La riforma delle province: si può fare di meglio

di Marco Zanette

La scomparsa delle province, preceduta da un breve periodo di trasfigurazione delle medesime, e la trasmutazione di alcune di esse in città metropolitane è ormai un mantra ossessivamente ripetuto, tanto da apparire la cosa più naturale ed ovvia.

Tuttavia, sarebbe bene separare l’eliminazione delle province dalla creazione delle città metropolitane. Tenendo presente che ciò che vale per la prima operazione (spending review e semplificazione dei livelli amministrativi) deve valere anche per la seconda.

C’è poco da dire circa le premesse che rendono necessaria l’operazione nei confronti delle province (la loro proliferazione recente, i relativi costi, la necessità di semplificare il sistema dei livelli di amministrazione locale e di garantire piuttosto l’efficienza complessiva) e non possiamo dimenticare come l’intervento chirurgico sia stato troppo a lungo rimandato, anche per via di una irragionevole “decimazione” tentata dal governo “tecnico” di Monti.  E occorre pure tener conto che l’eliminazione dovrà ora essere necessariamente progressiva, agendo subito con legge ordinaria, data la tempistica per la revisione costituzionale.
Che, poi la fase transitoria e finale di esistenza delle province, come prevista dal disegno di legge governativo, sia discutibile è ovvio, ma, forse, data la sua breve durata (fino all’eliminazione dell’istituzione “provincia” dalla carta costituzionale), è anche abbastanza trascurabile.
Piuttosto, ciò che sconcerta è l’assenza, anche dal dibattito  politico in corso, di un approfondimento su come portare in altri enti le funzioni ora esercitate dalle province (anche tenendo conto delle molte funzioni ad esse delegate dalle regioni e del conseguente necessario riassetto degli uffici) e su come razionalizzare la gestione del territorio in modo più organico per settori e materie di rilievo.  Probabilmente ai numerosi italiani che hanno subito le ultime alluvioni interesserebbe un governo efficiente ed efficace  dei fiumi, come ce lo chiede da tempo l’Europa (Direttiva 2000/60/CE), mentre i nostri porti hanno bisogno di un governo meno campanilistico e più capace di competere in Europa (aggregando dunque le attuali autorità portuali), ecc. ecc..
Quanto alla riorganizzazione dei comuni, va certamente bene insistere per incentivarne le fusioni, lì dove è possibile perché si trova il consenso della popolazione, ma maggiori risultati di efficienza si possono avere insistendo sulle opportunità di funzionamento a rete dei comuni così come sono, per condividere alcune strutture.   Ad esempio, cosa impedisce a più comuni di condividere centrali operative a funzionamento H24 per polizia municipale ed emergenze ? oppure strutture per la gestione di determinati servizi ? oppure perchè la Regioni non determinano che certi ambiti di pianificazione non possano che essere sovracomunali (forse che non sarebbe ragionevole un solo piano urbanistico di tutti i comuni di una vallata ?).

Ciò che non sfugge al cittadino comune è che l’idea di dar ora corpo alle città metropolitane, già previste per legge agli inizi degli anni 90 del secolo scorso, si accompagna, forse non a caso, al tramonto delle province.    Ora, se venti e passa anni non hanno prodotto nulla, neppure nella definizione degli ambiti territoriali e delle concrete competenze di questi nuovi organi, forse questo dovrebbe significare qualcosa rispetto alla loro reale necessità.  Certo, a contrario, si potrebbe dire che forse le grame esperienze sul campo di questi anni si sarebbero potute evitare con un adeguato livello di governo, strategico, di area vasta (ma si sarebbero sul serio risparmiate duplicazioni di stadi, università, aeroporti, ecc. ecc. ? e cosa impediva ai comuni di fare accordi di programma ? fondere aziende partecipate ? ecc. ecc.).
Comunque, manca sul tavolo qualcosa che giustifichi realmente che, oltre a Roma Capitale (con ordinamento a sè stante), servono ben 9 città metropolitane (di cui solo 4 sopra il milione di abitanti) che ben poco hanno a che vedere con le dimensioni metropolitane di altri paesi europei. Invece, gli automatismi previsti dall’attuale disegno di legge, per trasformare le esistenti province in future città metropolitane, lasciano sospettare che sotto ci siano i soliti meccanismi di autoconservazione di certa classe politica.  A Venezia, per esempio, nel paio di decenni trascorsi a pensare alla relativa città metropolitana, questa è stata immaginata a dimensione assai elastica, da Venezia con i pochi comuni dell’immediato entroterra alla conurbazione di Venezia, Padova e Treviso; ora essa avrebbe la dimensione della sola provincia veneziana che in verità per la parte nord-orientale si relaziona assai più col Friuli che con Venezia.
Insomma, magari sarebbe il caso di fare un passo alla volta:  intanto ridistribuiamo i poteri delle province, poi le aboliamo, poi vediamo …Non siamo all’Anno Mille e, se c’è una crociata da fare non è per le città metropolitane, ma per ridurre la distanza, cresciuta in questi ultimi decenni, tra cittadini e vita politica e amministrazione pubblica.

 

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