Intervento di Luisella Aprà al Congresso Comunale di Venezia del 22 marzo 2014

Compito di chi come me ha scelto la mozione Turetta sarà quello di contribuire con onestà intellettuale ma determinazione ad incalzare al cambiamento radicale della politica, alla discontinuità, sia all’interno del partito sia nelle modalità di affrontare il territorio e il rapporto con l’Amministrazione. Una politica che sappia ascoltare e dialogare con la società civile, per arricchirsi di competenze in modo umile e intelligente, ma anche assumersi la responsabilità di decidere, senza appiattirsi agli interessi di pochi. Per vincere l’astensionismo, il populismo regressivo e pericoloso. Partecipare, far partecipare per decidere meglio! Una politica che operi un cambiamento culturale interno per essere credibile all’esterno. Una politica intelligente e coraggiosa che capisca l’importanza strategica di rimettere al centro dello sviluppo, anche per Venezia, la cultura, il patrimonio artistico e architettonico, la tutela dell’ambiente e, in particolare, la formazione – scuola università e ricerca – volano indispensabile per l’occupazione giovanile e la ripresa economica, con investimenti di qualità , senza sperperi di denaro pubblico. Con l’obbiettivo di formare nuove classi dirigenti, selezionate per meriti e competenze in equità, capaci di politiche con una visione olistica e lungimirante, capaci di governare e non subire i processi del mondo globalizzato dai cambiamenti veloci. Capaci di costruire reti di competenze con ottica sperimentale, ragionando per finalità, obbiettivi a breve o medio termine, con strategie flessibili da monitorare continuamente.
A proposito di democrazia paritaria, delle pari opportunità di genere e di qualunque differenza, leggi e regolamenti sono un segnale forte necessario per il momento ma che non sia un alibi per trascurare che bisogna agire sulle condizioni economiche e sociali al fine di consentire anche alle donne pari possibilità di accedere ai ruoli strategici dove si decide. Agire sull’educazione nelle scuole e con la cultura per cambiare l’immaginario collettivo impregnato di sessismo, del quale spesso siamo complici inconsapevoli, impregnato di separazione tra corpo, emozioni, affetti e sfera del razionale, potere, politica.
Il mio contributo per i problemi della città riguarda la cultura della legalità in particolare in riferimento ai settori del turismo e del commercio. Per esperienza personale, da neo-imprenditrice, sto cercando di salvare un negozio storico di vero vetro di Murano, prodotto artigianalmente, coniugando tradizione ed innovazione. Ho voluto contrastare la deriva dell’invasione di negozi che vendono merce scadente e taroccata, prodotti magari in situazioni mbientali rischiose, da donne e bambini non tutelati da elementari norme di sicurezza, sottopagati/e magari in nero, fatti di materiali tossici. Queste attività deturpano la città, vengono fatti fuori i negozi storici e nuovi avventurieri subentrano ricattando gli esercenti strozzati da affitti altissimi con proposte allettanti, non avendo problemi di liquidità.
I pochi negozi storici che sopravvivono resistono in una città in buona parte svenduta ad un turismo caotico, orientato, anzi disorientato, a consumarla come se fosse un fast food. La politica dovrebbe governare i flussi turistici con itinerari alternativi culturali e ambientali, sottrarre al reclutamento abusivo le comitive che vengono dirottate sia allo scalo marittimo, che al tronchetto e alla Ferrovia. Venezia merita un’inversione di tendenza attraverso un’alleanza tra politica, istituzioni, associazioni, cittadine e cittadini, per scoprire che, con coraggio e lungimiranza, ripresa economica e sviluppo non possono prescindere dalla cultura di una città, di una nazione. Bisogna chiedersi che idea di sviluppo compatibile abbiamo per Venezia, in particolare che città intendiamo lasciare alle prossime generazioni. Anche in vista della Città metropolitana. Per attuare un cambiamento la politica deve creare e governare sinergie per contrastare la criminalità organizzata che ha una elevata capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale, riesce ad instaurare relazioni con la società civile, si alimenta con la collusione e la corruzione. Il fatturato della contraffazione nazionale del 2013, diffusa anche al nord est, secondo le stime Censis, ammonta a 6 miliardi e mezzo di euro. Le prede sono in particolare commercianti , imprenditori, artigiani colpiti dalla crisi e le cui attività si stanno trasformando in vere e proprie “lavanderie”. Le forme di illegalità hanno un effetto devastante sulle imprese e trovano terreno fertile negli ostacoli che le imprese incontrano: gli istituti di credito che non lasciano margine di trattativa e fanno interessi da usura, gli enti pubblici e la burocrazia che rallentano i pagamenti e il modello unico dell’Agenzia delle Entrate composto da troppe pagine. La repressione da sola non basta, Il mercato ha valore se mantiene le finalità etiche e sociali costituzionali. La politica in primis deve contribuire favorendo le alleanze a rimuovere gli ostacoli che impediscono la legalità sostanziale, non solo formale. Importante è l’educazione alla legalità nelle scuole, educazione alla cittadinanza attiva e consapevole, anche per la prevenzione delle forme di dipendenza (droghe, “sballo”, ludopatia). La fragilità emotiva relazionale culturale dei giovani e degli adulti è l’altro terreno fertile per la criminalità.
Il cambiamento parte da ciascuno per estendersi a tutti! Non perdiamo di vista che il significato profondo dell’idea riformista originale del PD implica un cambiamento culturale che avrà tempi lunghi e non sarà facile!

Lettera sulla parità di genere e legge elettorale

Come donne del PD del Circolo di Lido e Pellestrina siamo preoccupate per l’accantonamento degli emendamenti della nuova Legge elettorale sulla parità di genere e l’alternanza nelle liste, pur ritenendola la legge un atto politico fondamentale.

Siamo consapevoli che l’attuazione delle pari opportunità richiedono un profondo cambiamento culturale, per creare le condizioni economiche e sociali al fine di consentire anche alle donne pari possibilità di accedere ai ruoli strategici dove si decide.

Sarebbe infatti auspicabile che le donne venissero elette in quanto persone, a prescindere dal genere, solo per competenze e meriti. Ma lo stesso problema si pone per gli uomini. Sono forse arrivati tutti alle posizioni di prestigio per reali meriti e con le competenze adeguate alla posizione occupata?.

In questa fase storica, che vede l’Italia nelle retroguardie per le politiche di genere, sarebbe auspicabile e necessario un forte impulso, un segnale antidiscriminatorio, per arrivare ad una democrazia paritaria per il momento formale, in attesa di un cambiamento culturale profondo, che deve cominciare dall’educazione nelle scuole.

Ci risulta inoltre che le leggi a favore delle donne in Italia siano state promulgate prevalentemente su proposte di parlamentari donne.

Luisella Aprà – Manuela Cavalieri – Daniela Milani Vianello – Caterina Valentini

Circolo PD LIdo e Pellestrina

Discussione pubblica sulla Città Metropolitana (di Stefano Dionisi)

La legge 135/2012 ha avviato un’importante processo di riordino amministrativo incentrato sul ridisegno delle province e l’istituzione delle città metropolitane. Processo che coinvolge non solo l’assetto istituzionale (l’adesione alla città metropolitana e/o ad una provincia da parte dei Consigli Comunali come prevede la legge), ma riconosce le dinamiche socio economiche di aggregazione e scomposizione territoriali, così come le nuove geografie che le utilities disegnano a partire da una più razionale offerta di servizi ai cittadini e alle imprese.” (Marino Folin, Quaderno n.10 della Fondazione Venezia 2000)

E’ iniziato martedì 25 febbraio un ciclo di incontri che la Municipalità del Lido e Pellestrina dedicherà alla discussione sul futuro di Venezia inquadrata in un’ottica di Città Metropolitana, con l’intento di contribuire ulteriormente alla sensibilizzazione della cittadinanza su tale tematica che si rivela essere estremamente strategica e delicata, considerate anche le diverse perplessità e criticità che le sono correlate e che si sono presentate nel corso della discussione ormai pluriennale.

Dopo una breve introduzione del presidente della Municipalità Giorgio Vianello, il professore e presidente della Fondazione Venezia 2000 Marino Folin incomincia a fornire ai presenti, con l’aiuto di immagini e rapporti, una panoramica sull’argomento dando al discorso un taglio non tanto tecnico-giuridico ma, piuttosto, costruendo un ragionamento che ne mette in evidenza le implicazioni socio-economiche.

E’ da molti anni (dalla fine degli anni ’80) che si parla di Città Metropolitana e si discute da sempre sul significato di tale concetto e sulle implicazioni che ne derivano, il professore Folin la vede come un’opportunità per razionalizzare e mettere in rete vari aspetti del nostro territorio, da quelli economici a quelli di erogazione di servizi ai cittadini e alle imprese: “Nel corso del 2012 nell’area metropolitana di Venezia, Padova e Treviso gli attori pubblici, i comuni in primo luogo, ma anche quelli privati (le associazioni industriali, le Camere di Commercio e le società erogatrici di servizi) hanno provato a discutere e sperimentare convergenze di governance territoriale. Diventa quindi necessario mettere al centro del riordino istituzionale e della creazione della città metropolitana politiche e progettualità integrate volte al contenimento del consumo di suolo, alla rigenerazione urbana, al risparmio energetico, alla efficienza ed efficacia del sistema dei servizi della mobilità, all’equilibrio ecologico ed ambientale.” (Marino Folin, Quaderno n.10 della Fondazione Venezia 2000).

La Venezia messa a fuoco dal rapporto OCSE non si riduce alla città storica e nemmeno alla somma del Comune e delle sue Province (che oggi potrebbero effettivamente diventare città metropolitana) , ma la scelta dell’indagine è stata quella di puntare sulle tre province di Venezia, Treviso e Padova, un’area da oltre 2,5 milioni di abitanti, interessata da una forte crescita economica e chiamata oggi a un salto di qualità necessario per dare risposte alle grandi trasformazioni che hanno segnato il sistema industriale dell’intero Nord-Est.

Poi la parola passa a Cesare Campa, politico e presidente della Commissione Città Metropolitana del Comune di Venezia, che dà alla discussione un taglio più propriamente politico-giuridico-istituzionale.

Dopo un breve excursus storico-legislativo (in termini giuridici si comincia a parlare di Città Metropolitana nel 1990 con la legge 8 giugno 1990, n. 142 (artt. 17-21) sulla riforma dell’ordinamento degli Enti locali ) in cui si rammentano i vari passaggi legislativi fino al Decreto Legge, durante il governo Monti, bocciato dalla Corte Costituzionale per ragioni più di forma che di contenuto (per l’importanza dell’argomento si richiedeva un iter legislativo ordinario piuttosto che lo strumento del d.l.), si arriva ad oggi, in tema di abolizione delle province, con la discussione in parlamento del Disegno di legge n. 1542 “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni” del governo Letta. Campa prosegue affermando che il ragionamento sul costituirsi della “città metropolitana” (termine introdotto, dalla riforma del titolo V della Costituzione, nel art. 114 cost., che lo inserisce di diritto tra gli enti locali che costituiscono la Repubblica Italiana e che, nei futuri aggiustamenti, andrà sostituito) non dovrà essere concepito in termini di mera abolizione delle province ma sarà più corretto parlare in termini di “ristrutturazione” delle stesse: in una prospettiva di razionalizzazione delle competenze politiche nei diversi livelli istituzionali, queste non saranno più organismi elettivi ma organismi con funzioni di secondo livello a cui le Regioni e lo Stato potrebbero assegnare.

La città Metropolitana, che dovrà avere funzioni diverse dalle Province, e che quindi, in sostanza, non costituire un doppione di queste, non cancellerà i comuni, ne toglierà loro le competenze e le responsabilità (in parole povere se si sforerà il patto di stabilità sarà responsabilità dello stesso Comune).

La costituzione della Città Metropolitana, sottolinea Campa, dovrà essere in funzione della, già citata, “razionalizzazione” dei servizi, cercando di ricostruire e valorizzare il rapporto con i cittadini ed è in quest’ottica che dovrà essere ripensato il ruolo delle Municipalità cercando di responsabilizzarle ulteriormente nel rispetto del principio di sussidiarietà, perché così come sono costituiscono solo uno spreco di risorse.

C’è il ragionevole dubbio e paura da parte dei cittadini che la legge in discussione in parlamento, pocanzi citata, si riveli alla fine una legge centralista, calata dall’alto ma, assicura Campa, non è così; non sulla base di una vacua promessa (e nel nostro territorio di promesse infrante e ferite aperte ne soffriamo tutt’ora) ma per un particolare strumento che è previsto per legge: lo “statuto della Città Metropolitana”. All’ art. 23, dedicato alle Città Metropolitane, del Testo unico degli enti locali (decreto legislativo 18/08/200 n. 267) si legge che “l’assemblea, su conforme deliberazione dei consigli comunali, adotta una proposta di statuto della città metropolitana, che ne indichi il territorio, l’organizzazione, l’articolazione interna e le funzioni”, tale statuto, come si legge, è proposto dall’assemblea dei rappresentanti degli enti locali interessati e verrà, a quanto sembra, discussa e redatta con il coinvolgimento della cittadinanza in un’ottica di democrazia deliberativa.

Sempre riferendomi al medesimo articolo si nota un’ulteriore strumento di partecipazione-garanzia a favore dei cittadini, infatti al comma 3 si legge “La proposta di istituzione della città metropolitana è sottoposta a referendum a cura di ciascun comune partecipante, entro centottanta giorni dalla sua approvazione. Se la proposta riceve il voto favorevole della maggioranza degli aventi diritto al voto espressa nella metà più uno dei comuni partecipanti, essa è presentata dalla regione entro i successivi novanta giorni ad una delle due Camere per l’approvazione con legge”.

La serata si è conclusa con un breve momento di dialogo tra gli ospiti e la cittadinanza presente, diversi interventi ne hanno sottolineato le perplessità ma, come accennato all’inizio di questa mia riflessione, se vogliamo, introduttiva all’argomento, ci saranno altri momenti-spazi di confronto pubblici, anche a quanto promesso dal presidente della Municipalità Vianello, dove approfondire sempre di più la materia.

Vi lascio, per vostra curiosità, con una segnalazione di un libro fresco di pubblicazione che è stato fatto girare tra i presenti, da uno dei partecipanti, alla fine di tutti gli interventi :  Città metropolitana di Gianfranco Perulli, Giappichelli editore.

PER RIANIMARE LA RAPPRESENTAZIONE DEL CORPO DELLE DONNE

di Luisella Aprà

 

Siamo consapevoli che due temi spesso distinti dalle politiche tradizionali, da una parte l’aspetto culturale, dall’altra quello economico sociale siano in realtà due aspetti della stessa questione?

Il modello culturale dominante propaganda una malata relazione tra i sessi, l’immagine femminile viene deformata dai media che ricorrono a stereotipi sessuali, con una donna sempre ammiccante e disponibile, pronta a compiacere all’uomo. In molti casi il ruolo seduttivo e la disponibilità allo scambio sessuale diventano la scorciatoia per studiare, lavorare, rincorrere il facile successo, a discapito del merito e della competenza. Molte donne pur di non sentirsi invisibili cedono alla tentazione e accettano di far violentare il proprio corpo dal bisturi che omologa volti, seni, glutei, espropriando la donna da ogni espressione autentica e personale. Vediamo corpi fissati in una staticità che non può essere attraversata dal tempo, quindi dalla storia e dalla vita. Il cambiamento economico, sociale passa anche attraverso quello simbolico. Un immaginario collettivo che in modo onnipotente e illusorio pretende di rimuovere lo scorrere del tempo non è in grado nemmeno di proiettarsi in un futuro di miglioramento.

La riduzione del corpo a merce espropria la donna dalla possibilità di cogliere liberamente la ricchezza del desiderio, la sua forza generativa, le sue trasformazioni e i suoi limiti, il legame indissolubile tra mente e corpo, tra affettività e razionalità.

Dis-animando la donna una società dis-anima se stessa. Il problema della mercificazione del corpo e dell’anima delle donne è dunque un problema politico.L’incremento della violenza fisica, sessuale, psicologica economica e sociale sulla donna può essere ricondotto al clima culturale di degrado etico morale  e civile di questo tormentato periodo storico che stiamo vivendo.

Si assiste ad un generale analfabetismo affettivo ed emozionale, quindi relazionale, l’immaginario e la comunicazione verbale e non verbale delle persone si omologano ai modelli mediatici dominanti con un progressivo svuotamento delle capacità di critica e di riflessione individuale e collettiva a vantaggio di un regime ideologico che anestetizza qualunque forma di autonomia e di libertà.

La comunicazione mediatica, umiliante per le donne, e per gli uomini, ha una ricaduta negativa anche sulle giovani e i giovani. Il disagio giovanile crescente si esprime in modo esplosivo con il bullismo anche di genere o in modo implosivo con la cultura dello sballo, le dipendenze, l’autoviolenza indotta come la trappola dell’anoressia, con la quale molte giovani e giovanissime con il corpo mutilato urlano il bisogno e la fame di amore e considerazione.

Il personale, inteso come storia personale vissuta, attraversata dal tempo delle emozioni, degli affetti e delle relazioni umane, scandita dai progetti di vita condivisi o dalle solitudini, dalle umiliazioni e dal dolore, del momento che si esprime in un linguaggio collettivo dominante, attraversato anche dalla rappresentazione simbolica,  è sempre politico.

Image

Le Veline: esempio di riduzione delle donne a meri oggetti

Il sentire e il pensare al femminile parte dall’esperienza vissuta e, se riconosciuto come forza, prima di tutto da noi donne, se condiviso e valorizzato anche dagli uomini, permette una comprensione del mondo più articolata e complessa, con la possibilità di progettare e agire per un cambiamento sociale, etico, economico e culturale dove anche la sessualità, l’affettività e l’intelligenza si liberano dalla mercificazione in una visione di rispetto reciproco tra i generi e di arricchimento personale e collettivo.

LA RISPOSTA ALL’ELETTROLUX VIENE DALL’AMERICA

COME LA WHIRLPOOL “DELOCALIZZA” IN ITALIA

Tratto da Linkiesta: di Fabrizio Patti

Mentre la Elettrolux, multinazionale dell’elettrodomestico cerca di tagliare i costi e de localizzare in Polonia, alla ricerca di un salario medio di 7,4 euro netti all’ora contro i 24 dell’Italia, la principale concorrente, la Whirepool, sceglie una strategia totalmente diversa, chiudendo uno stabilimento Svedese per trasferirne la produzione a Casssinetta (Varese) in Italia: ma come è possibile?

Per dire la verità scioperi e fiaccolate sono avvenute anche qui, ed oggi gli operai lavorano con un contratto di solidarietà al 60 per cento degli stipendi (il 70% con i contributi dell’Inps), appena rinnovato per un anno. Dopo i mesi di tensione per l’annunciata (e in parte già attuata) chiusura della fabbrica di Trento e le uscite forzate decise nel tempo per gli stabilimenti di Siena, Napoli e della stessa Cassinetta, oggi l’aria è già più tranquilla.

La crisi del settore si sente eccome, soprattutto in Europa dove i ricavi sono in discesa del 9,2%, per 1.245 miliardi di Euro annui, al contrario del resto del mercato mondiale che continua ad andare abbastanza bene (fatturato di 18 miliardi di dollari, in discesa del 2%, e utile di oltre 400 milioni di dollari). Il risultato operativo è stato negativo per 40 milioni di euro, contro i 5 dell’anno prima e la perdita netta è stata di 38 milioni (14 nel 2011). Il patrimonio netto è sceso in un anno da 92 a 53 milioni di euro. A dir la verità l’area Europa nel 2013 dei segnali di ripresa li ha dati, tanto che nel terzo trimestre 2013 i ricavi sono cresciuti di ben l’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma guardando le aspettative a venire sulla domanda, il report 2012 non lascia dubbi: crescita tra il 3 e il 5 per cento in America Latina e Asia, poco meno in Nord America e uno 0% di crescita prevista in tutta l’area di Europa, Medio Oriente e Africa. Nel documento del terzo trimestre 2013 la previsione scende al -2 per cento (si veda il documento qui sotto).

Immagine

L’ingresso dello stabilimento Whirlpool a Cassinetta, Varese

 Perché allora viste queste premesse e altri esempi negativi, il costo del lavoro, così importante per l’Electrolux, per la Whirlpool non risulta prioritario? La risposta ha a che fare con una strategia globale che lascia spazio per la progettazione anche a livello regionale, con una divisione delle produzioni che assegna quelle di fascia medio-alta in Italia (o almeno quelli a Varese), con un metodo di produzione più efficiente che ha avuto l’avallo dei sindacati e, per una volta, anche con un ruolo delle istituzioni, almeno a livello regionale, più presente del solito. Il caso Whirlpool non ha lezioni semplici da impartire ai casi simili italiani, ma ha diversi spunti che sarebbe bene non lasciare nel dimenticatoio.

Il problema riguarda tutto il comparto degli elettrodomestici ed è a sua volta legato al crollo dell’immobiliare. Scendono i volumi complessivi, si compra solo per necessità di ricambio, cercando di acquistare i prodotti più economici. In questo quadro «oggi sono molto più avvantaggiati i Paesi che copiano le idee e che hanno costi del lavoro minori», dice Mario Ballante, segretario provinciale della Fim di Varese, che ha seguito da vicino gli accordi più recenti della Whirlpool. «Per fortuna non è sempre detto che sia così. Noi abbiamo sempre detto che non c’è solo il prezzo che fa il mercato, ma anche le idee. La Whirlpool stessa per concorrere sul prezzo produce in Polonia e in Asia. Ma l’azienda sta anche lavorando a un’idea diversa, cioè che una fetta di consumatori rilevante preferisce avere una cucina integrata, dove tutto funzioni. È il concetto di elettrodomestici a incasso, o built-in, che hanno prezzi superiori ma che possono avere un mercato anche in Italia e nell’Europa occidentale».

Già oggi lo stabilimento di Cassinetta produce per lo più elettrodomestici a incasso, soprattutto forni e frigoriferi (ma non più la linea a due sportelli, side by side), mentre la produzione degli equivalenti prodotti a libera installazione avviene per lo più nel vicino o estremo Oriente. Trento aveva una produzione simile a quella di Varese, e questa è una delle ragioni che hanno portato alla sua dismissione, dato che Cassinetta è stato eletto a hub dell’incasso. Gli stabilimenti di Siena e Napoli hanno invece vocazioni diverse, dato che vi si producono rispettivamente congelatori e lavatrici.

Per realizzare i nuovi modelli sono necessari investimenti. E «da questo punto di vista Whirlpool è sicuramente in vantaggio rispetto a concorrenti come Indesit ed Electrolux – aggiunge Ballante -, essendo presente come leader nei mercati di Nord e Sud America e facendo profitti in Estremo Oriente. Dopo 2-3 anni di perdite nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), la società ha preso la decisione di provare a fare dei forti investimenti. L’idea è che se nel giro di qualche anno la cura funziona e l’area tornerà in utile, andrà bene così. Altrimenti cominceranno i tagli veri». Gli investimenti, secondo l’azienda, sono di circa 250 milioni di euro nel periodo 2013-2016.

Immagine

 Il modello Toyota a Varese

Non che l’azienda abbia messo sul piatto i soldi senza chiedere niente in cambio. «La produzione di nuovi modelli si può fare solo a fronte di una forte riduzione dei costi – prosegue il segretario Fim di Varese -. Innanzitutto con un minor numero di stabilimenti, abbassando quindi i costi fissi. In secondo luogo efficientando le produzioni. Lo scorso dicembre a Cassinetta abbiamo siglato un accordo di competitività, su tre punti: contenimento dei costi superflui, una migliore organizzazione con il sistema Wps (Whirlpool Production System, ispirato al modello Toyoya, ndr) e la flessibilità». Quest’ultima significa facilità nella mobilità interna del lavoratore, sulle diverse linee, e flessibilità di orari, a seconda dei picchi o cali della domanda. Da questo punto di vista, aggiunge Ballante, «in Italia c’è un sistema che ha costi sociali enormi: si usa lo straordinario per i picchi di produttività e la cassa integrazione per i cali; in altri Paesi semplicemente non si lavora nei momenti di calo e si lavora di più nei picchi. È un ragionamento impopolare tra i lavoratori, ma che va fatto».

I sindacati

Sul fronte della Fiom la musica è diversa. «Alla domanda se l’operazione della Whirlpool è una buona notizia, rispondo di no – dice Stefania Filetti, segretario provinciale della Fiom di Varese -. Da un punto di vista miope e localistico dico sì, ma prosegue il piano di Whirlpool di accorpare le produzioni: è un bene per la Whirlpool ma è un male dal punto di vista sociale, dato che fa il paio alla chiusura di Trento».

Sul Wps, che ricorda il Wcm, o World class manufacturing, attuato da Marchionne alla Fiat, la risposta è però meno dura: «Il lean manufacturing è una cosa positiva se si fa con il coinvolgimento vero dei lavoratori e il rispetto vero del contratto nazionale di lavoro. Qua siamo all’interno delle regole. La Whirlpool ha accettato le critiche e gli stop motivati da verifiche sull’ergonomia e sullo stress. Le ore di flessibilità concordate sono per esempio 64 all’anno, nulla di paragonabile con quanto fatto da Marchionne alla Fiat».

 Niente Polonia: le ragioni del management

Sono quattro, spiega il management, i motivi che hanno portato la società a fare un piano industriale che prevede di lasciare una parte consistente del lavoro in Italia. «Il primo è la scala: Cassinetta è un sito di grandi dimensioni, dove alla fine delle operazioni di ristrutturazione saranno prodotti due milioni di pezzi. Il secondo motivo è che ci sono anche 500 ingegneri (su 2.500 dipendenti totali, ndr) di 27 nazionalità, che svolgono attività anche su scala globale e hanno competenze per ottenere innovazione di prodotto e di processo». C’è poi la questione del «posizionamento fondamentale rispetto all’Europa centrale. Gli elettrodomestici a incasso sono un prodotto complesso, con molti codici. Se la produzione fosse lontana, molti più prodotti dovrebbero stare nei magazzini». L’ultimo “driver” è forse il più importante: «abbiamo fatto un grande sforzo con il “lean manufacturing”, che ci ha permesso di eliminare gli sprechi e di essere più efficienti, nonostante il costo del lavoro». Su questo punto, Castiglioni precisa che la manodopera pesa per il 15-20% sui costi di produzione, a seconda dello stabilimento (nel bilancio Emea è in totale il 18%, ndr). Il costo della trasformazione pesa complessivamente per il 25% e una delle componenti principali, l’energia, «non è penalizzante in Italia rispetto ad altri Paesi», a dispetto degli allarmi delle associazioni di categoria. Uno dei motivi è che nel sito di Cassinetta è stato installato un grande impianto di cogenerazione, che ha anche ridotto l’impatto ambientale.

 Il protocollo con la Regione

Quale ruolo per le istituzioni? Anche se non certo determinanti, almeno a livello locale le istituzioni hanno potuto dire la loro, attraverso un protocollo d’intesa con la Regione Lombardia siglato nell’ottobre 2013 « che comprende delle linee guida per supportare la competitività, sui fronti della ricerca e sviluppo, della formazione, delle infrastrutture e soprattutto della semplificazione amministrativa».

L’accordo per ora pare non sia dettagliato su punti chiave, come il taglio dell’Irap o il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo. Su quest’ultimo punto lo scoglio è che il tema è già regolato da una legge nazionale, giudicata però troppo poco selettiva. Di sicuro c’è che la Regione guidata da Roberto Maroni finanzierà, assieme alla Provincia di Varese, la formazione dei lavoratori che torneranno in azienda dopo un periodo di mobilità. Saranno anche finanziate le reti d’impresa, per esempio tra la Whirlpool e alcune delle 50 aziende dell’indotto (che hanno circa 3.000 dipendenti). Questo dovrebbe anche facilitare le partnership con le università. Il capitolo infrastrutture prevede nuovi collegamenti, soprattutto su rotaia, da sviluppare con Rfi. È poi previsto lo sviluppo di un programma di welfare aziendale. Infine c’è il punto che ai manager della Whirlpool pare il più importante: una semplificazione normativa che, spiega De Angelis, «non vuol dire solo ridurre i tempi la concessione di un’autorizzazione, ma è innanzitutto un modo che l’amministrazione ha di dialogare con l’impresa. Si va oltre il bando e si ha un rapporto diretto tra amministrazione e impresa, parlando lo stesso linguaggio».

ADDIO MICHELE LIGUORI

IL VIGILE CHE HA COMBATTUTO LE ECOMAFIE

Parafrasando un famoso fumetto “era l’eroe di cui avremmo avuto bisogno, ma che l’Italia non si meritava”. Il condizionale è d’obbligo per la storia di Michele Liguori, perché se i cittadini dell’ormai tristemente nota ”terra dei fuochi” di eroi del genere ne avrebbero estremo bisogno, è pur vero che in troppi, le autorità in primis, proprio non se lo sarebbero meritato. Di eroico questa storia non avrebbe proprio nulla, se non fosse che ciò che per Liguori (e per voi lettori, non ne dubito) era normale e giusto, in quelle terre, diventa straordinario: perché per lui quello non era altro che il suo lavoro, fatto con coscienza e dedizione, comportamento che l’ha relegato alla solitudine. Unico componente della sezione ambientale di Acerra, epicentro del disastro, mal sopportato dai suoi superiori, viene addirittura retrocesso a semplice apri porta perché “troppo zelante”, ricordando tristemente il famoso vigile di Alberto Sordi.

Nessuno, tuttavia, può tenerlo lontano dal suo dovere e dalla sua terra, alla quale torna, fino a ché solo il male, due tumori alla pancia, non riesce a fermarlo. Solo la famiglia resta a piangerlo; ricorda la moglie, al giornalista de “La Stampa”, «Un giorno è tornato con le suole che si squagliavano sul pavimento della cucina non so dove avesse camminato, ma le scarpe erano letteralmente in decomposizione. Un’altra volta ha perso la voce all’improvviso. Certe notti lo annusavo sconcertata, trasudava odore chimico, puzzava di pneumatici bruciati».

Ma le sue indagini resteranno inutili, l’accusa ai responsabili del disastro ambientale compiuto ad Acerra, i fratelli Pellini, è caduta in prescrizione. Stessa sorte per il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Curcio, comandante della «locale stazione», condannato in primo grado, ma ormai prossimo alla prescrizione in appello; lui che per tutti questi anni ha insabbiato ogni accusa, stilando di suo pugno i verbali e avvisando i colpevoli di ogni controllo. Ma nel paese in cui chi sbaglia non paga non c’è posto per chi non ci sta, come gli unici due operai dell’impresa di smaltimento fanghi, che per aver avuto il coraggio di raccontare con quali sostanze preparassero il cemento: «sono stato massacrato di botte, ho il cancro. Ho paura per me e per i miei figli» racconta uno dei due al giornalista, prima di cacciarlo malamente.

Si dice che un paese senza storia sia un paese senza futuro, a testimonianza di ciò, i rifuiti che riempiono addirittura il parco archeologico: le fosse comuni dei guerrieri sanniti, così come la tomba di Scipione l’Africano qualche chilometro più in là. Amianto, materiali gassosi che innescavano fiammate improvvise, liquami delle industrie del Nord, a testimoniare come le colpe siano davvero troppo diffuse. Il futuro quella terra non lo avrà mai, solo all’Asl locale le richieste di esenzione ticket per soggetti affetti da patologie neoplasistiche maligne sono incrementate del 34,1 per cento in tre anni. Ad Acerra dalle 427 nel 2009, si è saliti a 774 nel 2012, un incremento dell’ 81,2%. Nel sangue di una delle vittime, come racconta il responsabile del reparto di oncologia locale, il dott. Antonio Marfella, da analisi fatte in Canada, per la carenza di laboratori locali, livelli di diossina 400 volte oltre il consentito. Nulla è ancora stato fatto, «mancano i soldi per la bonifica» denuncia il locale Sindaco Lettieri, senza ricordare però che quei soldi, la locale impresa di smaltimento rifiuti li ha presi eccome, senza mai muovere un dito.

Alla fine Liguori ce l’ha fatta, perché con la sua morte, solo con essa, l’intero paese ha saputo quello che lui ha gridato per anni, facendo finalmente conoscere a qualche persona in più il destino di Acerra. All’alba di lunedì 20 gennaio la vita di Liguori si è infine spenta, a fare male sono le sue ultime parole al giornalista della Stampa, quel se «tornassi indietro, non lo so se lo rifarei» ennesimo schiaffo a tutta la gente onesta, e alla sua vita per prima.

Mauro Seggi

Piano di Recupero dell’area del Palazzo del Cinema e del Casinò al Lido di Venezia: Adozione.

Con la deliberazione di Giunta Comunale n. 679 del 13/12/2013, è stato adottato il Piano di Recupero dell’area del Palazzo del Cinema e del Casinò al Lido di Venezia.

La delibera e tutti gli allegati riguardanti tale Piano sono consultabili all’indirizzo http://portale.comune.venezia.it/delibere-di-giunta digitando, nella casella di ricerca in alto a sinistra della pagina, le informazioni 679 2013 .