“Pensare la sinistra. Tra equità e libertà”

La grave crisi che ha investito gli Stati Uniti e l’Europa ha sollecitato gli economisti a riflettere sui meccanismi dello sviluppo economico quale si è realizzato negli ultimi decenni, a rivedere convincimenti che sembravano ormai assodati, a rimettere in discussione teoremi che apparivano acquisiti una volta per tutte. Questo ripensamento ha luogo sia nello schieramento di centrosinistra che in quello di centrodestra. Ma direi che a sinistra la ricerca e il dibattito mostrano un impegno e una intensità maggiori. Una interessantissima testimonianza di ciò è il saggio di due economisti, Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza), che essi hanno sottoposto a un buon numero di personalità (economisti, sociologi, giuristi, politologi). Secondo un pensiero molto diffuso a sinistra, essi dicono, la crisi che l’Italia e altri Paesi attraversano è il risultato della speculazione, della globalizzazione finanziaria e di un mercato libero da ogni vincolo. Essendo queste le cause, i rimedi sarebbero la crescita della spesa pubblica e una maggiore presenza dello Stato nell’economia. Ma, dicono gli autori, nel caso dell’Italia gridare contro la speculazione e la finanza globale significa schivare questioni reali e parlare d’altro. «I nostri problemi non nascono con la crisi del 2008, ma sono stati prodotti in un arco di tempo molto più ampio. Un trentennio in cui le scelte pubbliche hanno sacrificato la crescita economica e l’equità intergenerazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale». Ci piacerebbe, incalzano gli autori, che la sinistra riconoscesse queste premesse e tornasse a discutere come migliorare le politiche e le istituzioni pubbliche, in nome della giustizia sociale sì, ma anche dell’efficienza. Ma per fare ciò la sinistra dovrebbe assumere «un volto moderno che, noi crediamo, non è ancora riuscita ad avere»; dovrebbe «trovare il modo di parlare alle nuove generazioni e all’insieme della società presentandosi come agente di cambiamento e non di conservazione». In particolare, la sinistra dovrebbe affrontare di petto alcuni nodi di grande rilevanza. C’è in primo luogo l’enorme problema del lavoro. Qui bisogna cercare di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro e fare in modo che i giovani (oltre che le donne e gli immigrati) abbiano un trattamento migliore, cioè salari più elevati e più contratti a tempo indeterminato. Ma questo risultato può essere ottenuto solo riducendo i costi di licenziamento e allineando i salari alla produttività. La recente riforma del mercato del lavoro in tema di licenziamenti, varata dal governo Monti, è solo un primo tentativo in questa direzione. Ma è evidente, dicono gli autori, che bisogna fare di più (e rinviano al disegno di legge del senatore Ichino).

Un altro fronte sul quale la sinistra dovrebbe realizzare un ripensamento radicale è quello del nostro Mezzogiorno. «Ha senso, ad esempio, che le organizzazioni sindacali nazionali si sforzino di imporre condizioni contrattuali uniformi su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle condizioni economiche regionali, come la produttività, le infrastrutture e il costo della vita?» No, non ha senso. Del resto la contrattazione collettiva nazionale ha perso terreno rispetto alla contrattazione a livello aziendale quasi ovunque, anche nei Paesi a tradizione socialdemocratica, come la Germania e la Svezia.

Un altro grande problema da ripensare è quello dell’istruzione. Si sente spesso affermare che l’istruzione deve essere gratuita per consentire anche ai figli dei poveri di andare a scuola o all’Università. Ma l’obiettivo dell’equità può essere raggiunto in tanti modi diversi, e, probabilmente, lo strumento della scuola gratuita per tutti non è quello più efficace. Nel caso della nostra istruzione universitaria, con tasse uguali per tutti facciamo un grande regalo alle famiglie benestanti, e mettiamo in difficoltà le famiglie povere (fino a escluderle completamente dall’educazione terziaria). Sarebbe molto più equo aumentare il costo d’iscrizione all’Università e, nello stesso tempo, creare un ampio sistema di borse di studio, di «prestiti d’onore» ecc… per gli studenti economicamente svantaggiati.

Queste alcune delle argomentazioni di Reichlin e Rustichini. Come hanno reagito i loro interlocutori? Alcuni con vivo interesse (Michele Salvati, Claudia Mancina ecc.), altri assai negativamente. Così Salvatore Biasco dichiara che la discussione avviata dai due economisti, è «del tutto estranea alla sinistra»; Stefano Fassina rifiuta con forza l’idea che l’unica ideologia possibile per una sinistra dinamica e innovativa sia quella liberista; Piero Bevilacqua afferma che la critica di Reichlin e Rustichini alla sinistra «è un distillato ideologico del neoliberismo», e come tale da respingere fermamente. Anche in questo confronto appare evidente che nella cultura della sinistra ci sono (nettamente distinte, anzi contrapposte) due anime.

Giuseppe Bedeschi sul Corriere della Sera

Pietro Reichlin-Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, Laterza, €18, p.279

“La nostra voce”

Il punto di partenza è la constatazione che la politica è sempre più schiava dei sondaggi che però sono sempre meno attendibili e sempre più manipolabili.

“Il sondaggio registra quel che la gente pensa quando non pensa”. L’obbiettivo teorizzato da Fishkin, noto politologo americano – è quello di costruire sempre più gruppi di cittadini informati e quindi capaci di dare giudizi meditati sulle grandi questioni in modo che la loro opinione possa diventare una realistica indicazione di rotta per la classe politica. Con la diffusione dei “deliberative polling” (sondaggi deliberativi) o “antisondaggi” si potrebbero ottenere dati veritieri perché non influenzati da slogan ma fondati su valutazioni approfondite.

Secondo Giuliano Amato l’idea di Fishkin è quella “di compiere il passaggio da un’opinione grezza ad una informata e consapevole” dato che fino ad oggi i sondaggi sono stati una “raccolta di pareri fatta su un’informazione inesistente”.

James Fishkin, La nostra voce, Marsilio, 2003, pp. 200, €9,90

“Allegro ma non troppo”

“Un ‘divertissement’, un guizzo anarchico dell’intelligenza. E’ così che crediamo di poter definire queste pagine nelle quali Carlo M. Cipolla abbandona gli austeri panni dello studioso e, giocando sul filo del paradosso e dell’assurdo, costruisce due brevi saggi: il primo che delinea un’ilare parodia della storia economica e sociale del Medioevo; il secondo in cui si elabora una sorta di scherzosa teoria generale della stupidità umana. Due piccoli capolavori di giocoso funanbolismo intellettuale, che ci propongono una pausa di eccentricità e comicità tanto più preziosa nei tempi frenetici e stressanti in cui viviamo”.

Qui sotto le famose cinque leggi della stupidità umana elaborate da Cipolla, sempre bene ricordarsele, ma leggete anche il libro, è sempre attualissimo!!!

  1. Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
  3. Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Cipolla Carlo Maria, Allegro ma non troppo, Il Mulino, € 8,80, pagg.83