio. Trattengo il fiato. Non succede niente e completiamo il giro.

Seduti sui gradini della Borsa, Chiara dice di essersi sentita “tranquilla” durante la camminata, addirittura “sorpresa” che nessuno l’abbia molestata. “In buona parte è stata una fortuna, ma credo sia dovuto al fatto che sono una abbastanza sicura di sé”, dice. Mentre trascrivo la sua testimonianza, un uomo in bicicletta si avvicina a una ragazza, seduta vicino a noi. Le urla addosso con rabbia, in una lingua tutta sua, e scappa via sotto lo sguardo indifferente delle persone. Ahia…

Jacopo Franchi, cafebabel.it