Primarie centrosinistra 2012: quando, dove e come votare al Lido e Pellestrina

Quando si vota?

Domenica 25 Novembre 2012 dalle ore 8,00 alle ore 20,00

SI PUO’ VOTARE SOLTANTO UN CANDIDATO

Eventuale ballottaggio Domenica 02 dicembre stesso orario e luogo

Chi può votare e cosa occorre?

AVER COMPIUTO 18 ANNI ENTRO IL 25/11/2012

tessera elettorale o permesso di soggiorno, documento identita’ valido

Versamento contributo per le spese almeno 2 €

Dove si vota?

Gli elettori di Lido iscritti nelle sezioni elettorali 80-81-82-83-84-85-86-87-88-89 al: SEGGIO n.1 sede Municipalità di Lido V. S. Gallo, ex liceo “Orseolo”.

 Gli elettori di Lido iscritti nelle sezioni elettorali 73-74-75-76-77-78-79-79 e 90-91-92 al: SEGGIO n.2 Scuola Elementare “Giovanni XXIII” V. Malamocco 12/a.

Gli elettori di Pellestrina iscritti nelle sezioni elettorali: 93-94-95-96-97: SEGGIO n.3 Scuola “Loredan” Sestiere Scarpa   Pellestrina

Per velocizzare le operazione di voto di Domenica 25 novembre c’è la possibilità di effettuare la preiscrizione e il ritiro del certificato di elettore della Coalizione di Centrosinistra nei giorni:

  • venerdì  23/11 il pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30
  • sabato 24/11 di mattina dalle 10.00 alle 13.00 e nel pomeriggio dalle 16.00 alle 20.00

presso sede Municipalità di Lido v.s. Gallo, ex Liceo Orseolo.

Oppure nel giorno stesso del voto – Domenica 25 novembre – in prossimità dei seggi.

Notizie aggiornate sui siti:

www.primarieitaliabenecomune.it

www.primarieitaliabenecomune-ve.it

Verso la terza repubblica?

La composita aggregazione per la Terza Repubblica, che ha iniziato a muovere i suoi passi sabato scorso a Roma, è – come ha già notato Ceccanti – l’immagine stessa del fallimento del Pd: partito che era nato precisamente per mettere insieme riformisti laici e cattolici, sinistra liberal e centro progressista, lavoratori postfordisti e imprenditori leali e innovativi, sulla base di un comune senso civico e delle istituzioni. Il Pd è oggi tutt’altra cosa: un partito di sinistra stanca, che oscilla tra richiami della foresta e sforzi di innovazione, che non riesce a decidersi tra le necessità dell’austerità e le tentazioni del keynesismo, e si barcamena tra posizioni opposte e quindi, inevitabilmente, scontenta tutti. Come si evince dalla sua incapacità, anche in una fase di terremoto politico come questa, di intercettare il voto in uscita da tanti partiti in crisi o in dissoluzione.

Eppure il successo, anche in termini di sondaggi, delle primarie dice che ci sarebbe un bacino molto maggiore di quello di cui i dirigenti democratici si accontentano. Bisognerebbe dire che preferiscono accontentarsi di questo, e impegnarsi in una squallida e impopolare battaglia per un premietto di maggioranza, piuttosto che tentare di sciogliere i nodi che imprigionano il centrosinistra ormai da decenni: la riforma della Costituzione, il ruolo del sindacato, il tema della produttività, una nuova concezione della giustizia sociale. Il risultato è che la riforma della Costituzione rischia di farla Grillo, i sindacati sono sempre più divisi, e la CGIL, sempre più schiacciata su posizioni radicali, ancora saldamente alla base della constituency del Pd.

Quello presentato da Montezemolo e Riccardi sembra un progetto un po’ diverso da quello classico del Centro, come rivelano le tensioni con Casini. Sembra fondato su una intenzione propositiva – quella di proseguire nell’opera di risanamento e riforma del paese, avviata dal governo Monti – più che da quella tutta residuale di fare l’ago della bilancia. Tuttavia è palpabile, nel progetto, un’impronta democristiana, anche se della migliore Dc, quella laica e riformista dell’epoca degasperiana. Le metafore usate da Montezemolo sono rivelatrici: ha parlato di una vera ricostruzione della nazione, e di un voto importante come quello del 18 aprile. Ricostruire, se il riferimento è, come pare evidente, al dopoguerra, significa costruire un paese nuovo, che finora non c’è stato. Come non essere d’accordo?

E’ difficile dire se questo progetto riuscirà o se affonderà nella palude della politica italiana. O se si rivelerà nient’altro che una brusca curva a U verso la Prima Repubblica. Inevitabile però, per chi da più di vent’anni ha lottato dall’interno per il rinnovamento della sinistra, per la sua capacità di farsi interprete delle esigenze di sviluppo e di riforma della nostra società, un sentimento di malinconia. Rischiano di venire travolti gli obiettivi di una intera fase storica: bipolarismo, rafforzamento delle istituzioni, costruzione di una sinistra veramente postcomunista. E non ci resterà che sperare che qualcun altro riesca a realizzare quella rottura della gabbia corporativista e protezionistica della società, che a noi non è riuscito di fare.

Claudia Mancina

Il ritorno del Líder Máximo…Cacciari

«Io non voto alle primarie. I due candidati non mi hanno convinto»; e poi, «avrei cercato una coalizione con Casini per poi presentarmi con Monti premier»; infine, «il Pd? Un partito mai nato». Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia a Tgcom24 è impietoso nel suo giudizio sul centrosinistra. «Il problema per cui bisogna scandalizzarci sono i meccanismi non trasparenti con cui avviene il finanziamento ai partiti – ha detto Cacciari sulla vicenda Renzi-Cayman -. Questo è lo scandalo. Anche Obama prende i soldi dai privati, ma l’elettore lo sa. In Italia invece tutto questo avviene all’occulto».

Cacciari poi si dice «né per Renzi, né per Bersani. Io non vado a votare perché nessuno dei due mi ha convinto. Io voto per chi sa governare. Non hanno ancora detto con chi intendono governare». «Avrei fatto due convention programmatiche – rileva Cacciari passando alle proposte – per cercare una coalizione con il centro di Casini e con questo mi sarei presentato agli elettori riproponendo Monti presidente del Consiglio».

Infine sul Pd Cacciari non ha parole tenere: «il Pd è un partito mai nato, fatto di correnti che si stanno confrontando. Non c’è mai stato un congresso in cui discutere veramente. Per fare questa unità non servono le campagne elettorali delle primarie dove si usano gli slogan, l’unità di un partito si fa facendo cultura politica».

dal Corriere del Veneto

Legge elettorale….alla greca?!?!

Che la cosiddetta “Casta” abbia oggi finalmente rotto l’immobilismo in materia di legge elettorale, votando un testo base in commissione Affari costituzionali al Senato, dovrebbe essere una buona notizia. Dovrebbe, se il testo votato rispondesse, per dirla con un po’ di enfasi, al principio e all’esigenza sottolineati da Giorgio Napolitano negli oltre dieci appelli – il primo, lo scorso gennaio – rivolti alla politica, al fine di superare il Porcellum. Il principio: ridare lo scettro al popolo, dopo che per due legislature i parlamentari sono stati imposti dall’alto – nominati, come si suol dire – attraverso liste bloccate. L’esigenza: dare governabilità al paese, dopo che per due legislature il Porcellum ha garantito non coalizioni omogenee ma grandi ammucchiate contro l’avversario che non hanno retto alla prova del governo.

E sarebbe una buona notizia se su quell’esigenza e quel principio si fosse prodotto un testo condiviso dalle principali forze politiche. E invece è successo tutto il contrario. Partiamo dai voti in commissione Affari costituzionali del Senato: da una parte il Pdl, la Lega, l’Udc. Dall’altra Pd e Idv. Ovvero da un lato il vecchissimo centrodestra – versione 2001 – dall’altro l’alleanza di Vasto. E addio spirito costituente e ricerca di una soluzione comune. Poco male, si potrebbe dire, se la legge fosse la migliore possibile. Ma forse così non è. Vediamo il testo. Innanzitutto vengono reintrodotte le preferenze (sulla carta, un passo avanti rispetto al Porcellum). Le volevano gli ex An, le ha sempre volute l’Udc, un grande pezzo di Pdl, a partire dal segretario Alfano, che le voleva per dare un segnale ai centristi in vista di alleanze future.

Non dispiacevano neanche alla Lega. E sono state letteralmente imposte a Berlusconi, messo di fronte alla spaccatura del suo partito. Per il Pd sono una “jattura”, un veicolo di corruzione: non è un caso, è il mantra di queste ore, che Fiorito sia stato eletto con le preferenze e che pure la vicenda di Zambetti mostra la facilità con cui la ‘ndrangheta è penetrata in regione Lombardia grazie al voto di scambio. Quindi, il meccanismo non piace ai leader dei principali partiti, è stato imposto dalle nomenclature, e avvelena il clima in tempi di scandali legati proprio a clientele e ruberie. Soluzioni alternative, che ridanno lo scettro al popolo ma non la politica ai tribunali erano possibili, a partire dai collegi. Ci vuole tempo, è stato detto, a ridisegnare le circoscrizioni prima del voto. Chissà, il risultato è che l’unica cosa certa è il nuovo pasticcio.

Sia come sia, andiamo all’altro punto della discordia. Il testo base votato in commissione dal rinato centrodestra prevede un premio di governabilità del 12,5 percento alla coalizione che vince. Principio sacrosanto. E più equo di quello previsto dalla legge attuale. Che prevede che il primo che arriva prende tutto: se una coalizione vince col 30 percento prende il 55 percento dei seggi, ovvero raddoppia in Parlamento quello che ha preso nel paese. Però il nuovo meccanismo è un rompicapo. Eccolo, dando un po’ di numeri. Il premio previsto dal testo è di 76 seggi alla Camera e di 37 al Senato. Ciò significa che se vuoi arrivare alla maggioranza autosufficiente di 316 seggi, ammettendo che un partito prenda ad esempio 6 seggi su 12 nella circoscrizione estero, devi prendere nella parte proporzionale altri 234 seggi.

Significa, passando dai numeri alle percentuali, che per ottenere 234 seggi sul totale di 542 (i 630 totali meno i 76 del premio e i 12 del collegio estero) una coalizione deve ottenere il 43,1 percento. Ecco il diavolo che alberga nel dettaglio. Attualmente nessuna coalizione ha il 43 percento. Il che significa che per raggiungere il premio una coalizione ha solo la strada di produrre la grande ammucchiata. Più è ampia la maggioranza, anche se eterogenea, più ci sono possibilità di arrivare primi. Quindi si riproduce lo stesso difetto del Porcellum che, con la riforma, si voleva correggere. Ovviamente nulla vieta che le coalizioni, una volta elette, si sfascino in Parlamento. Detta in altri termini: il Pd e Di Pietro si presentano alleati, sull’altro fronte si presentano come alleati i moderati con la Lega, poi, una volta in Parlamento si fa il Monti Bis Pd-Pdl-Udc. Ma se questo è il ragionamento si arriva alla meta prendendo la via più tortuosa.

Preferenze e premio di coalizione. Basta vedere la Grecia per avere qualche dubbio sull’efficienza del modello. Dubbi che si rafforzano ancor di più se si analizza la storia recente del nostro paese. La Prima Repubblica sulle preferenze è franata (vi ricordate il referendum sulla preferenza unica, quando correva l’anno ’92?). La Seconda è franata sui premi alle ammucchiate che non governano. Costruire la Terza sui difetti delle Prime due è francamente un po’ bizzarro. (Alessandro De Angelis, Huffington Post Italia)

Vogliamo ascoltarli i cittadini, o no?

Sfogliando l’ultima indagine dell’Istituto Tecnè (settembre 2012), ho avuto conferma di quanto i cittadini sentano distante la classe politica italiana. E si tratta di un sentimento trasversale, come potrete notare dallo schema sottostante. Tra le domande poste, vi era infatti anche la seguente:

Solo il 12% degli intervistati risponde di non essere d’accordo, mentre il 74% pensa che i partiti non tengano conto della volontà di iscritti e militanti. Tutto ciò alimenta sempre più la sfiducia che caratterizza questa fase politica. E tutti devono sentirsi chiamati in causa, compreso il Partito Democratico, che pur trovandosi in una situazione migliore rispetto a tutti gli altri competitor, vede il 61% dei propri elettori convinto di non essere ascoltato.

Come rimediare? Rispondendo alle richieste dei cittadini, in modo da cancellare in loro la convinzione di parlare con un muro ogniqualvolta portino le proprie istanze dinanzi alla classe politica. Operando ovviamente una selezione, perché non tutte le richieste vanno accolte (ciò non dipende ovviamente da chi porta un’istanza, ma da cosa viene richiesto).

Per questo sostengo che i sondaggi sul gradimento personale vadano bene, per carità, e in questa sede sono il primo a riportarne di tutti i tipi. Ma qui c’è bisogno d’altro. Se la politica vuole riguadagnare credito agli occhi dei cittadini, deve coinvolgerli con continuità, non una tantum.
Si scelga il metodo più opportuno, l’importante è che si inizi a farlo prima possibile.

da Pietro Raffa