Verso la terza repubblica?

La composita aggregazione per la Terza Repubblica, che ha iniziato a muovere i suoi passi sabato scorso a Roma, è – come ha già notato Ceccanti – l’immagine stessa del fallimento del Pd: partito che era nato precisamente per mettere insieme riformisti laici e cattolici, sinistra liberal e centro progressista, lavoratori postfordisti e imprenditori leali e innovativi, sulla base di un comune senso civico e delle istituzioni. Il Pd è oggi tutt’altra cosa: un partito di sinistra stanca, che oscilla tra richiami della foresta e sforzi di innovazione, che non riesce a decidersi tra le necessità dell’austerità e le tentazioni del keynesismo, e si barcamena tra posizioni opposte e quindi, inevitabilmente, scontenta tutti. Come si evince dalla sua incapacità, anche in una fase di terremoto politico come questa, di intercettare il voto in uscita da tanti partiti in crisi o in dissoluzione.

Eppure il successo, anche in termini di sondaggi, delle primarie dice che ci sarebbe un bacino molto maggiore di quello di cui i dirigenti democratici si accontentano. Bisognerebbe dire che preferiscono accontentarsi di questo, e impegnarsi in una squallida e impopolare battaglia per un premietto di maggioranza, piuttosto che tentare di sciogliere i nodi che imprigionano il centrosinistra ormai da decenni: la riforma della Costituzione, il ruolo del sindacato, il tema della produttività, una nuova concezione della giustizia sociale. Il risultato è che la riforma della Costituzione rischia di farla Grillo, i sindacati sono sempre più divisi, e la CGIL, sempre più schiacciata su posizioni radicali, ancora saldamente alla base della constituency del Pd.

Quello presentato da Montezemolo e Riccardi sembra un progetto un po’ diverso da quello classico del Centro, come rivelano le tensioni con Casini. Sembra fondato su una intenzione propositiva – quella di proseguire nell’opera di risanamento e riforma del paese, avviata dal governo Monti – più che da quella tutta residuale di fare l’ago della bilancia. Tuttavia è palpabile, nel progetto, un’impronta democristiana, anche se della migliore Dc, quella laica e riformista dell’epoca degasperiana. Le metafore usate da Montezemolo sono rivelatrici: ha parlato di una vera ricostruzione della nazione, e di un voto importante come quello del 18 aprile. Ricostruire, se il riferimento è, come pare evidente, al dopoguerra, significa costruire un paese nuovo, che finora non c’è stato. Come non essere d’accordo?

E’ difficile dire se questo progetto riuscirà o se affonderà nella palude della politica italiana. O se si rivelerà nient’altro che una brusca curva a U verso la Prima Repubblica. Inevitabile però, per chi da più di vent’anni ha lottato dall’interno per il rinnovamento della sinistra, per la sua capacità di farsi interprete delle esigenze di sviluppo e di riforma della nostra società, un sentimento di malinconia. Rischiano di venire travolti gli obiettivi di una intera fase storica: bipolarismo, rafforzamento delle istituzioni, costruzione di una sinistra veramente postcomunista. E non ci resterà che sperare che qualcun altro riesca a realizzare quella rottura della gabbia corporativista e protezionistica della società, che a noi non è riuscito di fare.

Claudia Mancina