PER RIANIMARE LA RAPPRESENTAZIONE DEL CORPO DELLE DONNE

di Luisella Aprà

 

Siamo consapevoli che due temi spesso distinti dalle politiche tradizionali, da una parte l’aspetto culturale, dall’altra quello economico sociale siano in realtà due aspetti della stessa questione?

Il modello culturale dominante propaganda una malata relazione tra i sessi, l’immagine femminile viene deformata dai media che ricorrono a stereotipi sessuali, con una donna sempre ammiccante e disponibile, pronta a compiacere all’uomo. In molti casi il ruolo seduttivo e la disponibilità allo scambio sessuale diventano la scorciatoia per studiare, lavorare, rincorrere il facile successo, a discapito del merito e della competenza. Molte donne pur di non sentirsi invisibili cedono alla tentazione e accettano di far violentare il proprio corpo dal bisturi che omologa volti, seni, glutei, espropriando la donna da ogni espressione autentica e personale. Vediamo corpi fissati in una staticità che non può essere attraversata dal tempo, quindi dalla storia e dalla vita. Il cambiamento economico, sociale passa anche attraverso quello simbolico. Un immaginario collettivo che in modo onnipotente e illusorio pretende di rimuovere lo scorrere del tempo non è in grado nemmeno di proiettarsi in un futuro di miglioramento.

La riduzione del corpo a merce espropria la donna dalla possibilità di cogliere liberamente la ricchezza del desiderio, la sua forza generativa, le sue trasformazioni e i suoi limiti, il legame indissolubile tra mente e corpo, tra affettività e razionalità.

Dis-animando la donna una società dis-anima se stessa. Il problema della mercificazione del corpo e dell’anima delle donne è dunque un problema politico.L’incremento della violenza fisica, sessuale, psicologica economica e sociale sulla donna può essere ricondotto al clima culturale di degrado etico morale  e civile di questo tormentato periodo storico che stiamo vivendo.

Si assiste ad un generale analfabetismo affettivo ed emozionale, quindi relazionale, l’immaginario e la comunicazione verbale e non verbale delle persone si omologano ai modelli mediatici dominanti con un progressivo svuotamento delle capacità di critica e di riflessione individuale e collettiva a vantaggio di un regime ideologico che anestetizza qualunque forma di autonomia e di libertà.

La comunicazione mediatica, umiliante per le donne, e per gli uomini, ha una ricaduta negativa anche sulle giovani e i giovani. Il disagio giovanile crescente si esprime in modo esplosivo con il bullismo anche di genere o in modo implosivo con la cultura dello sballo, le dipendenze, l’autoviolenza indotta come la trappola dell’anoressia, con la quale molte giovani e giovanissime con il corpo mutilato urlano il bisogno e la fame di amore e considerazione.

Il personale, inteso come storia personale vissuta, attraversata dal tempo delle emozioni, degli affetti e delle relazioni umane, scandita dai progetti di vita condivisi o dalle solitudini, dalle umiliazioni e dal dolore, del momento che si esprime in un linguaggio collettivo dominante, attraversato anche dalla rappresentazione simbolica,  è sempre politico.

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Le Veline: esempio di riduzione delle donne a meri oggetti

Il sentire e il pensare al femminile parte dall’esperienza vissuta e, se riconosciuto come forza, prima di tutto da noi donne, se condiviso e valorizzato anche dagli uomini, permette una comprensione del mondo più articolata e complessa, con la possibilità di progettare e agire per un cambiamento sociale, etico, economico e culturale dove anche la sessualità, l’affettività e l’intelligenza si liberano dalla mercificazione in una visione di rispetto reciproco tra i generi e di arricchimento personale e collettivo.

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