Appunti per gli Stati Generali della cultura

Le politiche culturali in Italia chiamano al rinnovamento, un rinnovamento che purtroppo neanche l’attuale governo, nell’urgenza della crisi, è riuscito a portare.

Domani, 15 novembre (ndr, oggi per chi legge), si terranno a Roma gli Stati Generali della Cultura : quale migliore occasione per rilanciare i temi più volte dibattuti in questa sede? Quattro saranno i Ministri del governo Monti presenti all’evento (Fabrizio Barca, Ministro della Coesione Territoriale, Lorenzo Ornaghi, Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico delle Infrastrutture e dei Trasporti) ed è a loro che vogliamo rivolgerci, dopo una breve premessa del come e perché di questo evento.

Stati Generali della Cultura: cosa, dove, come e perché?

Quest’anno il Sole 24 Ore ha lanciato una splendida iniziativa che nessuno in Italia, tecnico o politico di turno, si era mai preso la briga di proporre: identificare i 5 punti chiave della politica culturale italiana e farne un manifesto politico che possa poi avviare una discussione tecnica sul tema. Il Manifesto mette giustamente la cultura al centro di un nuovo modello di crescita e sviluppo a cui l’Italia dovrebbe auspicare. Nello specifico, il Manifesto propone:

1. Una Costituente per la cultura che promuova una concezione allargata di cultura, che contribuisca allo “sviluppo” non tanto in chiave economicistico-quantitativa, incentrata sull’aumento del Pil, quanto a un’idea di benessere collettivo che la commissione mista Cnel-Istat sta cercando di misurare includendo appunto cultura e tutela del paesaggio e dell’ambiente tra i parametri da considerare. Si tratta di un punto fondamentale. Nonostante la questione della definizione di cultura rimanga tutt’oggi irrisolta mi allineo all’idea del Sole 24 Ore proponendo un’idea di “cultura come risorsa” come definita qui. La cultura è fonte di memoria e identità da preservare. Ma è anche fonte di nuove idee e di “materia” che nutre la futura produzione culturale nonché strategie di differenziazione:

“Culture ensures sustainable development as it shapes and communicates identities and values but also aids the “diversification of mono-cultural economies and facilitates a more competitive development platform” (Nurse, 2006).

2. Strategie di lungo periodo che mettano la cultura al centro dell’azione di governo come condizione per garantire un futuro ai giovani. Come non appoggiare questo secondo punto? Tutte le politiche pubbliche, e ancora di più quelle culturali, peccano di miopia. Delle strategie di lungo periodo permetterebbero di ben investire le risorse di oggi con l’idea di costruire il futuro di domani. La cultura è tra queste risorse, per i motivi appena detti.

3. Cooperazione tra i ministeri. Senz’altro. “Bisogna smettere di considerare le politiche culturali come una politiche settoriali. Si tratta di politiche territoriali”, come ha detto bene Raffaella florio di ReCS (Rete delle Città Strategiche) nel suo intervento a Ravello Lab. Mi trovo molto d’accordo con quest’affermazione e, anche se l’accento sul territorio è meno presente nel Manifesto, la cooperazione tra Ministeri ben rientra in questa visione di politica. La cultura, per la sua natura trasversale e cross-settoriale, va necessariamente inclusa nel portafoglio di diversi Ministeri, prima di tutto quello dell’Istruzione e dei Beni Culturali, ma anche quello dell’Economia, della Coesione Territoriale e degli Affari Esteri. A livello regionale, è ancora più evidente come un’efficace azione politica richieda l’inclusione della cultura nelle agende di lavoro degli assessorati all’ambiente, per esempio, o alle infrastrutture, per non parlare delle politiche sociali e di innovazione.

4. L’arte a scuola, il merito e la cultura scientifica. Il Manifesto ha il grande merito di inserire nel discorso sulla cultura il sistema educativo. Come pensare di creare dei “fruitori” di cultura se non partendo dalle scuole? Come pensare di premiare e incoraggiare una “creatività culturale” se non modificando le “condizioni” di apprendimento dei più o meno giovani? Il Manifesto propone di dare il giusto valore all’educazione artistica ma anche, più “semplicemente”, alla creatività nelle scuole senza tralasciare la cultura scientifica. Tra l’altro, il dibattito sulle possibili connessioni tra arte e scienza è più vivo che mai, come dimostrano recenti progetti e iniziative in Italia e in Europa.

5. Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale. Per chiudere, il Manifesto punta alle risorse. L’Italia è da anni in una situazione di stallo. Si è tentato con la cosiddetta “privatizzazione” dei musei e degli enti lirici di fare entrare i privati in diversi modi in questo settore. I risultati sono pero ancora miseri, o perché le leggi sugli sgravi non si conoscono o per mancanza di una “cultura dell’investimento in cultura” che non è stata bene affrontata. E’ mancato inoltre un adeguato coinvolgimento dei privati a fronte di un’ampia produzione normativa in cui sicuramente l’Italia l’eccelle. Ma i sistemi non si cambiano con le leggi. Occorre creare gli incentivi giusti, a livello di singola impresa (incentivi) e di comunità imprenditoriale (per es in relazione al branding o alla CSR).

I temi chiave da portare al tavolo

Ci fa molto piacere constatare che alcuni dei temi in agenda per il 15 novembre siano analoghi a quelli proposti da noi in questi mesi.

Si parla innanzitutto di cultura e sviluppo locale/territorio. Oggi più che mai si ha coscienza della connotazione territoriale della produzione culturale nonché della facilità, per i territori, di connettere i giusti player, favorire i flussi di informazione e incoraggiare sperimentazione e innovazione.

Si tratterà inoltre l’annoso tema degli enti lirici (con un intervento di Antonio Cognata, Sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, meritevole di un ottimo lavoro condotto in questi anni nonostante per motivi non chiari adesso rischi di essere cacciato dal nuovo sindaco Orlando). Anche noi ne abbiamo parlato, mettendo in luce la necessità di attuare una riforma di circa quarant’anni fa che permetterebbe ai teatri di innovare la propria gestione e al sistema i criteri di finanziamento allo spettacolo (più orientati alla sperimentazione).

Ci sono altri temi che speriamo verranno fuori durante il dibattito:

1. “Patrimonio + Industrie Culturali e Creative”: in Italia è necessario creare delle politiche che vadano oltre la tutela del patrimonio e che tengano conto del potenziale delle produzione culturale e creativa italiana (dal cinema, alla moda, al design) per rilanciare la competitivtià del sistema paese; in effetti, l’idea di parlare di cultura e nuove piattaforme digitali (tra i temi del dibattito) è lodevole, settore in cui l’Italia dovrebbe essere leader mondiale.

2. Cultura e Europa: questo è un punto chiave, soprattutto adesso che si stanno negoziando i nuovi programmi di finanziamento 2014-2020. Come ribadito altrove, è necessario che l’Italia si posizioni sul tema e metta al centro del suo programma politico un concetto allargato di cultura che si rifletta nella nuova Politica di Coesione 2014-2020. I fondi regionali europei FESR ed FSE offrono delle ottime opportunità per coniugare cultura e sviluppo.

Interessantissime e concrete, inoltre, le proposte del Prof. Pier Luigi Sacco (tra gli speaker) che sottoscriviamo alla lettera: facilitazione dell’accesso al credito attraverso il nuovo fondo di garanzia europeo per il settore, la creazione di un’agenzia italiana di esportazione, la messa in piedi di strategie di branding e una maggiore integrazione della produzione creativa nel manifatturiero di qualità.

Per un’Italia che con la cultura “mangi” (ma per bene)

Qualche tempo fa si leggeva che la Biblioteca Regionale Siciliana, con sede a Palermo, conta qualcosa come 160 dipendenti contro 300 visite al giorno. In effetti, in Italia con “la cultura si mangia” eccome, vien da dire. Tuttavia, non è di questo tipo di “abbuffate” che abbiamo bisogno. L’investimento pubblico è imprescindibile per uno sviluppo “a base culturale”. Basti pensare ai costi di un teatro d’opera o anche solo a quelli di un film. Il finanziamento pubblico NON DEVE sostituire quello privato, ma fare da ponte, identificare le situazioni di eccellenza e incentivare altri finanziatori. Il finanziamento pubblico, però, serve anche a favore la sperimentazione, costosa e rischiosa, e la diversità, che non sempre il privato è disposto a sostenere (anche se oggi la situazione sta parecchio cambiando con imprese come Google).Senza il pubblico non avremmo probabilmente casi studio interessanti come quello di Nantes, di Berlino o di Tartu, che hanno (in contesti diversissimi) saputo integrare la cultura nelle loro straetgie di sviluppo anche grazie ad un uso sapiente dei fondi pubblici e, in particolare, dei Fondi Strutturali (FESR ed FSE).

Le ambizioni sono alte, cosi come le attese. Innanzitutto ringraziamo il Sole 24 Ore per l’iniziativa, e ci auguriamo che sia solo l’inizio di un nuovo percorso culturale per la crescita e lo sviluppo del nostro Paese.

Valentina Montalto

Nata a Palermo nel 1985, è ricercatrice e consulente presso KEA European Affairs, agenzia di consulenza strategica con sede a Bruxelles specializzata nel settore delle industrie culturali e creative. Per LSDP si occupa delle relazioni tra economia e cultura.

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