Il ritorno del Líder Máximo…Cacciari

«Io non voto alle primarie. I due candidati non mi hanno convinto»; e poi, «avrei cercato una coalizione con Casini per poi presentarmi con Monti premier»; infine, «il Pd? Un partito mai nato». Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia a Tgcom24 è impietoso nel suo giudizio sul centrosinistra. «Il problema per cui bisogna scandalizzarci sono i meccanismi non trasparenti con cui avviene il finanziamento ai partiti – ha detto Cacciari sulla vicenda Renzi-Cayman -. Questo è lo scandalo. Anche Obama prende i soldi dai privati, ma l’elettore lo sa. In Italia invece tutto questo avviene all’occulto».

Cacciari poi si dice «né per Renzi, né per Bersani. Io non vado a votare perché nessuno dei due mi ha convinto. Io voto per chi sa governare. Non hanno ancora detto con chi intendono governare». «Avrei fatto due convention programmatiche – rileva Cacciari passando alle proposte – per cercare una coalizione con il centro di Casini e con questo mi sarei presentato agli elettori riproponendo Monti presidente del Consiglio».

Infine sul Pd Cacciari non ha parole tenere: «il Pd è un partito mai nato, fatto di correnti che si stanno confrontando. Non c’è mai stato un congresso in cui discutere veramente. Per fare questa unità non servono le campagne elettorali delle primarie dove si usano gli slogan, l’unità di un partito si fa facendo cultura politica».

dal Corriere del Veneto

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Alle primarie democratiche è in gioco (per l’ennesima volta) la storia di un pezzo d’Italia?

L’improvvisa proliferazione di possibili e presunti candidati per la leadership del centrosinistra alla prossima tornata elettorale sembra quasi trasformare la definizione delle scelte politiche per il prossimo futuro per l’unica formazione sufficientemente responsabile e territorialmente presente da proporsi come fulcro per un presentabile governo politico nel 2013 in una specie di mercato delle vacche. La pletora di candidati più o meno credibili, e di voci su ulteriori concorrenti, renderanno assai difficile un confronto chiaro ed equilibrato.

Qualcuno ritiene che questo effetto, nonostante la buona fede di molti dei partecipanti intimamente convinti di dire la loro per il bene del partito e del paese, giochi chiaramente a favore dello status quo e dei suoi rappresentanti, meglio attrezzati a gestire l’inerzia del consenso degli elettori. Io non ho elementi per esprimermi in merito, ma pur ponendo la questione in termini più ampi penso comunque che i termini del confronto che si gioca nel centro-sinistra, e soprattutto nel suo partito di riferimento, il PD, debbano essere definiti con chiarezza. Il punto di partenza è l’ottimo commento con cui Luca Ricolfi ha giudicato la candidatura di Matteo Renzi di alcuni giorni fa:

Renzi sta occupando, con un coraggio e un’energia incommensurabilmente superiore ai suoi predecessori, lo slot che – a suo tempo – hanno provato ad occupare i rappresentanti delle correnti liberali e riformiste del Pd, i vari Veltroni, Morando, Ichino, Letta, Chiamparino, Rossi, lo stesso Bersani quando non giocava da segretario del Pd ma da ministro delle Liberalizzazioni, le famose «lenzuolate». Con la fondamentale differenza che Renzi ci prova, a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora (Veltroni perché la segreteria del Pd gli è stata gentilmente offerta, gli altri per motivi che ignoro). La differenza di metodo è fondamentale, perché con Renzi la posta in gioco non è di conquistare o mantenere una piccola voce in capitolo nelle scelte del partito, ma di spostare il Pd su posizioni di sinistra liberale. Un’impresa meritoria, ma che a mio parere si scontra con un dato di fatto: finora la base del Pd è sempre stata più vicina a Vendola che ad Ichino, e lo stesso Bersani è decisamente meno radicale dei militanti che lo appoggiano.

Trovo queste parole condivisibili, ma forse è ancora meglio allargare il quadro per rendere lo scenario più complesso e aderente alla realtà delle cose. Naturalmente, per esigenze di sintesi, cercherò di esprimere il mio pensiero in termini diretti, e di tralasciare alcuni elementi di ulteriore complicazione su cui per un addetto ai lavori come me sarebbe interessante disquisire, ma che rischierebbero di rendere difficile seguire il ragionamento in questa sede.

Gli osservatori della politica sanno bene che il Partito democratico, fin dall’inizio del suo lungo e complesso processo di fondazione, ha visto la partecipazione e il confronto di due attori principali, che si sono fusi solo in parte nelle sue strutture e che per lo più continuano a utilizzarle come sede di contrattazione permanente. Molto spesso però si fatica a definire questi attori: c’è chi parla delle due formazioni numericamente più rilevanti che hanno presieduto alla nascita del PD, ovvero DS e Margherita, e c’è chi invece sposta la questione sul piano delle individualità, individuando in D’Alema e Veltroni i rappresentanti di queste diverse “anime”. È peraltro evidente che le due identificazioni non coincidono, visto che i due rappresentanti individuali provenivano da uno solo dei partiti chiamati in causa.

Probabilmente è più esatto dire che le realtà che si confrontano nel PD sono culture e “famiglie” politiche longeve e resistenti perché assai precedenti, e più radicate nel corpo sociale ed elettorale, alle distinzioni elencate sopra, che in modi diversi della suddivisione principale rappresentano le espressioni transeunti. Nel PD si sono congiunti i due orientamenti culturali che meglio hanno saputo rappresentare i convincimenti diffusi dei settori maggioritari della società italiana, per decenni esclusi dai processi istituzionalizzati di costruzione dello stato unitario, strutturatisi nel tempo in forme di aggregazione e rappresentanza locale e nazionale fiorenti, attive e sempre più rigide, e capaci con l’approdo dell’Italia alla democrazia di mettere a frutto la loro presenza sociale con l’acquisizione di un consenso maggioritario e la partecipazione ai massimi livelli della vita dello stato. Si tratta, da un lato, dei gruppi sociali, ideali e culturali che si son agglutinati attorno alle strutture organizzative e di rappresentanza del movimento operaio e contadino, che per decenni hanno trovato nei partiti della sinistra marxista il referente principale, e che alla chiusura della stagione politica dei partiti ideologici hanno mantenuto un riferimento importante nelle organizzazioni sindacali e nei gruppi di pressione che in esse hanno trovato lo strumento per la difesa dei loro interessi; dall’altro, delle ali più progressiste delle organizzazioni cattoliche di stampo confessionale, tradizionalmente aperte all’ascolto del mondo del lavoro sulle basi culturali flessibili della dottrina sociale della Chiesa, e attenti alla promozione in sede politica degli elementi caratterizzanti del magistero ecclesiastico, per missione e per convinzione che essi rappresentino un elemento di identificazione culturale ineliminabile per la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana.

Il confronto tra DS e Margherita, per certi versi, si può riassumere in questi termini, tenendo conto del fatto che quest’ultima, in origine una federazione composita di laici liberal-democratici, figure amministrative di varia estrazione ed esponenti del cattolicesimo organizzato raccolti nel Partito popolare, ha finito per essere fagocitata da quest’ultimo settore, l’unico dotato di una capacità di organizzazione e di mobilitazione territorialmente strutturata: l’evoluzione di Francesco Rutelli, radical-ambientalista diventato in pochi mesi di leadership della Margherita qualcosa di poco diverso da un portavoce delle tradizionali istanze confessionali per mantenere la preminenza in un partito che ormai aveva completato la sua mutazione in questo senso, è significativa. Così come è significativo il fato che D’Alema e Veltroni, per acquisire una posizione di preminenza come “duellanti principi” nel PD, abbiano dovuto fare propri gli orientamenti di queste due strutture d’impostazione politico-culturale, in parte rinnegando le loro posizioni passate che vedevano negli anni Novanta un D’Alema assai più riformatore e liberal di quello che ora alleva speaker pronti a sostenere pubblicamente il conservatorismo pseudo-keynesiano portato avanti da Fassina & co.

Per un addetto ai lavori, sarebbe interessante ragionare sul complesso insieme di fattori che nel Novecento hanno condotto la sinistra italiana classica a uno sviluppo “eccentrico”, tale da sviluppare un partito comunista egemoner erede di una tradizione massimalista mai scalzata dal successo di massa prospettive riformatrici alternative, e destinata a vivere i fatti del 1989 come una dissoluzione dei propri paradigmi di identificazione assai più dirompente che negli altri paesi europei a tradizione democratica. Per questo genere di riflessioni, rinvio alla proposta interpretativa, ancora assai attuale, di Massimo L. Salvadori. E sarebbe anche interessante valutare le vie tortuose attraverso cui si è arrivati, nel corso di diversi decenni, a completare questo incontro, dall’attenzione riservata dal Fronte popolare togliattiano ai settori sindacali e “popolari” della DC, considerati rappresentanti di una base di lavoratori naturaliterprogressista perché dotata dei germi di una coscienza di classe soffocata dalle agenzie reazionarie della Chiesa e degli USA che gestivano indirettamente il potere nel partito di governo, fino al “compromesso storico” berlingueriano portato avanti su presupposti culturali in fondo piuttosto simili, destinati a risultare frustrati dalla scoperta, nei primi anni Novanta, di una base democristiana decisamente più conservatrice di vertici in cui le varie anime della sinistra interna di Moro, Fanfani e Donat Cattin avevano mantenuto per lungo tempo una posizione contrattuale di preminenza.

Per brevità, però, è bene soffermarsi sugli esiti di medio periodo della nascita di un PD fondato sulla partecipazione di questi due potenti blocchi ideali e organizzativi. In breve, il punto di accordo minimo tra i due settori che finora ha tenuto in piedi l’esperimento PD è stato il sostegno ai settori sociali tutelati dalle istituzioni sindacali attraverso la difesa delle loro posizioni nelle contrattazioni sociali e dei dispositivi normativi che favoriscono il mantenimento degli attuali equilibri, accompagnatoo dalla messa tra parentesi di qualunque istanza di promozione dei diritti civili attraverso l’escamotage di una libertà di coscienza accordata esclusivamente ai parlamentari e agli esponenti delle assemblee legislative, mai ai cittadini.

Come in genere avviene per equilibri fragili tra strutture che non riescono a fondersi definitivamente come previsto, il “patto di segreteria” fondamentale del PD si fonda sul mantenimento di una linea essenzialmente conservatrice su tutti i piani fondamentali della proposta politica democratica, con la marginalizzazione dei settori dell’opinione pubblica italiana orientati verso la modernizzazione dei rapporti economici e/o della legislazione sui diritti civili e sui temi etici, settori che originariamente il PD avrebbe dovuto coinvolgere ma che hanno il difetto di non essere rappresentati da strutture di mobilitazione e di presenza sociale sufficientemente efficienti e rumorose.

Gli esponenti supportati dalle due “anime” maggiori del PD, pur competendo spesso tra loro a tutti i livelli, hanno in comune la consapevolezza della necessità di garantire l’equilibrio programmatico fondamentale per garantire la propria posizione. Il caso più evidente di queste dinamiche si è avuto sotto gli occhi nel 2009. In quel caso, era abbastanza chiaro che le candidature di Bersani e Franceschini fossero espressione di “sinistra filo-sindacale” e “cattolicesimo democratico organizzato”. Ancora più chiara era l’ostilità di entrambi alla terza candidatura, quella di Ignazio Marino, che cercava di inserirsi al di fuori dei due blocchi costituiti con un piano di riferimento alternativo: la decisione dei due competitori maggiori di marginalizzare il terzo in caso di consultazione non decisiva faceva il paio con gli ostacoli all’organizzazione della campagna che i sostenitori di Marino hanno spesso denunciato a causa dell’operato delle dirigenze locali in diverso modo afferenti ai gruppi raccolti intorno agli altri due candidati.

In quest’ottica, assai più di quanto le distanze sul piano programmatico immediato lascino intuire, e in modo ancora più chiaro di quanto Ricolfi sia riuscito a mettere in evidenza nell’intervento da cui sono partito, Renzi occupa una posizione assai simile a quella di Marino: quella di chi propone per il PD un equilibrio programmatico e politico radicalmente alternativo a quello, sostanzialmente conservatore sia sul piano sociale che su quello etico, in cui si il partito si è arenato con una giustapposizione di gruppi di aggregazione e di gestione del potere che non è mai diventata davvero fusione se non quando si è trattato di difendere le posizioni acquisite. Un esito a lui favorevole, e la riuscita del suo progetto di acquisizione della maggioranza parlamentare senza ripercussioni negative sull’unità del PD, riscriverebbe nei fatti il “patto fondativo” del partito, perché metterebbe in minoranza i gruppi che finora ne hanno mantenuto in mano le fila in forza della loro capacità di organizzare il consenso secondo canali tradizionali ormai rodati, facendo emergere una maggioranza di potenziali elettori orientata in termini profondamente diversi. Il successo di questo processo potrebbe insomma essere il punto di partenza (necessario di ulteriore alimentazione e di sforzi successivi per evitare ondate di ritorno) per quel rinnovamento delle procedure di confronto e per i riferimenti programmatici dell’opinione pubblica progressista italiana a cui il Partito democratico avrebbe potuto portare, ma che dopo il tentativo di emergenza di Veltroni nella campagna elettorale ai primi del 2008 è stato bloccato per la rivitalizzazione proprio di quelle modalità di selezione di uomini e policies che si volevano riformare ampiamente. Questo rischio spiega, almeno in parte, l’agitazione che si sta diffondendo nel partito a vari livelli, specialmente tra quadri e dirigenti emersi dalle tradizionali strutture di gestione del consenso e dai tradizionali equilibri programmatici ora minacciati, e spiegherà l’enorme difficoltà di un esito favorevole a percorsi alternativi.

Andrea Mariuzzo da linkiesta.it

Speciale “Letture per il week-end”: la Carta di Intenti del PD

Oggi uno speciale “Letture per il week-end”, tutto centrato sulla Carta di Intenti lanciata pochi giorni fa dal Segretario Nazionale Bersani. Ecco di seguito alcuni articoli di riflessione sui contenuti:

Postiamo anche l’opinione di alcuni iscritti che, come richiesto dal segretario provinciale Mognato, hanno voluto esprimersi sulla vicenda. Il primo è di Marco Zanetti, direttivo del Circolo, l’altro è di Marino Chiozzotto. Buona lettura!

Zanetti: “Nel complesso dò una valutazione senz’altro positiva sulla Carta d’Intenti di Bersani e dello sforzo che si sta facendo: le coordinate generali insomma mi stanno bene; tralascio le lodi su alcune questioni di rilievo (legge di attuazione dell’art. 49 Cost., ecc.) e faccio piuttosto tre osservazioni critiche sui dettagli:
1. al cap.4 si fa cenno ad un piano straordinario per la diffusione degli asili nido; può essere un refuso, spero si intendesse scuola dell’infanzia/scuola materna; se invece si intende propio un piano per gli asili-nido (0-2 anni) la cosa mi inquieta per più motivi: a) credo che scientificamente sia pacifico che in quella fascia d’età per i bambini sia certamente preferibile il contatto diretto di accudienza genitoriale, famigliare, della famiglia allargata; b) l’asilo nido va visto come risorsa certamente necessaria, ma preferibilmente come ultima ratio, non certo per andare incontro alle comodità di genitori più attenti ai propri interessi che a quelli dei figli; c) con che risorse poi? Sappiamo bene quanto costano gli (ottimi) asili nido nel nostro comune! non converrebbe piuttosto investire maggiormente sulle misure di flessibilità sul lavoro per i genitori (già avviate, se ben ricordo, dal non abbastanza rimpianto Governo Prodi?) incentivare qualche servizio di accudienza in  casa (qualificato, non in nero, scaricabile sulle imposte, ecc.)?
2. al cap.7, sullo sviluppo sostenibile si gioca un po’  troppo sulle parole (lo stile retorico di Bersani qui non c’azzecca); il termine “sviluppo sostenibile” ha un significato preciso in letteratura scientifica e se vogliamo, anche in legge (Testo Unico Ambientale, art. 3-quater), non possiamo, come Pd dargli un significato diverso. Non possiamo, soprattutto, mettere nel capitolo “sviluppo sostenibile” svariati buoni, ottimi, propositi in tema di economia e politiche industriali, senza nulla scrivere però sulla sostenibilità (insostenibilità) del processo di sviluppo, del consumo di territorio e di beni comuni in corso e delle contromisure che occorre prendere!
3. al cap.5, c’è un cenno al Mezzogiorno; credo non sia mancato in nessun nostro programma, neanche in quelli del Pci e della Dc dal dopoguerra in poi; la mia preferenza sarebbe per mettere al centro dell’agenda dell’uguaglianza non tanto una parte del Paese, ma piuttosto “tutto il sistema delle autonomie della nazione”; tanto più che in questo momento il governo sta imponendo passi affrettati (a mio avviso scondiderati e devastanti) riguardo al sistema degli enti locali (come se ridurre in questo modo le province potesse convincere i mercati finanziari della nostra serietà!)”.
Chiozzotto: “Oggi, in spiaggia, così possono i pensionati del Lido, mi sono letto – molto attentamente – il documento “Italia. Bene Comune”. Mi sono annotato: 1) mentre ho intuito chi sono i Democratici, non ho capito chi sono i progressisti anche perché, solo alla fine del punto 3 (pag.8) si fa cenno alla possibilità di alleanze con “le forze del centro moderato. Poi, alla fine, (pag. 14) si fa cenno all’impegno ad “un patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro”; 2) complessivamente il documento mi pare “aria fritta”. Anzi, “aria lessa” che comunque è meno saporita di quella fritta; 3) bene l’analisi che individua responsabilità della politica: “vogliamo chiudere una pagina per aprirne un’altra” anche se non è chiaro di intendere come; 4) pag.4 “”zavorra di un debito pubblico da ridurre drasticamente”. Ok. Ma non sarebbe ora di far conoscere a chi ci vota in quale modo? Io ritengo riducendo DRASTICAMENTE la spesa; 5) che l’Europa ci debba aiutare a risolvere i problemi lo ritengo giusto, ma non deve essere un paravento per coprire la nostra incapacità a fare le scelte necessarie anche se occorre coraggio; 6) giusta la frase …”usare il consenso per governare bene e non il governo per aumentare il consenso”… ma non deve essere letta come una critica agli altri, anche noi abbiamo gravi responsabilità, soprattutto a livello locale; 7) giusta la critica al “mercato senza regole” ma noi, quali regole vogliamo mettere al mercato? Chi ci vota ha diritto di saperlo o deve votarci in fiducia?; 8) Ok al concetto che la crisi della democrazia si combatte con più democrazia e il rispetto delle regole; ma, anche qui, cosa intendiamo? Quale democrazia abbiamo al nostro interno? Quella del dialogo tra sordi?; 9) lotta decisa all’evasione fiscale: ok. Ma con quale proposta? Il Partito a livello locale si è accorto delle pene d’inferno patite da un cittadino del Lido che “si è azzardato” a denunciare un barbiere evasore e non ha trovato alcun appoggio morale né dal nostro Partito né dalle Istituzioni (Municipalità e Comune)?; 10) Salvare L’Euro, Salvare l’Europa, Fondare gli Stati Uniti d’Europa. Ok; 11) cosa vuol dire che non c’è più l’antagonismo classico tra impresa e operai? Forse che, finalmente, rompiamo con la Cgil e pensiamo a forme di cogestione? Se così fosse sarei d’accordo. In ogni caso, il nostro Partito deve cominciare a porsi l’obiettivo di tutelare il cittadino e non il cittadino nell’ambito della sua corporazione. In quest’ultimo modo, rivendicherà all’interno della sua corporazione tutto ciò che gli viene negato al di fuori. E’ questo che non funziona nel nostro Paese: la tutela dei diritti dei cittadini che spetta ai Partiti garantire. I Sindacati sono altra cosa; 12) sul punto 5, “Uguaglianza”, è da molto tempo che non capisco come possa essere successo in un Paese che, con i più potenti Sindacati (15.000.000 di iscritti?) si sia potuta realizzare la maggiore disuguaglianza del mondo occidentale. In questi anni abbiamo dormito? Con quale proposta vogliamo risvegliarci? “A questo punto bisogna finalmente mettere argine”. Come? Combattere sprechi e inefficienze. Ok. Ma non sarebbe il caso di fare qualche esempio? Chi ci sta ci sta?; 13) Sul sapere sono d’accordo ma non ho capito il concetto di “corpo insegnate sottopagato”. Forse che il PD pensa ad aumenti di stipendio generalizzati? Sulle riforme inconcludenti e contraddittorie noi da quale parte stavamo?; 14) Sviluppo sostenibile, ok; 15) su “Beni Comuni” abbiamo accantonato le liberalizzazioni? Ci teniamo le inefficienze derivanti da rendite di posizione come Actv ecc.? Ma ci crediamo o no alla concorrenza nell’interesse del beneficiari del servizio?; 16) ”A sua volta l’autogoverno locale deve offrire spazio e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato”… Ma perché a dimostrazione di questa proposta non cominciamo dove già governiamo? Possiamo essere creduti sulla fiducia se quello che facciamo dove “governiamo” è l’esatto contrario di ciò che proponiamo?; 17) Si a regole e impegni vincolanti per i futuri eletti ma non condivido le primarie di coalizione a meno che ogni partito non partecipi con un solo candidato premier; 18) sulle questioni “Diritti” ritengo sufficiente che non si confonda la politica con la fede religiosa che appartiene ai credenti. Avrei preferito che ci fosse anche un capitolo (9/bis Doveri dei cittadini); 19) lascio per ultima la questione dell’attuazione dell’art. 49 della Costituzione che attendo da sempre.
Il documento conclude con …”apriremo bene gli occhi e ascolteremo”….. Io, una volta, riuscivo a esporre e sostenere tra la gente le scelte del mio partito. Ora mi trovo sempre più difficoltà. Prova tu a spiegare qual è la posizione del PD sui 40 milioni di € spesi per fare un buco davanti all’ex Casinò e una decina per fare un bruttissimo pontile a S.M.Elisabetta con 48 tornelli che costano 13.000 di euro l’uno. Oppure, prova a convincerli sui vantaggi per la collettività ottenuti con la svendita l’ex OaM e con lo stato di abbandono in cui si trova il bene comunale. Prova a convincerli sulla necessità di spendere oltre 13 milioni di €  per impedire agli abitanti del Lido di fare l’interscambio gomma acqua in un terminal. Prova a spiegare il perché della vendita del Parco della Favorita. Prova a spiegare per quale ragione le tariffe d’abbonamento del Ferry-Boat sono aumentate del 40% peggiorando il servizio che non ha oneri per la collettività. Chiedo troppo se gradirei tornare ad essere entusiasta delle scelte del mio Partito e dell’Amministrazione nella quale il mio Partito è (dovrebbe) essere forza trainante. Chiedo troppo se, finalmente, si avviasse una bella analisi sui disastri che Massimo Cacciari ha causato alla Città e al Partito?”