“Marxismo alla vaccinara” di Pablo Docimo, The Frontpage

“Sin da bambino, ho imparato una cosa: discutere con un comunista è semplicemente inutile. Non ascolta, e quindi nessuna sintesi è mai possibile tra tesi e antitesi. Il comunista asserisce verità per lui assolute e rimane convinto che se lo sono per lui, lo devono essere anche per tutti gli altri. Egli parla per assiomi e regolarmente, con precisione sovietica, alla prima obiezione che si pone lui risponde “a pappagallo” (scusami Renzi ma te l’avevano servita su un piatto…) con l’unica cosa che è loro rimasta impressa dalle letture giovanili e dalle assemblee studentesche.

Liberista! col punto esclamativo.

E di comunisti è ancora pieno il Pd. Ma non si tratta dei vecchi comunisti, quelli la cui formazione è stata forgiata in un vento che non ha avuto eguali nella storia italiana, quei giovani di allora di cui si può non condividere il percorso ma che ha una ragione di esser stato e che suscita, in qualche modo, anche una forma di rispetto.

Non si tratta di quelli, degli allora giovani del Pci, ma di questi, gli adesso giovani del Pd. Quella fronda turca dei Fassina e degli Orfini che esprime ad ogni piè sospinto la propria visione neomarxista da salotto buono, un po’ Parioli, un po’ Prati, che così tanto preme per affermare il proprio territorio e che punta ad una conta interna su cui far breccia. Una breccia la cui proposta “innovativa” e “rivoluzionaria” altro non sembra essere se non la riproposizione in salsa vaccinara di quel cosiddetto socialismo che in tutto il Novecento conta innumerevoli sfumature del rosso, dal Psri al Psiup, passando per il Psdi e ovviamente per il Psi e il Pds.

E ne parlano, come della cosa nuova da contrapporre alla ormai stantia ricetta liberista (e non liberale) vecchia di quindici anni.

Quei giovani che anche oggi, non appena il Casinipensiero approda sulle colonne del Corriere della Sera, si affrettano per bocca di Orfini a spiegarci dalle colonne de Linkiesta.it, che bisogna far fronte al populismo dilagante dei Grillo e dei Di Pietro (che ci rivelano essere in realtà un sottoprodotto di Berlusconi) attraverso l’unità del centrosinistra, unità che però pare non essere un problema del Pd, ma degli altri.

Insomma, se li si paragona al Pci, gli si rende un onore che probabilmente dimostrano di non meritare.

Diciamo pure, allora, che questo è il punto nodale del Pd, la discussione in atto da cui far uscire la sintesi e la vera natura del partito che si appresta a candidarsi alla guida del Paese. Ma il nodo esiste ed è pur certo che se non si risolve, sarà assai difficile attrarre i consensi reali degli elettori moderati, ovvero della maggioranza degli elettori. Non basta infatti dichiarare un’alleanza con Casini e farla digerire ai turchi. Non basta perché è una ricetta trita e ritrita che non esprime alcuna novità e non basta perché, senza contenuti, appare soltanto un contenitore vuoto con al suo interno visioni estremamente distanti della società e ricette opposte per la soluzione dei nostri problemi.

Eppure, ancora una volta, tutti sono concentrati sul gioco delle alleanze e sulla costruzione di un patto di cartelloo di quella macchina da guerra che ha in comune soltanto la volontà di battere il fronte populista e un centrodestra che, in verità, non appare ancora una minaccia.

Una grande coalizione che di grande avrebbe solo il numero delle cambiali politiche da pagare ma non già la sua valenza riformatrice.

La stragrande maggioranza degli italiani, al momento, è rappresentata dal M5S e dal partito del non voto e continuare a fingere di ignorare questo aspetto sarà fatale per chiunque non sappia proporre un’alternativa credibile. E se l’alternativa del Pd è un neomarxismo alla vaccinara che ripete “a pappagallo” slogan ormai vecchi di almeno cento anni, la strada non sarà poi tanto lunga”.