I rischi di una strategia non europea

“Abbracciando Vendola con una mossa decisa, Bersani si è assunto una responsabilità non lieve. Perché il coraggio, dice il proverbio, “non deve mai essere scompagnato dalla ragione”.

La Spd non cerca accordi nazionali con la Linke di Katja Kipping e Bernd Riexinger. Né li vuole il Psoe con la Izquierda Unida. Il Ps di Hollande ha perseguito strenuamente l’indipendenza dalle forze massimaliste di Mélenchon, e gli stessi Verdi di Pascal Durand e Eva Joly, entrati con un solo ministro nel gabinetto Ayrault, non sono decisivi nell’assemblea nazionale francese. In Gran Bretagna, poi, un partito di sinistra radicale con un seguito degno di nota nemmeno esiste.

Nei principali Paesi del Vecchio Continente, non vi è partito riformista che abbia mai messo all’ordine del giorno un matrimonio con la sinistra radicale, tradizionalmente portatrice di una cultura contestataria e non di governo.

Quel che è certo è che, specie in Italia, nessuna alleanza seria può prescindere da un concreto, stringente ed esigente chiarimento su “cosa servirà fare” nei prossimi cinque anni, a partire dalla politica economica e da quella internazionale.

Sulla “Repubblica” di venerdì, Franceschini, che è tra i principali sostenitori di un’alleanza dall’Udc a Sel, ha detto: “nel 2013 non ci sarà più Monti ma bisognerà continuare il suo lavoro”. Giusto. Nondimeno la Carta d’Intenti bersaniana appare reticente sul governo Monti: è citato una volta sola, e per la sua azione in Europa, non per quella all’interno (riforma delle pensioni, del lavoro, della spesa pubblica).

Inoltre, come può Sel accettare l’idea di “continuare il lavoro di Monti”, del quale in questi mesi ha detto peste e corna? C’è infine il caso-Di Pietro: il Pd lo ritiene un populista indigeribile; Vendola, che enfatizza ciò che lo divide da Casini, esorta invece il leader Idv a rientrare nel “cantiere della sinistra”.

Bersani sostiene che nella futura coalizione le controversie dovranno essere risolte, se necessario, con un voto a maggioranza nei gruppi parlamentari. Ma il presidente pugliese si è ben guardato dallo sposare questa regola, che per lui sarebbe un suicidio. È presumibile che alla fin fine Sel la accoglierà a parole, salvo provare ad aggirarla alla prima occasione di peso (la Finanziaria per il 2014? Il rifinanziamento di una missione di pace?).

I nodi programmatici vanno sciolti ex ante in una trasparente e non astratta discussione politica; non ex post, ad alleanza formata, e magari a governo in carica, con continui bracci di ferro che getterebbero nello sconforto i nostri elettori. L’approccio alleanzista del “basta vincere non importa come” è inadeguato. Per riuscire a governare occorrono buone orchestre; non orchestre felliniane incoerenti e litigiose. Il popolo del centrosinistra non ha dimenticato i tormenti del Prodi I (1996-98) e del Prodi II (2006-08). Non vuol assistere per l’ennesima volta al teatrino di chi gioca con le parole e sta con un piede all’opposizione e con l’altro al governo, flirtando con le piazze che lo attaccano.

Se l’obiettivo del Pd è rafforzare la propria credibilità come forza di governo e accordarsi con l’Udc per riorganizzare l’Italia, è poco logico, a meno che non si cerchi di riportare il Pd nei confini dei vecchi Ds, anche l’appoggio a una lista di sindaci promossa tra gli altri da Luigi De Magistris, secondo il quale l’accordo con l’Udc sarebbe una “alchimia di palazzo” (tutta questa voglia di sindaci, per giunta, cozza, curiosamente, con i continui rimbrotti a Renzi, al quale diversi autorevoli dirigenti democratici intimano in continuazione di pensare a fare il sindaco e non ad altro)”.

Dario Parrini, sindaco di Vinci (FI)
tratto da QDR

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Il PD sulla scia di Gesù: come resuscitare Berlusconi e trasformare Grillo in statista in due semplici mosse

Come avevamo anticipato, l’Assemblea Nazionale del PD di sabato 14 luglio, ha deciso, tra le altre cose, di rimandare a settembre i tre ordini del giorno presentati da Civati&Co sulle primarie per il candidato premier e il regolamento attuativo, sul rispetto del limite dei 3 mandati per i parlamentari e sulle primarie per scegliere i candidati al parlamento. Al di là della pessima gestione dell’Assemblea da parte del Presidente Bindi, che ricorrendo a technicalities ha messo a tacere una parte del partito, il segretario Bersani è a nostro parere oggi più debole. Più debole come Segretario e come candidato Premier. Ancora una volta i dinosauri del partito hanno sottovalutato l’aspetto della comunicazione: l’immagine che è stata data è quella di un partito impermeabile.

In compenso, domenica 15 luglio, Alfonso Gianni, Sinistra e Libertà, ha ribadito le difficoltà future per Bersani, qualora riuscisse a diventare Presidente del Consiglio. Nel caso di un ipotetico governo con Sel, si dovranno azzerare le riforme del governo Monti, dalla riforma Fornero alla riforma delle pensioni, fino alla recente spending review. Riforme discutibili certo, migliorabili sicuramente: ma non da eliminare. Ma un partito riformista come il PD può procedere in questo modo? Gianni dice di pensare ad un intervento pubblico diretto in economia e nei salari (sic!): intervento che andrebbe ad incidere sul debito pubblico. Per adattare le parole di Merkel: nessuna responsabilità e nessun controllo.

E poi ci si chiede perché la Germania non si fida dell’Italia?

 P.S.: Solidarietà a Pietro Ichino!

Per una politica al passo con la scienza

Pubblichiamo volentieri da Italianieuropei un articolo di Ignazio Marino, senatore PD.

“Negli ultimi anni la politica italiana si è occupata in maniera antiscientifica e irresponsabile di temi importanti come i diritti delle coppie di fatto, l’adozione da parte dei singoli, il testamento biologico e la procreazione assistita. È necessario avviare un dialogo tra scienza e politica che tuteli l’inalienabilità dei diritti individuali.

Interrogarsi sull’ingerenza della politica nella sfera dei diritti individuali può sembrare paradossale. Viviamo in una società libera, dinamica, moderna, viaggiamo, comunichiamo con altri paesi, il nostro è uno Stato laico (o così lo vorremmo immaginare), troviamo in edicola numerosi quotidiani di orientamento diverso, possiamo esprimere le nostre idee come e dove meglio crediamo. Come può la politica interferire nelle nostre vite, nell’affermazione e nell’esercizio dei nostri diritti? Siamo o non siamo liberi cittadini in una Repubblica parlamentare e democratica? Certamente sì, eppure…

Eppure la politica italiana ha creato per omissione, per ritardo culturale, per incapacità, per un’opportunistica quanto inopportuna ricerca di sostegno da parte di alcune gerarchie ecclesiastiche, per il timore di crescere assieme alla società, vincoli visibili e invisibili che incidono sulla nostra sfera di azione, anche nella dimensione più privata. Credo che la classe politica italiana sia, nel suo complesso, in serio e inconsapevole ritardo rispetto ai tempi che stiamo vivendo e che questo le impedisca di rappresentare appieno le esigenze degli italiani. Anche in tale lentezza, oltre che nel diffuso sospetto di opacità e corruzione che spesso, purtroppo, trova fondamento, risiede la profonda sfiducia che gli italiani oggi nutrono nei confronti della politica.

Basta elencare alcuni degli ostacoli – ancora non superati – che hanno caratterizzato negli ultimi anni la vita delle persone per realizzare quanta strada debba essere percorsa per diventare quello Stato moderno che meritiamo di essere. La politica italiana non è stata in grado di approvare una legge sulle unioni civili, né sul diritto alle adozioni dei single, ma in compenso ha centrato un “difficile” obiettivo: approvare una norma sulla procreazione assistita che riesce a essere, al tempo stesso, antiscientifica e incostituzionale; e ha tentato di fare ancora peggio in materia di testamento biologico e autodeterminazione nella scelta delle cure. Abbiamo in questi ambiti testi di legge che contraddicono ogni basilare evidenza della ricerca scientifica e costituiscono autentiche mostruosità giuridiche. Per ciò che ha voluto imporre e per ciò che non è riuscita a riconoscere giuridicamente, la politica si è intromessa, con forza e arroganza, nella vita dei singoli.

In questa stagione di crisi, in cui aumenta l’incertezza sulle condizioni di vita e la società è flagellata dai suicidi motivati da ragioni economiche, la politica ha chiamato la competenza tecnica di un governo di emergenza a fare al suo posto le scelte più rigorose e impopolari, rivelatesi non sempre eque. Né il sapere “tecnico”, né la politica hanno prodotto però una visione strategica in grado di restituire insieme prospettive di sviluppo e di crescita al sistema economico e speranza ai cittadini. Non solo perché non si è riusciti a riconoscere diritti, ma anche perché non sono stati rimossi, anche solo parzialmente, gli ostacoli economici e sociali che impediscono di garantire a tutti i cittadini una buona formazione scolastica, un uguale accesso alle cure sanitarie, politiche ambientali efficaci e, soprattutto, il diritto al lavoro. A differenza degli anni Settanta, in cui vennero approvate le leggi che istituirono il Servizio sanitario nazionale, chiusero i manicomi e indicarono una equilibrata soluzione al dramma degli aborti clandestini, in questo primo scorcio del Terzo millennio la politica italiana ha la capacità di intervenire negativamente nella sfera dei diritti individuali.

Ci sono scelte di vita e affettive che meno di un secolo fa dovevano essere tenute nell’ombra, come l’amore di una coppia omosessuale o non sposata. Sono coppie come le altre, persone che si amano e non si tratta solo di offrire loro riconoscimento giuridico. Questa omissione del diritto non è cosa astratta, si traduce in problemi concreti, nell’impossibilità di assistere il proprio compagno in ospedale o di diventarne l’erede. L’Unione europea, che riconosce a tutti i cittadini gli stessi diritti, a prescindere dall’orientamento sessuale, si è pronunciata chiedendo già nel 2000 agli Stati membri di «garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate e alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali».1 Ormai tutti i paesi europei hanno offerto dignità giuridica, con modi e nomi diversi, ai diritti delle coppie di fatto, omosessuali o eterosessuali. È rimasta l’Italia, in compagnia di pochi altri, come la Grecia, la Macedonia e il Montenegro, a non essersi dotata di una normativa. Chi in Italia fa parte di una coppia di fatto, non sposata o omosessuale, vede riconosciuti i propri diritti dalle istituzioni europee prima che dal proprio paese. Il Parlamento, che pure in questi anni ha dimostrato di saper comprendere fenomeni nuovi, ad esempio introducendo il reato di stalking, non ha trovato al suo interno la volontà politica di approvare una legge sulle unioni civili, né una legge che punisca con esemplare severità i reati legati all’omofobia.

Nessuno mette in discussione che una madre o un padre da soli possano allevare un figlio. Lo hanno fatto e lo fanno numerosi genitori dopo la separazione, il divorzio o la morte del coniuge. Nonostante ciò non è consentito ai single di adottare bambini. È toccato alla Corte di cassazione riconoscere a una donna genovese il diritto di adottare una bambina e pronunciarsi spiegando che questo non contrasta con la Convenzione di Strasburgo sui fanciulli del 1967 che contiene le linee guida in materia di adozioni. La Corte ha sottolineato che «il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, a un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell’adozione legittimante». Analogamente alla raccomandazione dell’Unione europea, la pronuncia della Cassazione ha costituito un autorevole invito al Parlamento, cui non è stato dato seguito. La sentenza ha, a ogni modo, affermato un principio di civiltà: non solo una coppia può crescere un figlio, ma in alcune circostanze può farlo anche un singolo. Ciò che veramente conta è che l’adozione guardi all’esclusivo interesse del minore. Chi di noi può affermare che il migliore interesse di un bimbo da tempo in attesa di adozione sia quello di restare in orfanotrofi o piuttosto che crescere con una mamma o un papà soli?

L’idea, condivisa dalla maggioranza degli italiani, di scegliere liberamente nella propria vita, nella malattia e nelle fasi terminali dell’esistenza, non è presa in considerazione dalla maggior parte dei nostri parlamentari ed è tenacemente osteggiata da alcune forze politiche. La vicenda di Eluana Englaro e di suo padre Beppino è stata un episodio di drammatica e violenta prevaricazione di una certa politica sul diritto del singolo. Abbiamo visto fino a che punto si è potuta spingere l’allora maggioranza, che sosteneva un governo di destra, pur di impedire che la volontà di Eluana venisse compiuta. Nulla è stato risparmiato, non vergognose dichiarazioni sulle sue effettive condizioni, non atti amministrativi, non il ricorso alla Corte costituzionale, non la corsa contro il tempo per approvare una legge che era anch’essa, a suo modo, ad personam e che fu fermata solo dalla saggezza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tutto sembrò lecito pur di impedire che la volontà di una ragazza in stato vegetativo fosse rispettata, pur di fermare la battaglia di un padre che chiedeva solo rispetto per la figlia. L’ispirazione ideologica di fondo non è cambiata quando il Parlamento ha ripreso quel disegno di legge e l’ultima versione approvata dalla Camera dei deputati è un capolavoro di nonsense giuridico. Vi si introduce il testamento biologico per negarne la validità, le dichiarazioni anticipate non sono vincolanti ma applicabili solo in assenza di «attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale».

In pratica, vi si afferma che sì, se il paziente è morto, allora è possibile sospendere le terapie accogliendo la richiesta contenuta nelle dichiarazioni anticipate di trattamento. Solo la fine precipitosa del governo Berlusconi ha impedito che questa mostruosità entrasse in vigore. Norme scritte in modo approssimativo, ignorando cognizioni mediche di base e il punto di vista di milioni di italiani che credono nel principio dell’autodeterminazione dell’individuo.

Anche la legge sulla procreazione assistita è esemplare. Motivazioni puramente ideologiche hanno prodotto una legge dall’impostazione irragionevole, che non tiene conto delle esigenze delle coppie con problemi di fertilità, della tutela della salute della donna e del bambino, delle opportunità che la medicina può offrire oggi. Non possiamo pretendere che il legislatore diventi scienziato e segua ogni evoluzione delle conoscenze mediche e tecnologiche. Dovremmo pretendere però che si limiti a una normazione di principio e non neghi il libero ricorso alle risorse della medicina. La legge 40 è ipocrita laddove consente l’utilizzo di cellule staminali originate da embrioni umani purché questi siano di provenienza estera. È anche una legge incostituzionale, come dimostrano i ricorsi presso la Consulta su punti cardine del testo quali il divieto di ricorso all’eterologa e il limite di tre embrioni. Solo una classe politica fortemente ideologizzata, sorda alle voci della comunità scientifica e cieca rispetto alle legittime aspirazioni degli individui (il diritto alla maternità, il diritto alla salute della madre e del nascituro) poteva produrre una normativa la cui portata applicativa è stata ridimensionata solo grazie all’intervento della magistratura.

Il legislatore italiano non può più ignorare le possibilità che la scienza mette a disposizione della medicina. La politica deve tornare a confrontarsi sulle sfide che una scienza instancabilmente creatrice, in rapida e continua evoluzione, ci pone senza sosta.”

“Marxismo alla vaccinara” di Pablo Docimo, The Frontpage

“Sin da bambino, ho imparato una cosa: discutere con un comunista è semplicemente inutile. Non ascolta, e quindi nessuna sintesi è mai possibile tra tesi e antitesi. Il comunista asserisce verità per lui assolute e rimane convinto che se lo sono per lui, lo devono essere anche per tutti gli altri. Egli parla per assiomi e regolarmente, con precisione sovietica, alla prima obiezione che si pone lui risponde “a pappagallo” (scusami Renzi ma te l’avevano servita su un piatto…) con l’unica cosa che è loro rimasta impressa dalle letture giovanili e dalle assemblee studentesche.

Liberista! col punto esclamativo.

E di comunisti è ancora pieno il Pd. Ma non si tratta dei vecchi comunisti, quelli la cui formazione è stata forgiata in un vento che non ha avuto eguali nella storia italiana, quei giovani di allora di cui si può non condividere il percorso ma che ha una ragione di esser stato e che suscita, in qualche modo, anche una forma di rispetto.

Non si tratta di quelli, degli allora giovani del Pci, ma di questi, gli adesso giovani del Pd. Quella fronda turca dei Fassina e degli Orfini che esprime ad ogni piè sospinto la propria visione neomarxista da salotto buono, un po’ Parioli, un po’ Prati, che così tanto preme per affermare il proprio territorio e che punta ad una conta interna su cui far breccia. Una breccia la cui proposta “innovativa” e “rivoluzionaria” altro non sembra essere se non la riproposizione in salsa vaccinara di quel cosiddetto socialismo che in tutto il Novecento conta innumerevoli sfumature del rosso, dal Psri al Psiup, passando per il Psdi e ovviamente per il Psi e il Pds.

E ne parlano, come della cosa nuova da contrapporre alla ormai stantia ricetta liberista (e non liberale) vecchia di quindici anni.

Quei giovani che anche oggi, non appena il Casinipensiero approda sulle colonne del Corriere della Sera, si affrettano per bocca di Orfini a spiegarci dalle colonne de Linkiesta.it, che bisogna far fronte al populismo dilagante dei Grillo e dei Di Pietro (che ci rivelano essere in realtà un sottoprodotto di Berlusconi) attraverso l’unità del centrosinistra, unità che però pare non essere un problema del Pd, ma degli altri.

Insomma, se li si paragona al Pci, gli si rende un onore che probabilmente dimostrano di non meritare.

Diciamo pure, allora, che questo è il punto nodale del Pd, la discussione in atto da cui far uscire la sintesi e la vera natura del partito che si appresta a candidarsi alla guida del Paese. Ma il nodo esiste ed è pur certo che se non si risolve, sarà assai difficile attrarre i consensi reali degli elettori moderati, ovvero della maggioranza degli elettori. Non basta infatti dichiarare un’alleanza con Casini e farla digerire ai turchi. Non basta perché è una ricetta trita e ritrita che non esprime alcuna novità e non basta perché, senza contenuti, appare soltanto un contenitore vuoto con al suo interno visioni estremamente distanti della società e ricette opposte per la soluzione dei nostri problemi.

Eppure, ancora una volta, tutti sono concentrati sul gioco delle alleanze e sulla costruzione di un patto di cartelloo di quella macchina da guerra che ha in comune soltanto la volontà di battere il fronte populista e un centrodestra che, in verità, non appare ancora una minaccia.

Una grande coalizione che di grande avrebbe solo il numero delle cambiali politiche da pagare ma non già la sua valenza riformatrice.

La stragrande maggioranza degli italiani, al momento, è rappresentata dal M5S e dal partito del non voto e continuare a fingere di ignorare questo aspetto sarà fatale per chiunque non sappia proporre un’alternativa credibile. E se l’alternativa del Pd è un neomarxismo alla vaccinara che ripete “a pappagallo” slogan ormai vecchi di almeno cento anni, la strada non sarà poi tanto lunga”.

Seconda conferenza nazionale per i lavoro – Napoli, 15 e 16 giugno 2012

Per chi volesse consultare (e discutere) il documento che verrà presentato alla Conferenza Nazionale sul Lavoro del PD il 15 e il 16 giugno, segua il link qui sotto: http://www.partitodemocratico.it/doc/235904/seconda-conferenza-nazionale-per-i-lavoro-napoli-15-e-16-giugno-2012.htm