Spread & Paron

Vent’anni di boom economico e mediatico, poi un decennio di scarsa crescita, infine una crisi mondiale senza precedenti che lo ha colpito duro mentre era in piena trasformazione. Il Nordest monopolizzato dalla Lega non è più riserva indiana dei “piccoli”, almeno nelle sue eccellenze imprenditoriali abituate a competere nel mondo. Ma non è ancora un sistema di capitalismo diffuso compiutamente innovativo per stare al passo della concorrenza mondiale. Uno scenario complesso fatto di storie di uomini e capannoni, tasse e burocrazia, imprese che chiudono e imprese che innovano, banche che non danno più soldi e padroncini che tornano in chiesa (imprecando) o vorrebbero scappare oltre confine, raccontate con lo sguardo disincantato di un lombardo che vuole capire dove stiamo andando. Perché capire dove va il Nordest è un modo per parlare del futuro dell’intero paese.

(Ancora) ricchi ma ai margini del grande gioco. Policentrici per storia e vocazione, dunque incapaci di fare massa critica e contare nel paese in proporzione al peso economico e culturale. Il mitico nordest, dopo vent’anni di boom mediatico e una crisi economica da spavento, fa i conti con un bilancio di sistema piuttosto scarno. La promozione in serie a non c’è stata, il dare-avere segna rosso tanto che tra padova, Vicenza e Treviso ci s’interroga sulla grande occasione sprecata, alimentando fantasmi e vecchie subalternità. Venezia e la Trieste mitteleuropea delle assicurazioni Generali, in fondo, hanno sempre fatto storia a sé: città del mondo, appartate e quasi a-geografiche.

In principio fu il triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Per quasi trent’anni teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat e Pirelli, ma anche negli uffici della olivetti. Nordovest e grande impresa manifatturiera, sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia.

Con la fine degli anni Settanta e la crisi/ristrutturazione delle grandi imprese private e pubbliche il paese “scopre” la Terza Italia dell’impresa diffusa lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica. Inizia il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali. Poi, dopo Tangentopoli, i sistemi di sviluppo locale si riattiveranno in chiave localista accompagnando l’esplosione elettorale della Lega nord di Umberto Bossi. Nasce mediaticamente la Padania a trazione lombardoveneta, abbinata all’epopea del nordest dei padroncini e del piccolo è bello. Passa ancora qualche anno e il forza-leghismo diventa talmente egemone da esondare dalla pedemontana al Piemonte e alla bassa Lombarda, veicolando la lettura di un unico grande nord integrato politicamente a destra e, sul terreno economico, egemonizzato dal modello della piccola media impresa innovativa, dal protagonismo delle fondazioni bancarie di territorio e dalla rete delle Camere di commercio.

Dopo il 2007 il vento del Nord scende addirittura sulla via Emilia, fino ad allora espulsa dal perimetro padano. Gli analisti parleranno di “leghizzazione” del centro Italia su parole d’ordine come tasse, sicurezza e infrastrutture. parole nate al nord, in Lombardia, ma ancor più precisamente nel Veneto in ebollizione. piccoli grandi segnali di un’epoca: quando si deve fondere l’api e la Confindustria Bologna (Unindustria nasce nel maggio 2007), si va a pescare a Treviso il direttore generale Cesare Bernini. E nei convegni si rispolvera l’idea di padania, sollevata negli anni Settanta dal primo presidente dell’Emilia Romagna, Guido Fanti.

Il nuovo mantra è che il bolso modello ex fordista del Nordovest si possa rivitalizzare solo mutuando il dinamismo economico veneto. Sembra l’abbrivio di una egemonia destinata a pesare sugli assetti di potere della galassia del Nord. Penetrando dietro le baionette leghiste, i consigli di amministrazione di banche e fondazioni, fiere, aeroporti e assicurazioni che contano con una nuova classe dirigente diffusa, pescata dal territorio e decisa a prendersi il suo spazio.

Bene, dopo la crisi mondiale, tutto sembra cambiare un’altra volta. L’ex triangolo industriale sempre più scongelato rispetto alla staticità urbana dei tre capoluoghi sta tornando al centro mentre di là dall’adige il paradigma della subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto mostra la corda nella nuova economia globale. Scrive Giovanni Costa, presidente della Cassa di risparmio del Veneto e docente di strategia d’impresa, proprio in un libretto pubblicato per questa collana: «Piccole e medie imprese, piccoli e medi leader, piccole e medie banche, piccole e medie città, piccoli e medi scrittori, piccoli e medi sentimenti, piccole e medie passioni: nel grande Nordest è quasi tutto piccolo e medio e in apparenza non c’è una decisa volontà di crescere». Al pari di una classe dirigente campanilista incapace di valorizzare le proprie intuizioni in progettualità di sistema, e di una stagione forza-leghista che per un tratto pareva essere la casa politica e il modello di un intero territorio che andava a letto la sera sognando il federalismo.

Se facciamo una veloce mappa, si rischia la strage delle illusioni. La classe dirigente del paese, lo si è visto un’altra volta con la formazione del governo tecnico di Mario Monti, continua a uscire dalle università nordovestine Cattolica, Bocconi e politecnico (Milano e Torino). La finanza che conta continua a parlare ambrosiano, tra una Cariverona che ha perso peso dentro la nuova Unicredit post profumo e post aumento di capitale anche a vantaggio dei colleghi azionisti della Cassa di risparmio di Torino, e una Cariparo che lamenta per bocca del suo presidente, antonio Finotti, lo scarso peso dentro il bancone lombardo-piemontese Intesa San paolo. In mezzo galleggia una antonveneta che subisce l’agonia dei padroni senesi alle prese con la crisi peggiore di tutti i tempi e una Veneto Banca dinamica, presente in puglia, Marche e piemonte, ma troppo sola per sollevare tutte le barche. e ancora. Il duello per la leadership confindustriale si è giocato tutto nel raggio di pochi chilometri: tra il milanese Giorgio Squinzi e il bergamasco Alberto Bombassei, mentre il Veneto Riello si è ritirato quasi subito dalla corsa, lasciando alla mercè e a logiche giocate su altri tavoli il pacchetto importante di voti nordestini. Sulle infrastrutture peggio che mai: dopo il miracolo passante, la Tav è ferma. non ci sono soldi pubblici, le classi dirigenti locali litigano e il risultato è che l’alta velocità si fermerà a Verona, lasciando la metropoli diffusa a passo di lumaca.

Insomma (quasi) sempre e solo Nordovest. Capitale dello sport 2015 sarà Torino. Organizzatrice di Expo 2015 sarà Milano. A Nordest restano i rimpianti, è il caso della sfumata candidatura alle olimpiadi 2020: l’anno scorso fu dirottata dal Veneto a roma salvo poi venir bocciata sonoramente dal varesino Monti, strana nemesi…

Forse solo la città di Verona, polo della logistica e della finanza, potrebbe diventare la palestra di un  uovo modello da esportare sull’asse Flavio Tosi – Roberto Maroni. Sempre che possa esistere un’altra Lega dopo Bossi, più di governo e di visione che di protesta. Per questo l’odierno passaggio a Ovest, dov’è cominciato lo sviluppo industriale italiano, più che lo spirito dei tempi sembra un ritorno all’antico dettato quasi per inerzia dalle debolezze altrui.

«Trent’anni fa, mio padre era un ‘sioreto’, e io un grande sindacalista. Lui aveva soldi per mandare cinque figli all’università (quella di allora) e farsi una bella casa. Io raccoglievo 700 e più iscritti al sindacato ogni anno ed ero portato in palmo di mano dagli operai e temuto da padroni e politici», riassume icasticamente il sindacalista-filosofo di Vicenza, Gigi Copiello. «Il fatto è che, trent’anni fa, lui e io facevamo parte di un mondo che andava alla grande. Ogni 14 anni lui raddoppiava il suo reddito e io moltiplicavo le conquiste. Trent’anni dopo lui e io viviamo in un mondo che non ci dà più nulla: 84 anni ci vorrebbero oggi per fare quello che allora si faceva in 14 perché il pil non cresce più. E questo ormai dall’inizio del millennio anche qui, a Nordest. Le magnifiche sorti e progressive di questo lembo d’Italia si sono del tutto allineate a quelle di un paese in declino…».

Persino i giovani scolarizzati cominciano a tagliare la corda, cinquant’anni dopo i loro nonni che migravano per campare. Secondo l’osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, quasi 6 nordestini su 10 (58%) sono molto o moltissimo d’accordo con l’idea che “per i giovani di oggi che vogliano fare carriera l’unica speranza è andare all’estero”; nel 2008 era il 40 per cento.

L’ultimo rapporto Bankitalia sull’economia del Veneto (giugno 2012) è una lavagna impietosa: ancora nel 2002 i suoi cittadini erano mediamente più ricchi dell’11% rispetto al resto d’Italia; nel 2010 questo divario si è ridotto al 3,6%. Conseguenza di un mercato interno sotto zero, consumi delle famiglie (-6,5% dal 2007 al 2010) e ricchezza pro capite (-8,5%) in ritirata, disoccupazione che esplode (era al 3% nel 2007 è all’8,4% a fine 2011), soprattutto quella giovanile (dal 9 al 19% in dieci anni). Il punto è che la doppia recessione sta mettendo in discussione proprio il “modello veneto”. «Paghiamo in modo più intenso di altri – spiega Tiziano Baggio, segretario generale della programmazione regionale -, a causa di un tessuto produttivo che drenava giovani a più non posso quando le cose andavano bene, in ciò sottraendoli alle scuola; poi, quando le cose hanno cominciato ad andare male, di colpo li ha lasciati a casa. Lascia a casa le donne, ecco il ritorno della casalinga, lascia a casa i giovani confermandoli nella convinzione che lo studio non serve».

La previsione è che il Pil della regione ritorni ai livelli precrisi solo nel lontano 2017 mentre la perdita di valore aggiunto accumulata in questi ultimi 4 anni ha riportato i salari al 1990. «Certo l’export tiene, è ancora il principale stimolo dell’attività economica regionale, toccando nel 2011 i 50 miliardi di euro – scrivono gli economisti di Via nazionale -, ma cresce meno della media nazionale. In particolare la piccola impresa, per com’è strutturata, fatica a mantenere la sua quota di vendite all’estero». Ad esempio la percentuale di export verso i paesi Bric (Brasile, India e Cina) che crescono di più nell’ultimo decennio è salita dal 3,5 all’ 8,5% del totale, ma nello stesso periodo quella tedesca è aumentata del 12%. Inoltre nei settori tradizionali della moda e dell’arredamento, rispetto ai picchi del 2007, il sistema industriale veneto ha perso un decimo dei suoi addetti (65mila posti bruciati nell’ultimo triennio), mentre nelle costruzioni il valore delle produzioni si è ridotto di un quarto al netto dell’inflazione. In questo modo il Veneto si scopre meno ricco perché, il suo punto di forza, l’impresa diffusa di piccola dimensione, con la globalizzazione è finito sotto assedio. accelerando il processo di selezione e ristrutturazione industriale ed espellendo dal mercato le unità produttive meno efficienti.

Finora i veneti si sono adattati alla lunga emergenza intaccando la mole di risparmi messi da parte negli anni d’oro (lo sta facendo il 43% dei cittadini). La ricchezza privata delle famiglie resta robusta, vale quasi sei volte il pil di un anno. Modificando alcune tipologie di consumo, accorciando le ferie, lavorando un po’ (troppo) in nero, spalmando le spese e sfruttando la cassa integrazione che ha attutito la moria di occupati, il sistema finora ha retto. Ma per quanto si potrà continuare con l’aggiustamento al ribasso, se non si ricomincia a crescere?

Il Nordest ovviamente non è spacciato. Possiede molte frecce al suo arco: capacità produttiva, risorse umane, talenti creativi, sapienza artigiana ma deve fare in fretta: «fare sistema» è una parola abusata. Allora si usi «aggregare», più al passo coi tempi. Aggregare imprese, aggregare competenze, aggregare saperi e aggregare risorse. Storicamente lo ha fatto poco. Il Veneto, oggi più che mai, ha bisogno di visione strategica e di una leadership meno policentrica.

Dal punto di vista politico siamo alla fine di un ciclo che ha fatto del territorio e del locale quotati sul mercato elettorale il suo motore politico. E con esso delle culture che ne sono state espressione e portabandiera: leghismo su tutti ma anche quel localismo istituzionale post Tangentopoli fatto di governatori, sindaci cacicchi e moltiplicazione delle province. Una certa idea di territorio come “maso chiuso”, autosufficiente, “piccolo è bello” per forza. Il problema è che dopo 15 anni di regno forzista targato Galan e poco più di un paio firmati Zaia, il doge verde, non certo entusiasmanti, la crisi insieme alla ricentralizzazione di poteri e funzioni avviata dal governo tecnico ha prodotto una grande cesura. Politica, economica e culturale.

Il risultato è che dopo vent’anni di esposizione mediatica e di egemonia politico-culturale il nordest è immerso in un limbo: le domande su cui si era imposto a livello nazionale sono ancora tutte sul tavolo, inevase (tasse, burocrazia, federalismo e infrastrutture), ma i suoi attori non sembrano più avere la forza di far pesare gli interessi di territorio su larga scala. Come se la finestra di opportunità si fosse mestamente richiusa. Un’occasione sprecata. L’ennesima.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/marco-alfieri-spread-paron#ixzz2Ci2TfS1g

Marco Alfieri, Spread & Paron, Marsilio, p.144, € 10

Il ritorno del Líder Máximo…Cacciari

«Io non voto alle primarie. I due candidati non mi hanno convinto»; e poi, «avrei cercato una coalizione con Casini per poi presentarmi con Monti premier»; infine, «il Pd? Un partito mai nato». Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia a Tgcom24 è impietoso nel suo giudizio sul centrosinistra. «Il problema per cui bisogna scandalizzarci sono i meccanismi non trasparenti con cui avviene il finanziamento ai partiti – ha detto Cacciari sulla vicenda Renzi-Cayman -. Questo è lo scandalo. Anche Obama prende i soldi dai privati, ma l’elettore lo sa. In Italia invece tutto questo avviene all’occulto».

Cacciari poi si dice «né per Renzi, né per Bersani. Io non vado a votare perché nessuno dei due mi ha convinto. Io voto per chi sa governare. Non hanno ancora detto con chi intendono governare». «Avrei fatto due convention programmatiche – rileva Cacciari passando alle proposte – per cercare una coalizione con il centro di Casini e con questo mi sarei presentato agli elettori riproponendo Monti presidente del Consiglio».

Infine sul Pd Cacciari non ha parole tenere: «il Pd è un partito mai nato, fatto di correnti che si stanno confrontando. Non c’è mai stato un congresso in cui discutere veramente. Per fare questa unità non servono le campagne elettorali delle primarie dove si usano gli slogan, l’unità di un partito si fa facendo cultura politica».

dal Corriere del Veneto

“I Padroni del Veneto”

Forza economica ma nano politico: è la desolante definizione data del Veneto da Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”. È drammaticamente vero, spiega Renzo Mazzaro, autore di “I padroni del Veneto”. Lo spiega ricostruendo gli ultimi vent’anni di politica veneta in mano a una classe politica locale suddita di interessi altrui. Vent’anni fa il Veneto era il principale bacino di voti per la Democrazia Cristiana. Con la fine della Prima Repubblica e il trionfo della Lega sembrava che il leone di San Marco potesse tornare a ruggire. Ma non è stato così. Il Veneto è l’unica regione europea più ricca della Baviera ma con una politica locale deludente e priva di spessore. L’autore scopre le ragioni del suo fallimento nella storia politica recente, nel suo malaffare, nelle piccole ambizioni e nei grandi interessi economici di un governo suddito di profitti altrui. Prima con Giancarlo Galan, appeso al consenso di Silvio Berlusconi e franato con lui, poi con Luca Zaia, giovane e rampante, ma incapace di smarcarsi dai diktat di Bossi e della Lega lombarda. La stessa classe imprenditoriale, con nomi famosi in tutto il mondo, non è stata capace di darsi una rappresentanza nazionale adeguata, non è andata oltre il successo sui magazine e in alcuni casi, come quello delle fusioni bancarie, il risparmio dei cittadini veneti e la gestione della finanza sono stati portati altrove. Il risultato è un territorio distrutto da uno sviluppo caotico, crisi sociale, crollo economico. Scrive il giornalista Piero Erle: «il titolo del libro di Mazzaro ha due facce. Perché da una parte è vero che ci sono tutti, i volti noti del Veneto di questi venti anni. Ma dall’altra è altrettanto chiaro, nel dipanarsi delle vicende politiche ed economiche che via via Mazzaro far rivivere agli occhi del lettore, con un ricchissimo patrimonio di “dietro le quinte”, che il filo rosso della storia pare un altro: il potere, quello che ha determinato le svolte e le scelte da veri “padroni del Veneto”, non è qui, ma altrove». Una possibile via di scampo è quell’unica risorsa sempre presente nel DNA veneto: la capacità imprenditoriale. Una sorta di molla che non si schiaccia mai. “Sembra una frase fatta, aria fritta. Invece rinvia ai fondamentali: è la molla dentro, se ce l’hai, che ti tiene in piedi quando tutto crolla attorno”. Una potente risorsa individuale, che dovrebbe essere al servizio di un riscatto collettivo.

Renzo Mazzaro, I Padroni del Veneto, Laterza, 2012, pp.298, €16

Il Veneto non “approfitta” dei fondi UE

Pubblichiamo con piacere i primi risultati dell’Osservatorio sulla spesa del Consiglio regionale sull’utilizzo dei fondi strutturali da parte della Regione Veneto. Un’occasione che l’UE ci mette a disposizione ma che il Veneto non riesce ad utilizzare.

“Il Veneto, tra il 2007 e il 2011, ha complessivamente attratto dai Fondi europei a gestione comunitaria 267 milioni di euro, il 6% di quanto ottenuto dalla Regione francese dell’Ile De France, un quarto di quanto si è assicurata la Lombardia e meno di un terzo di quanto conquistato dall’Emilia Romagna. E’ uno dei dati che emergono da una ricerca condotta dall’Osservatorio sulla spesa del Consiglio regionale, incaricato dalla commissione speciale “per le relazioni internazionali e i rapporti comunitari”, presieduta da Nereo Laroni, di effettuare una ricognizione sui flussi di finanziamento erogati da Bruxelles nel quinquennio 2007-2011. La ricerca si è basata sull’analisi del data base del Sistema di Trasparenza Finanziaria della Commissione Europea, mentre il monitoraggio è avvenuto mettendo a confronto il Veneto con altre Regioni e aree italiane ed europee assimilabili per assetto socioeconomico come Ile de France, Paesi Bassi, Nord Reno-Westfalia, Austria, Lazio, Baviera, Sud est Inghilterra, Danimarca, Baden Wurtebnerg, Regione di Stoccolma, Catalogna, Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia. I risultati della ricerca sono stati illustrati a palazzo Ferro-Fini dal Presidente della commissione Nereo Laroni, dal presidente della commissione Bilancio Costantino Toniolo e da Franco Bonfante, vicepresidente del Consiglio regionale referente per l’osservatorio sulla spesa. Dai dati risulta che il Veneto figura agli ultimi posti per tutti gli indici di performance utilizzati (valore delle risorse attratte sulla popolazione residente, valore delle risorse sul PIL e numero di leader/coordinatori di progetti) ed evidenzia che, poiché i fondi tematici riguardano soprattutto la ricerca e la tecnologia, il ritardo del Veneto assume connotati preoccupanti nell’ottica della capacità futura del Sistema di far fronte alla competizione internazionale. “Con questi dati – ha premesso Laroni nel presentare la ricerca – non vogliamo alimentare assolutamente alcuna polemica, ma solo tentare di far emergere delle carenze, che per altro sono riconducibili sia alla parte pubblica, sia a quella privata, che sono alla base di questo nostro ritardo e su queste, tutti insieme, trovare delle soluzioni nell’interesse del Veneto e della sua economia. In termini generali su queste tematiche – ha poi sottolineato – è il nostro paese ad essere arretrato rispetto agli altri paesi europei. Sullo specifico veneto è il sistema produttivo, per lo più medio piccolo, a non essere attrezzato e a non avere la capacità strutturale per partecipare ai bandi europei. Ecco quindi – ha poi illustrato – che sarà necessario operare su tre livelli: ripensare all’Ufficio di Rappresentanza di Bruxelles per renderlo un vero punto di riferimento per aziende ed enti; creare uno strumento di assistenza tecnica nello studio dei bandi e nella preparazione dei progetti europei; creare le premesse, a livello politico, per intervenire prima dell’emanazione dei bandi, avere cioè la capacità di interagire con le strutture della Comunità per indirizzare le scelte verso obiettivi di interesse per i nostri territori. “Non siamo qui per fare polemiche, – ha ribadito Bonfante – ma solo per colmare un gap che penalizza tutto il Veneto. I dati ci dicono, infatti, le potenzialità che hanno i finanziamenti europei e quale occasione rappresentano per il Veneto. E’ necessario quindi fare rete con le università, le associazioni con gli enti e con le Società della Regione come Veneto Sviluppo, Veneto Innovazione e Veneto Nanotech. E’ una partita troppo importante – ha concluso Bonfante – per perdersi in contrapposizioni politiche”. Anche per Toniolo è necessario mettere in campo strategie concrete per fare sistema, innanzitutto tra Giunta e Consiglio e per dare assolutamente risposte ai Veneti”.

dal sito della Regione

Qui trovate il video dell’intervista a Bonfante, Pd (e Laroni, Pdl)