La riforma delle province: si può fare di meglio

di Marco Zanette

La scomparsa delle province, preceduta da un breve periodo di trasfigurazione delle medesime, e la trasmutazione di alcune di esse in città metropolitane è ormai un mantra ossessivamente ripetuto, tanto da apparire la cosa più naturale ed ovvia.

Tuttavia, sarebbe bene separare l’eliminazione delle province dalla creazione delle città metropolitane. Tenendo presente che ciò che vale per la prima operazione (spending review e semplificazione dei livelli amministrativi) deve valere anche per la seconda.

C’è poco da dire circa le premesse che rendono necessaria l’operazione nei confronti delle province (la loro proliferazione recente, i relativi costi, la necessità di semplificare il sistema dei livelli di amministrazione locale e di garantire piuttosto l’efficienza complessiva) e non possiamo dimenticare come l’intervento chirurgico sia stato troppo a lungo rimandato, anche per via di una irragionevole “decimazione” tentata dal governo “tecnico” di Monti.  E occorre pure tener conto che l’eliminazione dovrà ora essere necessariamente progressiva, agendo subito con legge ordinaria, data la tempistica per la revisione costituzionale.
Che, poi la fase transitoria e finale di esistenza delle province, come prevista dal disegno di legge governativo, sia discutibile è ovvio, ma, forse, data la sua breve durata (fino all’eliminazione dell’istituzione “provincia” dalla carta costituzionale), è anche abbastanza trascurabile.
Piuttosto, ciò che sconcerta è l’assenza, anche dal dibattito  politico in corso, di un approfondimento su come portare in altri enti le funzioni ora esercitate dalle province (anche tenendo conto delle molte funzioni ad esse delegate dalle regioni e del conseguente necessario riassetto degli uffici) e su come razionalizzare la gestione del territorio in modo più organico per settori e materie di rilievo.  Probabilmente ai numerosi italiani che hanno subito le ultime alluvioni interesserebbe un governo efficiente ed efficace  dei fiumi, come ce lo chiede da tempo l’Europa (Direttiva 2000/60/CE), mentre i nostri porti hanno bisogno di un governo meno campanilistico e più capace di competere in Europa (aggregando dunque le attuali autorità portuali), ecc. ecc..
Quanto alla riorganizzazione dei comuni, va certamente bene insistere per incentivarne le fusioni, lì dove è possibile perché si trova il consenso della popolazione, ma maggiori risultati di efficienza si possono avere insistendo sulle opportunità di funzionamento a rete dei comuni così come sono, per condividere alcune strutture.   Ad esempio, cosa impedisce a più comuni di condividere centrali operative a funzionamento H24 per polizia municipale ed emergenze ? oppure strutture per la gestione di determinati servizi ? oppure perchè la Regioni non determinano che certi ambiti di pianificazione non possano che essere sovracomunali (forse che non sarebbe ragionevole un solo piano urbanistico di tutti i comuni di una vallata ?).

Ciò che non sfugge al cittadino comune è che l’idea di dar ora corpo alle città metropolitane, già previste per legge agli inizi degli anni 90 del secolo scorso, si accompagna, forse non a caso, al tramonto delle province.    Ora, se venti e passa anni non hanno prodotto nulla, neppure nella definizione degli ambiti territoriali e delle concrete competenze di questi nuovi organi, forse questo dovrebbe significare qualcosa rispetto alla loro reale necessità.  Certo, a contrario, si potrebbe dire che forse le grame esperienze sul campo di questi anni si sarebbero potute evitare con un adeguato livello di governo, strategico, di area vasta (ma si sarebbero sul serio risparmiate duplicazioni di stadi, università, aeroporti, ecc. ecc. ? e cosa impediva ai comuni di fare accordi di programma ? fondere aziende partecipate ? ecc. ecc.).
Comunque, manca sul tavolo qualcosa che giustifichi realmente che, oltre a Roma Capitale (con ordinamento a sè stante), servono ben 9 città metropolitane (di cui solo 4 sopra il milione di abitanti) che ben poco hanno a che vedere con le dimensioni metropolitane di altri paesi europei. Invece, gli automatismi previsti dall’attuale disegno di legge, per trasformare le esistenti province in future città metropolitane, lasciano sospettare che sotto ci siano i soliti meccanismi di autoconservazione di certa classe politica.  A Venezia, per esempio, nel paio di decenni trascorsi a pensare alla relativa città metropolitana, questa è stata immaginata a dimensione assai elastica, da Venezia con i pochi comuni dell’immediato entroterra alla conurbazione di Venezia, Padova e Treviso; ora essa avrebbe la dimensione della sola provincia veneziana che in verità per la parte nord-orientale si relaziona assai più col Friuli che con Venezia.
Insomma, magari sarebbe il caso di fare un passo alla volta:  intanto ridistribuiamo i poteri delle province, poi le aboliamo, poi vediamo …Non siamo all’Anno Mille e, se c’è una crociata da fare non è per le città metropolitane, ma per ridurre la distanza, cresciuta in questi ultimi decenni, tra cittadini e vita politica e amministrazione pubblica.

 

Verso la terza repubblica?

La composita aggregazione per la Terza Repubblica, che ha iniziato a muovere i suoi passi sabato scorso a Roma, è – come ha già notato Ceccanti – l’immagine stessa del fallimento del Pd: partito che era nato precisamente per mettere insieme riformisti laici e cattolici, sinistra liberal e centro progressista, lavoratori postfordisti e imprenditori leali e innovativi, sulla base di un comune senso civico e delle istituzioni. Il Pd è oggi tutt’altra cosa: un partito di sinistra stanca, che oscilla tra richiami della foresta e sforzi di innovazione, che non riesce a decidersi tra le necessità dell’austerità e le tentazioni del keynesismo, e si barcamena tra posizioni opposte e quindi, inevitabilmente, scontenta tutti. Come si evince dalla sua incapacità, anche in una fase di terremoto politico come questa, di intercettare il voto in uscita da tanti partiti in crisi o in dissoluzione.

Eppure il successo, anche in termini di sondaggi, delle primarie dice che ci sarebbe un bacino molto maggiore di quello di cui i dirigenti democratici si accontentano. Bisognerebbe dire che preferiscono accontentarsi di questo, e impegnarsi in una squallida e impopolare battaglia per un premietto di maggioranza, piuttosto che tentare di sciogliere i nodi che imprigionano il centrosinistra ormai da decenni: la riforma della Costituzione, il ruolo del sindacato, il tema della produttività, una nuova concezione della giustizia sociale. Il risultato è che la riforma della Costituzione rischia di farla Grillo, i sindacati sono sempre più divisi, e la CGIL, sempre più schiacciata su posizioni radicali, ancora saldamente alla base della constituency del Pd.

Quello presentato da Montezemolo e Riccardi sembra un progetto un po’ diverso da quello classico del Centro, come rivelano le tensioni con Casini. Sembra fondato su una intenzione propositiva – quella di proseguire nell’opera di risanamento e riforma del paese, avviata dal governo Monti – più che da quella tutta residuale di fare l’ago della bilancia. Tuttavia è palpabile, nel progetto, un’impronta democristiana, anche se della migliore Dc, quella laica e riformista dell’epoca degasperiana. Le metafore usate da Montezemolo sono rivelatrici: ha parlato di una vera ricostruzione della nazione, e di un voto importante come quello del 18 aprile. Ricostruire, se il riferimento è, come pare evidente, al dopoguerra, significa costruire un paese nuovo, che finora non c’è stato. Come non essere d’accordo?

E’ difficile dire se questo progetto riuscirà o se affonderà nella palude della politica italiana. O se si rivelerà nient’altro che una brusca curva a U verso la Prima Repubblica. Inevitabile però, per chi da più di vent’anni ha lottato dall’interno per il rinnovamento della sinistra, per la sua capacità di farsi interprete delle esigenze di sviluppo e di riforma della nostra società, un sentimento di malinconia. Rischiano di venire travolti gli obiettivi di una intera fase storica: bipolarismo, rafforzamento delle istituzioni, costruzione di una sinistra veramente postcomunista. E non ci resterà che sperare che qualcun altro riesca a realizzare quella rottura della gabbia corporativista e protezionistica della società, che a noi non è riuscito di fare.

Claudia Mancina

Appunti per gli Stati Generali della cultura

Le politiche culturali in Italia chiamano al rinnovamento, un rinnovamento che purtroppo neanche l’attuale governo, nell’urgenza della crisi, è riuscito a portare.

Domani, 15 novembre (ndr, oggi per chi legge), si terranno a Roma gli Stati Generali della Cultura : quale migliore occasione per rilanciare i temi più volte dibattuti in questa sede? Quattro saranno i Ministri del governo Monti presenti all’evento (Fabrizio Barca, Ministro della Coesione Territoriale, Lorenzo Ornaghi, Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico delle Infrastrutture e dei Trasporti) ed è a loro che vogliamo rivolgerci, dopo una breve premessa del come e perché di questo evento.

Stati Generali della Cultura: cosa, dove, come e perché?

Quest’anno il Sole 24 Ore ha lanciato una splendida iniziativa che nessuno in Italia, tecnico o politico di turno, si era mai preso la briga di proporre: identificare i 5 punti chiave della politica culturale italiana e farne un manifesto politico che possa poi avviare una discussione tecnica sul tema. Il Manifesto mette giustamente la cultura al centro di un nuovo modello di crescita e sviluppo a cui l’Italia dovrebbe auspicare. Nello specifico, il Manifesto propone:

1. Una Costituente per la cultura che promuova una concezione allargata di cultura, che contribuisca allo “sviluppo” non tanto in chiave economicistico-quantitativa, incentrata sull’aumento del Pil, quanto a un’idea di benessere collettivo che la commissione mista Cnel-Istat sta cercando di misurare includendo appunto cultura e tutela del paesaggio e dell’ambiente tra i parametri da considerare. Si tratta di un punto fondamentale. Nonostante la questione della definizione di cultura rimanga tutt’oggi irrisolta mi allineo all’idea del Sole 24 Ore proponendo un’idea di “cultura come risorsa” come definita qui. La cultura è fonte di memoria e identità da preservare. Ma è anche fonte di nuove idee e di “materia” che nutre la futura produzione culturale nonché strategie di differenziazione:

“Culture ensures sustainable development as it shapes and communicates identities and values but also aids the “diversification of mono-cultural economies and facilitates a more competitive development platform” (Nurse, 2006).

2. Strategie di lungo periodo che mettano la cultura al centro dell’azione di governo come condizione per garantire un futuro ai giovani. Come non appoggiare questo secondo punto? Tutte le politiche pubbliche, e ancora di più quelle culturali, peccano di miopia. Delle strategie di lungo periodo permetterebbero di ben investire le risorse di oggi con l’idea di costruire il futuro di domani. La cultura è tra queste risorse, per i motivi appena detti.

3. Cooperazione tra i ministeri. Senz’altro. “Bisogna smettere di considerare le politiche culturali come una politiche settoriali. Si tratta di politiche territoriali”, come ha detto bene Raffaella florio di ReCS (Rete delle Città Strategiche) nel suo intervento a Ravello Lab. Mi trovo molto d’accordo con quest’affermazione e, anche se l’accento sul territorio è meno presente nel Manifesto, la cooperazione tra Ministeri ben rientra in questa visione di politica. La cultura, per la sua natura trasversale e cross-settoriale, va necessariamente inclusa nel portafoglio di diversi Ministeri, prima di tutto quello dell’Istruzione e dei Beni Culturali, ma anche quello dell’Economia, della Coesione Territoriale e degli Affari Esteri. A livello regionale, è ancora più evidente come un’efficace azione politica richieda l’inclusione della cultura nelle agende di lavoro degli assessorati all’ambiente, per esempio, o alle infrastrutture, per non parlare delle politiche sociali e di innovazione.

4. L’arte a scuola, il merito e la cultura scientifica. Il Manifesto ha il grande merito di inserire nel discorso sulla cultura il sistema educativo. Come pensare di creare dei “fruitori” di cultura se non partendo dalle scuole? Come pensare di premiare e incoraggiare una “creatività culturale” se non modificando le “condizioni” di apprendimento dei più o meno giovani? Il Manifesto propone di dare il giusto valore all’educazione artistica ma anche, più “semplicemente”, alla creatività nelle scuole senza tralasciare la cultura scientifica. Tra l’altro, il dibattito sulle possibili connessioni tra arte e scienza è più vivo che mai, come dimostrano recenti progetti e iniziative in Italia e in Europa.

5. Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale. Per chiudere, il Manifesto punta alle risorse. L’Italia è da anni in una situazione di stallo. Si è tentato con la cosiddetta “privatizzazione” dei musei e degli enti lirici di fare entrare i privati in diversi modi in questo settore. I risultati sono pero ancora miseri, o perché le leggi sugli sgravi non si conoscono o per mancanza di una “cultura dell’investimento in cultura” che non è stata bene affrontata. E’ mancato inoltre un adeguato coinvolgimento dei privati a fronte di un’ampia produzione normativa in cui sicuramente l’Italia l’eccelle. Ma i sistemi non si cambiano con le leggi. Occorre creare gli incentivi giusti, a livello di singola impresa (incentivi) e di comunità imprenditoriale (per es in relazione al branding o alla CSR).

I temi chiave da portare al tavolo

Ci fa molto piacere constatare che alcuni dei temi in agenda per il 15 novembre siano analoghi a quelli proposti da noi in questi mesi.

Si parla innanzitutto di cultura e sviluppo locale/territorio. Oggi più che mai si ha coscienza della connotazione territoriale della produzione culturale nonché della facilità, per i territori, di connettere i giusti player, favorire i flussi di informazione e incoraggiare sperimentazione e innovazione.

Si tratterà inoltre l’annoso tema degli enti lirici (con un intervento di Antonio Cognata, Sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, meritevole di un ottimo lavoro condotto in questi anni nonostante per motivi non chiari adesso rischi di essere cacciato dal nuovo sindaco Orlando). Anche noi ne abbiamo parlato, mettendo in luce la necessità di attuare una riforma di circa quarant’anni fa che permetterebbe ai teatri di innovare la propria gestione e al sistema i criteri di finanziamento allo spettacolo (più orientati alla sperimentazione).

Ci sono altri temi che speriamo verranno fuori durante il dibattito:

1. “Patrimonio + Industrie Culturali e Creative”: in Italia è necessario creare delle politiche che vadano oltre la tutela del patrimonio e che tengano conto del potenziale delle produzione culturale e creativa italiana (dal cinema, alla moda, al design) per rilanciare la competitivtià del sistema paese; in effetti, l’idea di parlare di cultura e nuove piattaforme digitali (tra i temi del dibattito) è lodevole, settore in cui l’Italia dovrebbe essere leader mondiale.

2. Cultura e Europa: questo è un punto chiave, soprattutto adesso che si stanno negoziando i nuovi programmi di finanziamento 2014-2020. Come ribadito altrove, è necessario che l’Italia si posizioni sul tema e metta al centro del suo programma politico un concetto allargato di cultura che si rifletta nella nuova Politica di Coesione 2014-2020. I fondi regionali europei FESR ed FSE offrono delle ottime opportunità per coniugare cultura e sviluppo.

Interessantissime e concrete, inoltre, le proposte del Prof. Pier Luigi Sacco (tra gli speaker) che sottoscriviamo alla lettera: facilitazione dell’accesso al credito attraverso il nuovo fondo di garanzia europeo per il settore, la creazione di un’agenzia italiana di esportazione, la messa in piedi di strategie di branding e una maggiore integrazione della produzione creativa nel manifatturiero di qualità.

Per un’Italia che con la cultura “mangi” (ma per bene)

Qualche tempo fa si leggeva che la Biblioteca Regionale Siciliana, con sede a Palermo, conta qualcosa come 160 dipendenti contro 300 visite al giorno. In effetti, in Italia con “la cultura si mangia” eccome, vien da dire. Tuttavia, non è di questo tipo di “abbuffate” che abbiamo bisogno. L’investimento pubblico è imprescindibile per uno sviluppo “a base culturale”. Basti pensare ai costi di un teatro d’opera o anche solo a quelli di un film. Il finanziamento pubblico NON DEVE sostituire quello privato, ma fare da ponte, identificare le situazioni di eccellenza e incentivare altri finanziatori. Il finanziamento pubblico, però, serve anche a favore la sperimentazione, costosa e rischiosa, e la diversità, che non sempre il privato è disposto a sostenere (anche se oggi la situazione sta parecchio cambiando con imprese come Google).Senza il pubblico non avremmo probabilmente casi studio interessanti come quello di Nantes, di Berlino o di Tartu, che hanno (in contesti diversissimi) saputo integrare la cultura nelle loro straetgie di sviluppo anche grazie ad un uso sapiente dei fondi pubblici e, in particolare, dei Fondi Strutturali (FESR ed FSE).

Le ambizioni sono alte, cosi come le attese. Innanzitutto ringraziamo il Sole 24 Ore per l’iniziativa, e ci auguriamo che sia solo l’inizio di un nuovo percorso culturale per la crescita e lo sviluppo del nostro Paese.

Valentina Montalto

Nata a Palermo nel 1985, è ricercatrice e consulente presso KEA European Affairs, agenzia di consulenza strategica con sede a Bruxelles specializzata nel settore delle industrie culturali e creative. Per LSDP si occupa delle relazioni tra economia e cultura.

Il compromesso per la governabilità

Prima delle elezioni siciliane il progetto di riforma elettorale su cui i partiti stavano lavorando si basava sulla sostituzione dell’attuale premio di maggioranza con un premio di governabilità in cifra fissa. Dopo mesi di trattative l’accordo era stato raggiunto su un premio del 12,5%. Al partito o alla coalizione con un voto più degli altri veniva dato alla Camera un bonus di 62 seggi. Questo era lo schema. Poi si è bloccato tutto per l’ennesima volta. La proposta di riforma presentata sulle pagine di questo giornale (si veda Il Sole 24 Ore di domenica) tende a superare l’impasse. L’idea di fondo è quella di modificare l’attuale sistema di voto lasciando in piedi un premio tale da garantire la maggioranza assoluta dei seggi al partito o alla coalizione con più voti ma alla condizione che ottengano almeno il 40% dei consensi. In questo caso gli verrebbe assegnato un premio tale da garantire il 54% dei seggi.

 Martedì scorso in Senato questo meccanismo è stato approvato anche se la soglia è stata fissata al 42,5% con il voto contrario di Pd e Idv. È un fatto positivo: rispetto allo schema pre-Sicilia questa soluzione offre ai partiti un’opportunità in più. Oggi è difficile immaginare che ci sia una coalizione in grado di arrivare a “quota 40″, ma quello che vale oggi potrebbe non valere domani. In fondo un premio che assicura la maggioranza assoluta dei seggi può spingere partiti affini a coalizzarsi prima del voto. Questo non è un fatto negativo. È invece un elemento di maggiore responsabilizzazione della classe politica. Perché le coalizioni che si fanno dopo il voto dovrebbero essere “migliori” di quelle che si fanno prima? Però affinché questo incentivo funzioni occorre che la soglia non sia troppo alta. Se lo fosse i partiti non sarebbero indotti ad aggregarsi. Anzi. Una soglia alta incoraggerebbe i partiti minori, soprattutto quelli più centrali, a stare fuori da ogni coalizione per giocare dopo il voto un ruolo pivotale contando sul fatto che il premio non venga assegnato.

Ma la soglia non esaurisce il problema della riforma. Visto che oggi è difficile che questa soglia venga raggiunta è cruciale che sotto la soglia ci sia un meccanismo che comunque garantisca un minimo di governabilità proprio nel caso in cui il premio di maggioranza non venga assegnato. Nella proposta citata questo meccanismo è un premio del 10% da dare al partito che ottiene più voti. Questo elemento non è stato recepito nel testo approvato in commissione al Senato. E molto probabilmente questo è il vero motivo della opposizione del Pd. In breve, nello schema approvato se nessuno raggiungesse la soglia tutti i seggi verrebbero assegnati con una formula proporzionale, quindi senza nessun correttivo. In pratica questo significa il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Se fosse confermata sarebbe una decisione grave. In questo quadro politico frammentato e volatile l’esito certo sarebbe l’ingovernabilità. Ci auguriamo quindi che il voto dell’altro giorno sia solo un episodio contingente legato a una trattativa complessa. Ci sono partiti che vogliono una soglia più alta e un premio di governabilità più basso. Ma se prevarrà la ragionevolezza un compromesso è possibile. In fondo il Pd, che è il partito che ha più da perdere dalla riforma elettorale, ha fatto un primo passo. Nello schema pre-Sicilia aveva accettato un premio del 12,5%, mentre oggi sarebbe disposto – pare – ad accettare un premio del 10%. Pone però una condizione: che questo premio più basso sia accompagnato dalla possibilità di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel caso in cui riuscisse a mettere insieme una coalizione che arrivi a “quota 40″. È una disponibilità da non sottovalutare. La prossima settimana vedremo se gli altri protagonisti della trattativa dimostreranno la stessa volontà di compromesso.

Roberto D’Alimonte

Vacui riformatori, veri resistenti

Sarebbe, in un certo senso, rassicurante attribuire le crescenti difficoltà parlamentari del governo Monti — dalla bocciatura dei tagli nella sanità allo stop sui tagli alle spese delle Regioni — solo alle fibrillazioni della campagna elettorale. Si potrebbe infatti dedurne che, se non fosse per la vicinanza delle elezioni, ci sarebbe più spazio per incidere sulla spesa e le sue disfunzioni. Ma non è così. Perché non sono solo i partiti ma un intero, variegato ma potentissimo, «blocco politico- amministrativo-giudiziario » a mettersi di traverso non appena si cerca di incidere (anche solo blandamente, come ha fatto fin qui, per lo più, il governo Monti) i bubboni del nostro sistema pubblico. Si pensi alle recenti sentenze della Corte costituzionale: dalla bocciatura dei tagli agli stipendi di magistrati e alti funzionari fino al «no» a un modesto provvedimento che mirava a ridurre i tempi della giustizia civile. Il premier Monti ha detto che l’Italia non ha bisogno di moderazione ma di «riforme radicali». Se non che, quel blocco politico- amministrativo-giudiziario di cui sopra è in grado di sabotare (con i più vari strumenti) persino le riforme blande. Figurarsi che cosa riuscirebbe a fare se qualche aspirante suicida politico si mettesse davvero in testa di fare tutte le «riforme radicali» che sarebbero necessarie: ne sa qualcosa il ministro Fornero che di riforme radicali, sfruttando la condizione di emergenza in cui si trovava l’Italia, è riuscita a farne almeno una, quella delle pensioni, e ha potuto constatare di persona quanto potente sia stato, e sia tuttora, il contrattacco. Per riforme radicali si devono intendere, logicamente, quelle capaci di modificare in profondità lo status quo. In Italia, significherebbe incidere sul sistema pubblico, ridurne il peso sulla società e, insieme, costringerlo a una maggiore efficienza, passare da un sistema pubblico grasso e inefficiente a uno magro e efficiente. Chi può avere la forza per fare una rivoluzione di questa portata? La resistenza degli interessi consolidati è tale che fare quella rivoluzione richiederebbe un «centro» (un governo), non forte ma fortissimo, così forte da piegare e sconfiggere gli innumerevoli poteri di veto che stanno a difesa di quegli interessi consolidati. Si consideri che i tanti cani da guardia che proteggono il sistema pubblico così come è vivono, per lo più, in un mondo tutto loro. Sono autarchici, se non autistici. Nulla può a loro importare degli stringenti vincoli europei o del fatto che, Europa o non Europa, se non si abbassano le tasse tagliando la spesa pubblica, non c’è possibilità di rilanciare la crescita, non c’è altro destino possibile se non il declino e l’impoverimento collettivo. La sola cosa che conta per quei cani da guardia è fare blocco intorno a supposti diritti acquisiti e a interessi consolidati, della più varia e diversa natura, ma tutti alimentati e garantiti attraverso la spesa pubblica. Non in tutte le democrazie ci sono poteri di veto così forti, ramificati e diffusi. Scontiamo in tutta la sua drammatica ampiezza il danno dovuto a un grande fallimento. Il fallimento di quella riforma costituzionale— di cui si parla inutilmente dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo — che, dando più forza istituzionale al governo, avrebbe dovuto, e potuto, spuntare le unghie dei troppi cani da guardia.

Angelo Panebianco, Corriere.it

Sicilia, per ora vince il partito del non voto….ma c’è Grillo dietro l’angolo

E’ record di astensione in Sicilia. Alla chiusura dei seggi, alle 22, per le elezioni regionali ha votato il 47,42% degli aventi diritto, pari a 2.203.885 elettori. Questa mattina alle 8 sono iniziate le operazioni di scrutinio e l’elezione è a turno unico senza ballottaggio: sarà eletto presidente della Regione il candidato che otterrà il maggior numero di preferenze insieme a 89 deputati regionali.

Nel 2008 (quando si votò anche di lunedì, in concomitanza con le politiche), l’affluenza era stata del 66,68%. Ma anche in precedenti consultazioni limitate alla sola domenica, si sono sempre registrate percentuali di votanti nettamente superiori al 50%, come nel 2001, quando votò il 63,47% degli aventi diritto. L’astensione, insomma, oltre a essere di gran lunga il primo partito dell’isola, ha superato le aspettative della vigilia. L’affluenza più alta si è avuta nel comune di Maniace (Catania), al 77,76%, la più bassa ad Acquaviva Platani (Caltanissetta) con il 20,68%. La Provincia con la partecipazione più alta è Messina, con il 51,32%, quella con la più bassa Caltanissetta con il 41,34%.

Nella città di Palermo, secondo gli exit poll diffusi in serata da Palermoreport.it, il Movimento Cinque stelle è in testa con oltre il 25% dei voti. Il candidato del movimento ispirato da Beppe Grillo Giancarlo Cancelleri avrebbe il 27,46% dei consensi, un risultato – se confermato – oltre ogni attesa.

Sempre a Palermo, Pdl e Pd sarebbero tracollati intorno al 10%. Nello Musumeci, candidato del partito berlusconiano, sarebbe al 23,25% contando anche i voti della sua lista personale e di Cantiere popolare. Rosario Crocetta arriverebbe al 21,4 sommando al voto per i democratici quelli di Udc e Api.

Sempre secondo gli exit poll di Palermoreport, Gianfranco Micciché (Grande Sud, Partito dei siciliani e Nuovo polo) a Palermo e provincia avrebbe ottenuto il 14,24% delle preferenze, precedendo Giovanna Marano, candidata di Sel e Idv, ferma al 9,76%. Tutti sotto l’1% gli altri candidati.

Il Fatto Quotidiano

Sallusti, il carcere e la diffamazione

In questi giorni si dibatte molto della vicenda di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. Vediamo di riassumerla: nel 2007 una ragazzina di 13 anni scopre di essere incinta e decide di abortire. Ne parla alla madre, che è d’accordo con lei; ma non al padre, nel timore di una sua reazione. Seguendo la legge 194 sull’interruzione di gravidanza, non potendo avere l’ok del padre, si rivolgono al giudice per avere l’ok all’interruzione di gravidanza. Avutalo, la ragazza abortisce. Tuttavia, il trauma psicologico legato all’aborto stesso è pesante per la ragazza che comincia ad avere problemi a scuola e per questo ne parla La Stampa. Il giorno dopo, su Libero, compare un articolo, a firma Dreyfus, nel quale c’è scritta una ricostruzione molto lontana dal vero, nel quale si dà la colpa ad entrambi i genitori della ragazza (il padre in realtà seppe tutto a cose avvenute), al giudice che – secondo l’articolo – aveva costretto la ragazza ad abortire e al ginecologo che si era prestato. E si concludeva invocando per tutti loro la pena di morte.
Il giudice Giuseppe Cocilovo si sentì diffamato e presentò querela. SI appurò che a scrivere l’articolo era stato Andrea Monticone e venne rinviato a giudizio, insieme a Sallusti, responsabile in quanto allora direttore del quotidiano. Al termine del primo grado Sallusti venne condannato a una multa di 5000 euro, Monticone di 4000. Ma la Procura e il magistrato fecero ricorso in appello. Al termine del processo di secondo grado, Sallusti venne condannato a 14 mesi di reclusione e Monticone a 12. E qui attenzione a due particolari su cui nessuno si sofferma. Innanzitutto Sallusti dice che la condanna è stata causata dal fatto che l’avvocato che gli era stato messo a disposizione dalla proprietà di Libero non si è presentato. Ma lui dove era? Se l’avvocato era così poco affidabile, perchè non ci è andato di persona? Come imputato è suo diritto. Quindi è inutile prendersela con altri. Inoltre, per essere avvocati in Corte d’Appello servono alcuni anni di esperienza. Quindil’avvocato d’ufficio di certo non era uno sprovveduto. E, salvo prova contraria, si deve presumere che abbia fatto del proprio meglio.
Il secondo particolare è il differente trattamento avuto dai due giornalisti. A Monticone è stata riconosciuta la sospensione condizionale della pena (cioè la pena non viene scontata, se nei 5 anni successivi alla sentenza non commetti altri reati. Altrimenti sconti questo e quello), a Sallusti no. Perchè? Semplice, perchè Sallusti ha numerose altre condanne definitive per diffamazione e numerose denunce. La sospensione condizionale è una sorta di incoraggiamento: il giudice che dice all’imputato “Questa volta hai sbagliato, ma se non lo fai più, non ci sono conseguenze definitive”. Per lo stesso motivo sul certificato penale di Monticone, se qualcuno dovesse richiederlo, questa sentenza non appare (tecnicamente viene definita “non menzione”). Ma questo non si può fare per Sallusti. E attenzione: oggi il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ha detto che i giudici di secondo grado hanno fatto benissimo a fare così, perchè Alessandro Sallusti non si merita la sospensione condizionale della pena.
Resta il problema: perchè si è passati dalla multa alla pena detentiva? Il terzo comma dell’articolo 595 del Codice Penale recita: “Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516”. Quindi evidentemente i giudici di secondo grado hanno ritenuto – come è loro diritto – che la pena fosse troppo lieve e l’hanno aumentata. Non capisco: va bene solo quando lo fanno con gli extracomunitari?
Questi sono i fatti. La cosa strana è che si è sollevato un coro unanime a favore di Sallusti. Per lo più con argomenti che nulla c’entrano copn i fatti. Tutti gli esponenti dei partiti politici e praticamente tutti i giornalisti che contano hanno scritto a favore di Sallusti. E fin qui ci può stare.
Quello su cui non ci si può stare sono gli argomenti utilizzati. Il principale è la libertà di stampa, che sarebbe minacciata da questa sentenza. Dichiarazione ridicola, se ricordiamo che nel mondo siamo oltre l’80esimo posto come libertà di stampa e che la metà dei Paesi africani sono davanti a noi in questa classifica. Anche perchè nulla impedisce a Sallusti ove venisse recluso (e non sarà così) di scrivere lo stesso. Non potrebbe coordinare il Giornale, ma scrivere articoli sì. Quindi in base a cosa è limitata la libertà di stampa?
In realtà non vedo alcuna limitazione alla libertà di stampa. Io, come giornalista non mi sento limitato. Basta evitare di diffamare. E’ così difficile? Per prendere i grossi nomi, abbiamo un Marco Travaglio che non è mai stato condannato per diffamazione. Se vogliamo puntualizzare ha un processo in cui è stato prescritto, ma la sentenza di secondo grado prevedeva solo una condanna a 1000 euro (anche qui probabilmente una pena a 3-4 giorni convertita in multa). E ci sono tanti altri giornalisti famosi che hanno la fedina penale pulita. Poi, per carità, l’imprevisto può sempre capitare (soprattutto quando si usa il trucco del processo civile), ma allora pazienza. E’ chiaro che però se ad uno capita molto spesso, vuol dire che se le va a cercare.
In realtà, il vero gioco si chiama strumentalizzazione. Il Giornale ha iniziato, usando questa situazione per fare i martiri; in questo aiutato anche dai politici e da Napolitano che, come è sua costumanza, ha subito interferito ignorando i suoi doveri istituzionali e costituzionali. Ma la sostanza è completamente diversa. La sostanza è che Alessandro Sallusti, come direttore di Liberop, ha fatto pubblicare un articolo che in primo e in secondo grado è stato considerato diffamatorio dai magistrati e quindi dovrà pagare. Una multa, una pena detentiva, che differenza fa? Tanto, anche se alla fine venisse confermata la pena detentiva, dopo un paio di giorni Sallussti otterrebbe l’affidamento ai servizi sociali, una misura prevista dalla legge per tutti quelli che vengono condannati a meno di 3 anni di reclusione. E quindi tornerebbe libero, anche se dovrebbe sottostare ad alcuni obblighi (per esempio non potrebbe più comparire in TV).

Antonio Rispoli da http://www.julienews.it/