Il Canada e le città metropolitane

Il Canada è stato uno dei primi paesi in cui si siano sperimentate forme di governo “metropolitano”, inteso come governo di un territorio urbano esteso (a differenza della provincia italiana che metteva assieme porzioni di territorio urbano e “campagna”). Ciò che ha caratterizzato l’esperienza canadese è la grande libertà rispetto agli assetti del governo metropolitano: dall’attribuzione ad un centro urbano più grande di maggiori poteri, alla creazione di un nuovo governo sovra-comunale, all’attribuzione di poteri sovra-comunali ad agenzie specifiche. Perché questa complessità organizzativa? Perché la scelta di riformare e rivedere i precedenti livelli di governo locale, che pure esistevano ed esistono tutt’ora, nasceva dalla necessità di affrontare alcuni problemi di dimensione più ampia del semplice comune: ad esempio nel campo della gestione dei rifiuti, dei trasporti pubblici, della sicurezza e della pianificazione urbana di area vasta. I problemi, e la loro risoluzione, hanno determinato la struttura della cooperazione intercomunale: per questo in Canada esistono varie tipologie di configurazioni di governo sovra-comunale, perché si è lasciato che i territori scegliessero la risposta più adatta alla risoluzione dei loro problemi.

In Italia, stabilita una formula giuridica di cooperazione sovra-comunale stabile, la città metropolitana, solo recenti motivazioni di carattere finanziario hanno costretto i comuni ad avviare un processo di cooperazione sovra-comunale. E quindi ancora una volta ci chiediamo:
a) A che cosa serve la città metropolitana? A quali problemi risponde che non potevano essere affrontati dai comuni?
b) Siamo sicuri che non ci fossero altri modi per fornire una risposta a quei problemi, se non la creazione di un nuovo ente? Magari far funzionare le intese programmatiche d’area? Oppure assistere i comuni nella creazione di unioni o federazioni di comuni?

A noi sembra che la città metropolitana così congegnata metta una pietra sopra a decenni di discussioni attorno alla cooperazione sovra-provinciale tra Padova, Treviso e Venezia, che nasceva dalla necessità di affrontare alcune problematiche sovra-comunali, la gestione dei flussi in modo particolare.

Non potevano non esserci quei problemi che oggi il Sindaco Orsoni sta affrontando. Ci si chiede tuttavia perché la classe politica locale in vent’anni – dalla legge regionale 36/1993 – non sia riuscita nel tentativo di realizzare un obiettivo che pure veniva propagandato come fondamentale per la città di Venezia.

Topolinia, Paperopoli e la Città Metropolitana di Venezia

La nuova riforma che introduce le città metropolitane nasce nell’ambito di una revisione della spesa, dopo più vent’anni dalle leggi che ne disciplinavano l’istituzione, la legge 142 del 1990 e per la città metropolitana di Venezia la legge regionale 36 del 1993. Con il decreto del governo, la Provincia di Venezia sarà cancellata e l’1 giugno 2013 nascerà la Città metropolitana, il cui territorio coinciderà con quello della Provincia soppressa e il sindaco metropolitano sarà quello del Comune capoluogo coadiuvato da consiglio eletto tra i sindaci dei Comuni dell’area. Ammesso che i ricorsi al Tar, e soprattutto la Corte Costituzionale, non blocchino l’iniziativa del governo.

Eppure ci suscita alcuni interrogativi.

A che cosa serve? Esistono delle motivazioni di riduzione della spesa pubblica e si tratta di ragioni più che fondate, data la situazione economica e finanziaria dell’Italia. Si poteva demandarne alla Regioni tuttavia il compito, vincolandole al rispetto dei tempi. D’altra parte, se la Regione Veneto si fosse allertata prima, forse avrebbe potuto proporre un effettivo piano di decentralizzazione ragionata, magari favorendo le unioni di Comuni, che proprio nella nostra Regione, hanno registrato un qualche successo – vedi la Federazione del Camposampierese -. O magari avrebbe potuto riprendere e dare nuovo slancio a strumenti che esistono ma che sono sottoutilizzati, ad esempio le Intese Programmatiche d’Area (Ipa). L’Università di Padova ha una qualche esperienza in materia.

Tuttavia, se per un attimo accantoniamo le motivazioni di efficienza economica e di riduzione della spesa pubblica e se prendiamo in considerazione motivazioni di sviluppo economico, ci chiediamo se queste siano necessariamente dipendenti dalla creazione di un governo metropolitano del territorio della provincia di Venezia.

Inoltre, alcuni pensano che la frammentazione che ne verrebbe dalla scomparsa della Provincia, se non accompagnata da un altro processo di centralizzazione, genererebbe solo caos. Invece una gestione centralizzata da Venezia di un territorio così vasto e definito come metropolitano sarà semplice?

Infine, la questione dei confini. L’area metropolitana non può essere il territorio della provincia, poiché quest’ultimo, per ragioni storiche, ha tenuto assieme centri urbani e campagna. Ma città metropolitana implica un tessuto urbano caratterizzato da un alta densità di abitanti e attività: coincide con la provincia di Venezia?

Per concludere, siamo favorevoli a forme di maggiore coordinamento purché queste siano dettate da reali esigenze dei comuni interessati. Devono essere le politiche che si intendono realizzare a determinare l’assetto organizzativo dell’area metropolitana, senza preclusioni nei confronti di organizzazioni sovracomunali ma nemmeno ideologicamente ossessionati da forme di centralizzazione che potrebbero non avere senso per Venezia. Città metropolitana, area metropolitana, PaTreVe, area vasta: piuttosto che sui nomi, forse ci si dovrebbe concentrare sui servizi che si vogliono erogare.