Il compromesso per la governabilità

Prima delle elezioni siciliane il progetto di riforma elettorale su cui i partiti stavano lavorando si basava sulla sostituzione dell’attuale premio di maggioranza con un premio di governabilità in cifra fissa. Dopo mesi di trattative l’accordo era stato raggiunto su un premio del 12,5%. Al partito o alla coalizione con un voto più degli altri veniva dato alla Camera un bonus di 62 seggi. Questo era lo schema. Poi si è bloccato tutto per l’ennesima volta. La proposta di riforma presentata sulle pagine di questo giornale (si veda Il Sole 24 Ore di domenica) tende a superare l’impasse. L’idea di fondo è quella di modificare l’attuale sistema di voto lasciando in piedi un premio tale da garantire la maggioranza assoluta dei seggi al partito o alla coalizione con più voti ma alla condizione che ottengano almeno il 40% dei consensi. In questo caso gli verrebbe assegnato un premio tale da garantire il 54% dei seggi.

 Martedì scorso in Senato questo meccanismo è stato approvato anche se la soglia è stata fissata al 42,5% con il voto contrario di Pd e Idv. È un fatto positivo: rispetto allo schema pre-Sicilia questa soluzione offre ai partiti un’opportunità in più. Oggi è difficile immaginare che ci sia una coalizione in grado di arrivare a “quota 40″, ma quello che vale oggi potrebbe non valere domani. In fondo un premio che assicura la maggioranza assoluta dei seggi può spingere partiti affini a coalizzarsi prima del voto. Questo non è un fatto negativo. È invece un elemento di maggiore responsabilizzazione della classe politica. Perché le coalizioni che si fanno dopo il voto dovrebbero essere “migliori” di quelle che si fanno prima? Però affinché questo incentivo funzioni occorre che la soglia non sia troppo alta. Se lo fosse i partiti non sarebbero indotti ad aggregarsi. Anzi. Una soglia alta incoraggerebbe i partiti minori, soprattutto quelli più centrali, a stare fuori da ogni coalizione per giocare dopo il voto un ruolo pivotale contando sul fatto che il premio non venga assegnato.

Ma la soglia non esaurisce il problema della riforma. Visto che oggi è difficile che questa soglia venga raggiunta è cruciale che sotto la soglia ci sia un meccanismo che comunque garantisca un minimo di governabilità proprio nel caso in cui il premio di maggioranza non venga assegnato. Nella proposta citata questo meccanismo è un premio del 10% da dare al partito che ottiene più voti. Questo elemento non è stato recepito nel testo approvato in commissione al Senato. E molto probabilmente questo è il vero motivo della opposizione del Pd. In breve, nello schema approvato se nessuno raggiungesse la soglia tutti i seggi verrebbero assegnati con una formula proporzionale, quindi senza nessun correttivo. In pratica questo significa il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Se fosse confermata sarebbe una decisione grave. In questo quadro politico frammentato e volatile l’esito certo sarebbe l’ingovernabilità. Ci auguriamo quindi che il voto dell’altro giorno sia solo un episodio contingente legato a una trattativa complessa. Ci sono partiti che vogliono una soglia più alta e un premio di governabilità più basso. Ma se prevarrà la ragionevolezza un compromesso è possibile. In fondo il Pd, che è il partito che ha più da perdere dalla riforma elettorale, ha fatto un primo passo. Nello schema pre-Sicilia aveva accettato un premio del 12,5%, mentre oggi sarebbe disposto – pare – ad accettare un premio del 10%. Pone però una condizione: che questo premio più basso sia accompagnato dalla possibilità di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel caso in cui riuscisse a mettere insieme una coalizione che arrivi a “quota 40″. È una disponibilità da non sottovalutare. La prossima settimana vedremo se gli altri protagonisti della trattativa dimostreranno la stessa volontà di compromesso.

Roberto D’Alimonte

Legge elettorale….alla greca?!?!

Che la cosiddetta “Casta” abbia oggi finalmente rotto l’immobilismo in materia di legge elettorale, votando un testo base in commissione Affari costituzionali al Senato, dovrebbe essere una buona notizia. Dovrebbe, se il testo votato rispondesse, per dirla con un po’ di enfasi, al principio e all’esigenza sottolineati da Giorgio Napolitano negli oltre dieci appelli – il primo, lo scorso gennaio – rivolti alla politica, al fine di superare il Porcellum. Il principio: ridare lo scettro al popolo, dopo che per due legislature i parlamentari sono stati imposti dall’alto – nominati, come si suol dire – attraverso liste bloccate. L’esigenza: dare governabilità al paese, dopo che per due legislature il Porcellum ha garantito non coalizioni omogenee ma grandi ammucchiate contro l’avversario che non hanno retto alla prova del governo.

E sarebbe una buona notizia se su quell’esigenza e quel principio si fosse prodotto un testo condiviso dalle principali forze politiche. E invece è successo tutto il contrario. Partiamo dai voti in commissione Affari costituzionali del Senato: da una parte il Pdl, la Lega, l’Udc. Dall’altra Pd e Idv. Ovvero da un lato il vecchissimo centrodestra – versione 2001 – dall’altro l’alleanza di Vasto. E addio spirito costituente e ricerca di una soluzione comune. Poco male, si potrebbe dire, se la legge fosse la migliore possibile. Ma forse così non è. Vediamo il testo. Innanzitutto vengono reintrodotte le preferenze (sulla carta, un passo avanti rispetto al Porcellum). Le volevano gli ex An, le ha sempre volute l’Udc, un grande pezzo di Pdl, a partire dal segretario Alfano, che le voleva per dare un segnale ai centristi in vista di alleanze future.

Non dispiacevano neanche alla Lega. E sono state letteralmente imposte a Berlusconi, messo di fronte alla spaccatura del suo partito. Per il Pd sono una “jattura”, un veicolo di corruzione: non è un caso, è il mantra di queste ore, che Fiorito sia stato eletto con le preferenze e che pure la vicenda di Zambetti mostra la facilità con cui la ‘ndrangheta è penetrata in regione Lombardia grazie al voto di scambio. Quindi, il meccanismo non piace ai leader dei principali partiti, è stato imposto dalle nomenclature, e avvelena il clima in tempi di scandali legati proprio a clientele e ruberie. Soluzioni alternative, che ridanno lo scettro al popolo ma non la politica ai tribunali erano possibili, a partire dai collegi. Ci vuole tempo, è stato detto, a ridisegnare le circoscrizioni prima del voto. Chissà, il risultato è che l’unica cosa certa è il nuovo pasticcio.

Sia come sia, andiamo all’altro punto della discordia. Il testo base votato in commissione dal rinato centrodestra prevede un premio di governabilità del 12,5 percento alla coalizione che vince. Principio sacrosanto. E più equo di quello previsto dalla legge attuale. Che prevede che il primo che arriva prende tutto: se una coalizione vince col 30 percento prende il 55 percento dei seggi, ovvero raddoppia in Parlamento quello che ha preso nel paese. Però il nuovo meccanismo è un rompicapo. Eccolo, dando un po’ di numeri. Il premio previsto dal testo è di 76 seggi alla Camera e di 37 al Senato. Ciò significa che se vuoi arrivare alla maggioranza autosufficiente di 316 seggi, ammettendo che un partito prenda ad esempio 6 seggi su 12 nella circoscrizione estero, devi prendere nella parte proporzionale altri 234 seggi.

Significa, passando dai numeri alle percentuali, che per ottenere 234 seggi sul totale di 542 (i 630 totali meno i 76 del premio e i 12 del collegio estero) una coalizione deve ottenere il 43,1 percento. Ecco il diavolo che alberga nel dettaglio. Attualmente nessuna coalizione ha il 43 percento. Il che significa che per raggiungere il premio una coalizione ha solo la strada di produrre la grande ammucchiata. Più è ampia la maggioranza, anche se eterogenea, più ci sono possibilità di arrivare primi. Quindi si riproduce lo stesso difetto del Porcellum che, con la riforma, si voleva correggere. Ovviamente nulla vieta che le coalizioni, una volta elette, si sfascino in Parlamento. Detta in altri termini: il Pd e Di Pietro si presentano alleati, sull’altro fronte si presentano come alleati i moderati con la Lega, poi, una volta in Parlamento si fa il Monti Bis Pd-Pdl-Udc. Ma se questo è il ragionamento si arriva alla meta prendendo la via più tortuosa.

Preferenze e premio di coalizione. Basta vedere la Grecia per avere qualche dubbio sull’efficienza del modello. Dubbi che si rafforzano ancor di più se si analizza la storia recente del nostro paese. La Prima Repubblica sulle preferenze è franata (vi ricordate il referendum sulla preferenza unica, quando correva l’anno ’92?). La Seconda è franata sui premi alle ammucchiate che non governano. Costruire la Terza sui difetti delle Prime due è francamente un po’ bizzarro. (Alessandro De Angelis, Huffington Post Italia)

Il groviglio elettorale

Oggi dovevamo pubblicare la consueta recensione. Ma abbiamo letto un bell’articolo di Giovanni Sartori sul groviglio elettorale e lo pubblichiamo.

“Un Paese democratico funziona anche perché si è data una buona legge elettorale, una legge che a sua volta produce un sistema politico che funziona.
Noi siamo decollati, nel 1948, da un normale sistema proporzionale che era esposto a due rischi: approdare a un eccesso di frammentazione (troppi partiti), e anche a troppe crisi di governo (troppi governi troppo brevi: «governicchi», secondo Panebianco). Ma la presenza del Partito comunista moderò questi difetti. Il voto si concentrò sulla Dc, e i cosiddetti governicchi duravano sì poco, ma per trent’anni furono sempre nelle mani delle stesse persone, come prestabilito dal ben noto «manuale Cencelli», che curava la rotazione delle cariche interne della Dc.
I nostri problemi cominciano, paradossalmente, con la fine del comunismo. A quel momento per bloccare la frammentazione sarebbe probabilmente bastata una «soglia di esclusione» del 5%, come insegnava l’esperienza tedesca, che in Germania ha anche prodotto la longevità dei governi. Invece abbiamo inventato il Mattarellum, un sistema per tre quarti maggioritario e per un quarto proporzionale. Io mi opposi (si capisce, inutilmente) sin dal primo giorno osservando che il sistema maggioritario avrebbe attribuito, in Italia, un fortissimo potere di ricatto ai partitini, e che quindi avrebbe prodotto una dannosa frammentazione del sistema partitico. Difatti è stato così. Ed era facile, volendo, rimediare. Ma stavano emergendo due nuove «stelle», due imprevisti, che dovevano, per emergere, sparigliare le carte: Berlusconi e Prodi.
La differenza tra i due è che quando Berlusconi si fece avanti nel 1993 aveva già alle spalle una sua televisione a diffusione nazionale (anche con personale dal quale reclutare), mentre Prodi aveva alle spalle un brillante curricolo, a partire dalla presidenza dell’Iri e poi la presidenza della Commissione europea a Bruxelles, ma nessun partito. E così inventò (o lui, o Parisi, o insieme) una strana «primaria» che non era certo il meccanismo inventato dagli americani ma piuttosto uno strumento plebiscitario che stabilì con 4 milioni e passa di votanti che il leader della sinistra era lui. Bravissimo. Ma bravissimo per sé. Come è rivelato dalla intervista di Prodi al Corriere del 3 settembre scorso che merita citare: «A che servirebbe – si chiede – chiamare il popolo di centrosinistra a scegliere il candidato premier se poi la formula di governo, come avviene con la proporzionale, viene delegata alla trattativa tra le forze politiche e solo dopo le elezioni?».
Ma qui si svela che Prodi di costituzionalismo sa poco o anche punto. Il nostro sistema politico è, piaccia o non piaccia, un sistema parlamentare. E finché lo è, è normale che i governi vengano decisi dopo le elezioni, e visti i risultati delle elezioni. Il nome del candidato premier stampato sulla scheda di voto fu un colpo di mano inspiegabilmente avallato dal presidente Ciampi. Infatti quel nome sulla scheda ha consentito al vincitore di dichiararsi eletto direttamente da una maggioranza del popolo (il che non è provato), e perciò stesso di ritenersi inamovibile. Se così, il sistema parlamentare viene snaturato in un sistema pseudo-presidenziale, che è poi un bastardo costituzionale. Almeno questa stortura spero che ci sarà evitata. Ma è ancora tutto in ballo.”

Pensieri e dubbi: legge elettorale, primarie e prossimo governo

Pubblichiamo il post di un nostro iscritto: “L’altro giorno mi sono ritrovato a ripensare alle argomentazioni espresse, durante una pizza, da un nostro iscritto sulla spinosa questione della legge elettorale, dove le differenziazioni interne al PD paiono essere se non di divisione ma dal forte contrasto. La sensazione, diceva, sembra essere che la primaria importanza di ridare il voto ai cittadini passi in secondo piano perché prima bisogna guardare all’interno del partito per tutelare le varie espressioni. Da qui le proposte di alcuni esponenti nazionali per formare collegi uninominali piccoli, forse, per accontentare maggiori candidati. Se fosse così penso sarebbe una prospettiva sconvolgente rispetto ai temi che angosciano oggi il paese e i cittadini. Questo metodo mi ha fatto ricordare, tanto per incrementare la carrellata delle diverse espressioni, che anche sul nome del futuro Presidente del Consiglio esistono forti contrasti che non puntano all’indicazione del segretario, come da statuto, a presentarsi al vaglio dei cittadini. Ha voglia Bersani di dire che dobbiamo essere uniti nelle scelte/proposte future per essere credibili alle elezioni dove il cittadino ha il diritto/dovere di conoscere e sapere come e chi governerà il Bel Paese. Ma se questo di per sé non bastasse a creare incertezze si deve aggiungere la questione, tutt’ora aperta, sulle future alleanze e quale programma per sancire l’idea di che paese vogliamo. Oggi Vendola si dichiara in antitesi con le visioni di Casini e viceversa. Vendola vuole Di Pietro, Bersani no. Casini da parte sua lavora, legittimamente, per una “maggioranza” tra moderati, scontenti del PDL, (che non decidono) e rappresentanti dell’imprenditoria per sancire un Monti bis, Bersani invece afferma che ora tocca al PD governare. Domanda: con quale somma di numeri alla data odierna? E con quale programma vista la distanza del come s’intende applicare il “che fare”. Tutto questo poi, dentro una posizione non chiara del PDL: sono o non sono per la grande coalizione, limitazione del danno elettorale? Alfano, per ora, dice no a questa possibilità. Personalmente sono convinto che il “lavorio politico” è quello di sempre, bloccare in tutti i modi un possibile governo dei “progressisti” di centrosinistra proprio perché hanno dimostrato di voler cambiare equamente regole e ordine delle cose. Questo mio dubbio viene confermato dal nascere di quella vecchia ma sempre attuale onda di antipolitica e populismo, pericolosissima stante la crisi economica e di valori. Tutti sono degli arraffoni con eguali colpe per il disastro in cui è stato portato il paese. Avanza la deleteria simpatia nell’avversare tutto ciò che è politica, istituzione, regole, sindacato o organizzazione senza capire che ciò porta solo al prevalere delle oligarchie e dei poteri forti e di un’economia spietata con i più deboli. Purtroppo gli eventi del nostro paese sono stati amaramente segnati dalla condotta populista, ma da essi non ne sappiamo trarre insegnamento. Non a caso E. Scalfari ricorda che “il fascismo nasce da una ribellione contro lo Stato che nasce a sinistra e fu utilizzata dalla destra. Ne venne fuori uno stato totalitario, cioè la negazione della democrazia”. Sconfitto il fascismo fu poi la volta di Guglielmo Giannini che negli anni del dopoguerra, 1944, fondò a Roma il settimanale “L’uomo qualunque”, che facendo leva sul disagio dei ceti medi e della piccola borghesia, suscitò un largo movimento di opinione pubblica, poi sfociato nel partito politico omonimo e che ottenne un notevole successo nelle elezioni del 1946 (32 deputati “qualunquisti”). Anche qui uno scontro durissimo tra destra e sinistra. Ma ancora una volta gli abili conservatori politici e i patentati economici dapprima strizzarono l’occhio al movimento qualunquista dal motto “non rompeteci le scatole”, per poi, trovate le affinità politico/economiche di convivenza con il governo, lo abbandonarono. Fu poi la volta, verso la fine anni ’70, che per fermare la spinta politica in cui il paese chiedeva profondi cambiamenti democratici nella società e nel mondo del lavoro – il PCI raggiunse il 35% dei consensi -, spunta artatamente, non il populismo, ma il tragico periodo del terrorismo di destra e sinistra, sfociato nel barbaro rapimento/assassino di Moro. I’evento mette fine alla stagione del compromesso storico inaugurata dall’incontro tra la DC di Aldo Moro e il PCI di Enrico Berlinguer. Viene indebolita con l’isolamento, anche su pressioni internazionali, la spinta riformatrice dell’allora PCI che aveva sostenuto, anche allora, dopo il vile attentato, il governo di unità nazionale. Alle elezioni vince la coalizione del pentapartito ed inizia il periodo del rampantismo liberista che culminerà con tangentopoli, la caduta dei partiti di quel governo e la nascita del periodo di Berlusconi, che continuerà ad applicare un liberismo senza regole per 18 anni portando, ai giorni nostri, un paese sfibrato nei valori morali, democratici, politici ed economici. Dopo questo disastro il PD si rende responsabile per portare l’Italia fuori dalla crisi sostenendo lealmente il governo tecnico, voluto da Napolitano, facendosi carico pur con qualche correzione dei necessari ma pesantissimi sacrifici a carico del ceto medio e basso. Ancora una volta i progressisti pagano un prezzo alla loro coerenza per mettere al centro della battaglia politica la soluzione ai guai del paese. Ma i demagoghi populisti al grido “sono tutti uguali” puntano a logorarne la credibilità agli occhi dei cittadini disorientati stanchi e sfiduciati anche dalle nostre colpe. L’Italia grazie ai sacrifici è ora sulla strada, pur sempre in salita, nell’evitare il tracollo del paese, ma ecco ritornare con inaudita forza la devastante campagna dell’antipolitica populista e qualunquista verso la parte pensante del paese e le sue più alte istituzioni, Quirinale compreso, sognando magari di condizionare le prossime scelte. Oggi il principale obbiettivo è evitare, con scelte coraggiose, il pericoloso ritorno del becero populismo qualunquista. Preoccupa, in questa fase i silenzi o le voci basse di importanti comparti della società, cultura, imprenditoria, economia. Non vorrei che l’obbiettivo fosse quello di sempre, colpire genericamente la politica per indebolire i progressisti e preparare le condizioni per ritornare al “buon vecchio ordine” degli antichi potentati. Speculare a questa mia preoccupazione è il repentino cambiamento di valutazione sul nostro paese da parte delle agenzie di rating o delle pressioni interne e internazionali oggi deboli ma probabilmente fortissime con l’avvicinarsi della tornata elettorale per impedire l’avanzata del PD. Questo dovrebbero capire quanti oggi remano contro al nostro interno. Nonostante i dubbi espressi voglio rimanere fiducioso sull’intelligenza delle persone e spero che i miei dubbi rimangano solo dubbi sbagliati”.

Maurizio Pozzobon

P.S.: per chi volesse, l’Intervento Bersani di ieri alla Festa Democratica di Reggio Emilia.

Centopadelle Due, il Ritorno

L’Italia sembra sempre più il paese degli eterni ritorni. Una crisi finanziaria ed economica che ci sta trascinando nel baratro e una classe politica alla fine di un ciclo.
E non poteva quindi mancare il ricorso ai Sindaci per rilanciare il centrosinistra. Ve lo ricordate il movimento “Cento Città” che riuniva principalmente i sindaci di centrosinistra delle maggiori città italiane e che Giuliano Amato bollò come movimento “centopadelle”? E nonostante il segretario Bersani smentisca anche oggi su “L’Unità” la possibilità di una simile lista, i rumours si fanno sempre più frequenti e insistenti. E cavalcati in particolare da “La Repubblica”. Nella speranza che sia un ballon d’essai per testare l’efficacia di una lista civico-municipale, ci chiediamo quale sarebbe il vantaggio di una simile operazione. Premesso che nessuno di quei sindaci potrebbe mai svolgere il ruolo di deputato o senatore, per incompatibilità, quale è il vantaggio di questa operazione? Se si tratta di problemi di contenuto, ci si domanda che cosa dicano i sindaci che la classe politica del PD non conosce. Se si tratta di questioni elettorali, ad un mosaico già complesso – Sel, PD, UdC – aggiungiamo anche un’altra lista, magari in attesa anche dell’IdV di Di Pietro, per un’alleanza che sempre più assomiglia all’Unione del 2006.

Ma quale è lo scopo di avere alleanze così composite e ampie? Ovviamente vincere. Ma, poi, come si governa l’Italia, in una situazione così complessa?

Ricordate quando Sartori a proposito del mattarellum diceva che non è sufficiente il sistema elettorale maggioritario per avere un sistema bi-partitico o bi-polare, ma che è necessaria anche la volontà dei partiti in questa direzione? Quanto meno abbiamo capito che il PD, solo per ragioni legate alla legge elettorale, ha rinunciato alla vocazione maggioritaria. Speriamo non definitivamente.