Spread & Paron

Vent’anni di boom economico e mediatico, poi un decennio di scarsa crescita, infine una crisi mondiale senza precedenti che lo ha colpito duro mentre era in piena trasformazione. Il Nordest monopolizzato dalla Lega non è più riserva indiana dei “piccoli”, almeno nelle sue eccellenze imprenditoriali abituate a competere nel mondo. Ma non è ancora un sistema di capitalismo diffuso compiutamente innovativo per stare al passo della concorrenza mondiale. Uno scenario complesso fatto di storie di uomini e capannoni, tasse e burocrazia, imprese che chiudono e imprese che innovano, banche che non danno più soldi e padroncini che tornano in chiesa (imprecando) o vorrebbero scappare oltre confine, raccontate con lo sguardo disincantato di un lombardo che vuole capire dove stiamo andando. Perché capire dove va il Nordest è un modo per parlare del futuro dell’intero paese.

(Ancora) ricchi ma ai margini del grande gioco. Policentrici per storia e vocazione, dunque incapaci di fare massa critica e contare nel paese in proporzione al peso economico e culturale. Il mitico nordest, dopo vent’anni di boom mediatico e una crisi economica da spavento, fa i conti con un bilancio di sistema piuttosto scarno. La promozione in serie a non c’è stata, il dare-avere segna rosso tanto che tra padova, Vicenza e Treviso ci s’interroga sulla grande occasione sprecata, alimentando fantasmi e vecchie subalternità. Venezia e la Trieste mitteleuropea delle assicurazioni Generali, in fondo, hanno sempre fatto storia a sé: città del mondo, appartate e quasi a-geografiche.

In principio fu il triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Per quasi trent’anni teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat e Pirelli, ma anche negli uffici della olivetti. Nordovest e grande impresa manifatturiera, sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia.

Con la fine degli anni Settanta e la crisi/ristrutturazione delle grandi imprese private e pubbliche il paese “scopre” la Terza Italia dell’impresa diffusa lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica. Inizia il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali. Poi, dopo Tangentopoli, i sistemi di sviluppo locale si riattiveranno in chiave localista accompagnando l’esplosione elettorale della Lega nord di Umberto Bossi. Nasce mediaticamente la Padania a trazione lombardoveneta, abbinata all’epopea del nordest dei padroncini e del piccolo è bello. Passa ancora qualche anno e il forza-leghismo diventa talmente egemone da esondare dalla pedemontana al Piemonte e alla bassa Lombarda, veicolando la lettura di un unico grande nord integrato politicamente a destra e, sul terreno economico, egemonizzato dal modello della piccola media impresa innovativa, dal protagonismo delle fondazioni bancarie di territorio e dalla rete delle Camere di commercio.

Dopo il 2007 il vento del Nord scende addirittura sulla via Emilia, fino ad allora espulsa dal perimetro padano. Gli analisti parleranno di “leghizzazione” del centro Italia su parole d’ordine come tasse, sicurezza e infrastrutture. parole nate al nord, in Lombardia, ma ancor più precisamente nel Veneto in ebollizione. piccoli grandi segnali di un’epoca: quando si deve fondere l’api e la Confindustria Bologna (Unindustria nasce nel maggio 2007), si va a pescare a Treviso il direttore generale Cesare Bernini. E nei convegni si rispolvera l’idea di padania, sollevata negli anni Settanta dal primo presidente dell’Emilia Romagna, Guido Fanti.

Il nuovo mantra è che il bolso modello ex fordista del Nordovest si possa rivitalizzare solo mutuando il dinamismo economico veneto. Sembra l’abbrivio di una egemonia destinata a pesare sugli assetti di potere della galassia del Nord. Penetrando dietro le baionette leghiste, i consigli di amministrazione di banche e fondazioni, fiere, aeroporti e assicurazioni che contano con una nuova classe dirigente diffusa, pescata dal territorio e decisa a prendersi il suo spazio.

Bene, dopo la crisi mondiale, tutto sembra cambiare un’altra volta. L’ex triangolo industriale sempre più scongelato rispetto alla staticità urbana dei tre capoluoghi sta tornando al centro mentre di là dall’adige il paradigma della subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto mostra la corda nella nuova economia globale. Scrive Giovanni Costa, presidente della Cassa di risparmio del Veneto e docente di strategia d’impresa, proprio in un libretto pubblicato per questa collana: «Piccole e medie imprese, piccoli e medi leader, piccole e medie banche, piccole e medie città, piccoli e medi scrittori, piccoli e medi sentimenti, piccole e medie passioni: nel grande Nordest è quasi tutto piccolo e medio e in apparenza non c’è una decisa volontà di crescere». Al pari di una classe dirigente campanilista incapace di valorizzare le proprie intuizioni in progettualità di sistema, e di una stagione forza-leghista che per un tratto pareva essere la casa politica e il modello di un intero territorio che andava a letto la sera sognando il federalismo.

Se facciamo una veloce mappa, si rischia la strage delle illusioni. La classe dirigente del paese, lo si è visto un’altra volta con la formazione del governo tecnico di Mario Monti, continua a uscire dalle università nordovestine Cattolica, Bocconi e politecnico (Milano e Torino). La finanza che conta continua a parlare ambrosiano, tra una Cariverona che ha perso peso dentro la nuova Unicredit post profumo e post aumento di capitale anche a vantaggio dei colleghi azionisti della Cassa di risparmio di Torino, e una Cariparo che lamenta per bocca del suo presidente, antonio Finotti, lo scarso peso dentro il bancone lombardo-piemontese Intesa San paolo. In mezzo galleggia una antonveneta che subisce l’agonia dei padroni senesi alle prese con la crisi peggiore di tutti i tempi e una Veneto Banca dinamica, presente in puglia, Marche e piemonte, ma troppo sola per sollevare tutte le barche. e ancora. Il duello per la leadership confindustriale si è giocato tutto nel raggio di pochi chilometri: tra il milanese Giorgio Squinzi e il bergamasco Alberto Bombassei, mentre il Veneto Riello si è ritirato quasi subito dalla corsa, lasciando alla mercè e a logiche giocate su altri tavoli il pacchetto importante di voti nordestini. Sulle infrastrutture peggio che mai: dopo il miracolo passante, la Tav è ferma. non ci sono soldi pubblici, le classi dirigenti locali litigano e il risultato è che l’alta velocità si fermerà a Verona, lasciando la metropoli diffusa a passo di lumaca.

Insomma (quasi) sempre e solo Nordovest. Capitale dello sport 2015 sarà Torino. Organizzatrice di Expo 2015 sarà Milano. A Nordest restano i rimpianti, è il caso della sfumata candidatura alle olimpiadi 2020: l’anno scorso fu dirottata dal Veneto a roma salvo poi venir bocciata sonoramente dal varesino Monti, strana nemesi…

Forse solo la città di Verona, polo della logistica e della finanza, potrebbe diventare la palestra di un  uovo modello da esportare sull’asse Flavio Tosi – Roberto Maroni. Sempre che possa esistere un’altra Lega dopo Bossi, più di governo e di visione che di protesta. Per questo l’odierno passaggio a Ovest, dov’è cominciato lo sviluppo industriale italiano, più che lo spirito dei tempi sembra un ritorno all’antico dettato quasi per inerzia dalle debolezze altrui.

«Trent’anni fa, mio padre era un ‘sioreto’, e io un grande sindacalista. Lui aveva soldi per mandare cinque figli all’università (quella di allora) e farsi una bella casa. Io raccoglievo 700 e più iscritti al sindacato ogni anno ed ero portato in palmo di mano dagli operai e temuto da padroni e politici», riassume icasticamente il sindacalista-filosofo di Vicenza, Gigi Copiello. «Il fatto è che, trent’anni fa, lui e io facevamo parte di un mondo che andava alla grande. Ogni 14 anni lui raddoppiava il suo reddito e io moltiplicavo le conquiste. Trent’anni dopo lui e io viviamo in un mondo che non ci dà più nulla: 84 anni ci vorrebbero oggi per fare quello che allora si faceva in 14 perché il pil non cresce più. E questo ormai dall’inizio del millennio anche qui, a Nordest. Le magnifiche sorti e progressive di questo lembo d’Italia si sono del tutto allineate a quelle di un paese in declino…».

Persino i giovani scolarizzati cominciano a tagliare la corda, cinquant’anni dopo i loro nonni che migravano per campare. Secondo l’osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, quasi 6 nordestini su 10 (58%) sono molto o moltissimo d’accordo con l’idea che “per i giovani di oggi che vogliano fare carriera l’unica speranza è andare all’estero”; nel 2008 era il 40 per cento.

L’ultimo rapporto Bankitalia sull’economia del Veneto (giugno 2012) è una lavagna impietosa: ancora nel 2002 i suoi cittadini erano mediamente più ricchi dell’11% rispetto al resto d’Italia; nel 2010 questo divario si è ridotto al 3,6%. Conseguenza di un mercato interno sotto zero, consumi delle famiglie (-6,5% dal 2007 al 2010) e ricchezza pro capite (-8,5%) in ritirata, disoccupazione che esplode (era al 3% nel 2007 è all’8,4% a fine 2011), soprattutto quella giovanile (dal 9 al 19% in dieci anni). Il punto è che la doppia recessione sta mettendo in discussione proprio il “modello veneto”. «Paghiamo in modo più intenso di altri – spiega Tiziano Baggio, segretario generale della programmazione regionale -, a causa di un tessuto produttivo che drenava giovani a più non posso quando le cose andavano bene, in ciò sottraendoli alle scuola; poi, quando le cose hanno cominciato ad andare male, di colpo li ha lasciati a casa. Lascia a casa le donne, ecco il ritorno della casalinga, lascia a casa i giovani confermandoli nella convinzione che lo studio non serve».

La previsione è che il Pil della regione ritorni ai livelli precrisi solo nel lontano 2017 mentre la perdita di valore aggiunto accumulata in questi ultimi 4 anni ha riportato i salari al 1990. «Certo l’export tiene, è ancora il principale stimolo dell’attività economica regionale, toccando nel 2011 i 50 miliardi di euro – scrivono gli economisti di Via nazionale -, ma cresce meno della media nazionale. In particolare la piccola impresa, per com’è strutturata, fatica a mantenere la sua quota di vendite all’estero». Ad esempio la percentuale di export verso i paesi Bric (Brasile, India e Cina) che crescono di più nell’ultimo decennio è salita dal 3,5 all’ 8,5% del totale, ma nello stesso periodo quella tedesca è aumentata del 12%. Inoltre nei settori tradizionali della moda e dell’arredamento, rispetto ai picchi del 2007, il sistema industriale veneto ha perso un decimo dei suoi addetti (65mila posti bruciati nell’ultimo triennio), mentre nelle costruzioni il valore delle produzioni si è ridotto di un quarto al netto dell’inflazione. In questo modo il Veneto si scopre meno ricco perché, il suo punto di forza, l’impresa diffusa di piccola dimensione, con la globalizzazione è finito sotto assedio. accelerando il processo di selezione e ristrutturazione industriale ed espellendo dal mercato le unità produttive meno efficienti.

Finora i veneti si sono adattati alla lunga emergenza intaccando la mole di risparmi messi da parte negli anni d’oro (lo sta facendo il 43% dei cittadini). La ricchezza privata delle famiglie resta robusta, vale quasi sei volte il pil di un anno. Modificando alcune tipologie di consumo, accorciando le ferie, lavorando un po’ (troppo) in nero, spalmando le spese e sfruttando la cassa integrazione che ha attutito la moria di occupati, il sistema finora ha retto. Ma per quanto si potrà continuare con l’aggiustamento al ribasso, se non si ricomincia a crescere?

Il Nordest ovviamente non è spacciato. Possiede molte frecce al suo arco: capacità produttiva, risorse umane, talenti creativi, sapienza artigiana ma deve fare in fretta: «fare sistema» è una parola abusata. Allora si usi «aggregare», più al passo coi tempi. Aggregare imprese, aggregare competenze, aggregare saperi e aggregare risorse. Storicamente lo ha fatto poco. Il Veneto, oggi più che mai, ha bisogno di visione strategica e di una leadership meno policentrica.

Dal punto di vista politico siamo alla fine di un ciclo che ha fatto del territorio e del locale quotati sul mercato elettorale il suo motore politico. E con esso delle culture che ne sono state espressione e portabandiera: leghismo su tutti ma anche quel localismo istituzionale post Tangentopoli fatto di governatori, sindaci cacicchi e moltiplicazione delle province. Una certa idea di territorio come “maso chiuso”, autosufficiente, “piccolo è bello” per forza. Il problema è che dopo 15 anni di regno forzista targato Galan e poco più di un paio firmati Zaia, il doge verde, non certo entusiasmanti, la crisi insieme alla ricentralizzazione di poteri e funzioni avviata dal governo tecnico ha prodotto una grande cesura. Politica, economica e culturale.

Il risultato è che dopo vent’anni di esposizione mediatica e di egemonia politico-culturale il nordest è immerso in un limbo: le domande su cui si era imposto a livello nazionale sono ancora tutte sul tavolo, inevase (tasse, burocrazia, federalismo e infrastrutture), ma i suoi attori non sembrano più avere la forza di far pesare gli interessi di territorio su larga scala. Come se la finestra di opportunità si fosse mestamente richiusa. Un’occasione sprecata. L’ennesima.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/marco-alfieri-spread-paron#ixzz2Ci2TfS1g

Marco Alfieri, Spread & Paron, Marsilio, p.144, € 10

“Pensare la sinistra. Tra equità e libertà”

La grave crisi che ha investito gli Stati Uniti e l’Europa ha sollecitato gli economisti a riflettere sui meccanismi dello sviluppo economico quale si è realizzato negli ultimi decenni, a rivedere convincimenti che sembravano ormai assodati, a rimettere in discussione teoremi che apparivano acquisiti una volta per tutte. Questo ripensamento ha luogo sia nello schieramento di centrosinistra che in quello di centrodestra. Ma direi che a sinistra la ricerca e il dibattito mostrano un impegno e una intensità maggiori. Una interessantissima testimonianza di ciò è il saggio di due economisti, Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza), che essi hanno sottoposto a un buon numero di personalità (economisti, sociologi, giuristi, politologi). Secondo un pensiero molto diffuso a sinistra, essi dicono, la crisi che l’Italia e altri Paesi attraversano è il risultato della speculazione, della globalizzazione finanziaria e di un mercato libero da ogni vincolo. Essendo queste le cause, i rimedi sarebbero la crescita della spesa pubblica e una maggiore presenza dello Stato nell’economia. Ma, dicono gli autori, nel caso dell’Italia gridare contro la speculazione e la finanza globale significa schivare questioni reali e parlare d’altro. «I nostri problemi non nascono con la crisi del 2008, ma sono stati prodotti in un arco di tempo molto più ampio. Un trentennio in cui le scelte pubbliche hanno sacrificato la crescita economica e l’equità intergenerazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale». Ci piacerebbe, incalzano gli autori, che la sinistra riconoscesse queste premesse e tornasse a discutere come migliorare le politiche e le istituzioni pubbliche, in nome della giustizia sociale sì, ma anche dell’efficienza. Ma per fare ciò la sinistra dovrebbe assumere «un volto moderno che, noi crediamo, non è ancora riuscita ad avere»; dovrebbe «trovare il modo di parlare alle nuove generazioni e all’insieme della società presentandosi come agente di cambiamento e non di conservazione». In particolare, la sinistra dovrebbe affrontare di petto alcuni nodi di grande rilevanza. C’è in primo luogo l’enorme problema del lavoro. Qui bisogna cercare di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro e fare in modo che i giovani (oltre che le donne e gli immigrati) abbiano un trattamento migliore, cioè salari più elevati e più contratti a tempo indeterminato. Ma questo risultato può essere ottenuto solo riducendo i costi di licenziamento e allineando i salari alla produttività. La recente riforma del mercato del lavoro in tema di licenziamenti, varata dal governo Monti, è solo un primo tentativo in questa direzione. Ma è evidente, dicono gli autori, che bisogna fare di più (e rinviano al disegno di legge del senatore Ichino).

Un altro fronte sul quale la sinistra dovrebbe realizzare un ripensamento radicale è quello del nostro Mezzogiorno. «Ha senso, ad esempio, che le organizzazioni sindacali nazionali si sforzino di imporre condizioni contrattuali uniformi su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle condizioni economiche regionali, come la produttività, le infrastrutture e il costo della vita?» No, non ha senso. Del resto la contrattazione collettiva nazionale ha perso terreno rispetto alla contrattazione a livello aziendale quasi ovunque, anche nei Paesi a tradizione socialdemocratica, come la Germania e la Svezia.

Un altro grande problema da ripensare è quello dell’istruzione. Si sente spesso affermare che l’istruzione deve essere gratuita per consentire anche ai figli dei poveri di andare a scuola o all’Università. Ma l’obiettivo dell’equità può essere raggiunto in tanti modi diversi, e, probabilmente, lo strumento della scuola gratuita per tutti non è quello più efficace. Nel caso della nostra istruzione universitaria, con tasse uguali per tutti facciamo un grande regalo alle famiglie benestanti, e mettiamo in difficoltà le famiglie povere (fino a escluderle completamente dall’educazione terziaria). Sarebbe molto più equo aumentare il costo d’iscrizione all’Università e, nello stesso tempo, creare un ampio sistema di borse di studio, di «prestiti d’onore» ecc… per gli studenti economicamente svantaggiati.

Queste alcune delle argomentazioni di Reichlin e Rustichini. Come hanno reagito i loro interlocutori? Alcuni con vivo interesse (Michele Salvati, Claudia Mancina ecc.), altri assai negativamente. Così Salvatore Biasco dichiara che la discussione avviata dai due economisti, è «del tutto estranea alla sinistra»; Stefano Fassina rifiuta con forza l’idea che l’unica ideologia possibile per una sinistra dinamica e innovativa sia quella liberista; Piero Bevilacqua afferma che la critica di Reichlin e Rustichini alla sinistra «è un distillato ideologico del neoliberismo», e come tale da respingere fermamente. Anche in questo confronto appare evidente che nella cultura della sinistra ci sono (nettamente distinte, anzi contrapposte) due anime.

Giuseppe Bedeschi sul Corriere della Sera

Pietro Reichlin-Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, Laterza, €18, p.279

“Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse”

Massimo Coco è una delle vittime degli Anni di Piombo. Suo padre Francesco, magistrato, fu ucciso nel 1976, nel primo attacco terroristico alle Istituzioni dello Stato. La sua storia, in fondo, non è diversa dalle tante già scritte e la sua sofferenza è quella di tutti i famigliari che hanno subito, dopo la perdita improvvisa e violenta di un padre, un marito o un figlio, anche l’umiliazione di non veder riconosciuti i propri diritti, l’ostilità della burocrazia, l’indifferenza delle Istituzioni. Se ha deciso di parlare di sé e del padre non è dunque per aggiungere un tassello a un quadro noto, ma per porre una domanda alla quale, nelle testimonianze delle altre vittime, non ha trovato risposta: “Ma voi, la rabbia, dove l’avete messa?” Nessuno sembra indignarsi nel vedere gli assassini di ieri intervenire sui giornali e ottenere pubblicamente un perdono che non hanno cercato. Nessuno denuncia l’ipocrisia di cerimonie commemorative trasformate in riti che assolvono le coscienze, o la banalità di spettacoli che mettono in scena commoventi riconciliazioni alleggerite del peso del passato. In questo libro, Massimo Coco chiede che l’esercizio della memoria rispetti il patto che lega i sopravvissuti a chi si è sacrificato per non venire meno ai propri principi. Il patto ci chiede non solo di preservare il ricordo, ma di distinguere fra eversori e difensori della legge, di assicurare la giustizia, di superare il lutto per poter guardare a quei fatti con senso di responsabilità.

Massimo Coco, Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse, Sperling and Kupfer, €16

Letture per il week-end

Ecco qua pochi, ma buoni, suggerimenti di lettura:

Segnaliamo anche il nuovo sito Jacopo Molina, consigliere comunale: cliccate qui!

Buona lettura!!!

“Il racconto del capo. Berlusconi e Sarkozy”

Francia e Italia hanno, di recente, subìto un cambio di rotta per quanto riguarda il loro scenario politico interno. Nel primo caso, l’esperienza presidenziale di Nicolas Sarkozy si è archiviata dopo il successo del socialista François Hollande; nel secondo caso, una situazione del tutto emergenziale, riconducibile principalmente alla crisi economica internazionale e alla pressante ondata speculativa pronta ad abbattersi sul nostro paese, ha fatto sì che la compagine governativa guidata da Silvio Berlusconi rassegnasse le dimissioni, aprendo di fatto la stagione dei tecnici guidata da Mario Monti. Ma i mutamenti introdotti da queste due personalità, Berlusconi e Sarkozy per l’appunto, sia all’interno del sistema politico di riferimento sia nella società civile, possono dirsi definitivamente archiviati insieme alle loro esperienze di leadership? Oppure i loro discorsi, le loro specificità caratteriali – e non solo – hanno generato degli stravolgimenti tali da non poter essere ignorati da chi è venuto – e da chi verrà – dopo di loro?

A rispondere a questi e ad altri illuminanti interrogativi è il volume che la politologa Sofia Ventura ha recentemente dato alle stampe e che si intitola “Il racconto del capo. Berlusconi e Sarkozy”. Edito da Laterza, per la collana Sagittari, il testo, che non è certo stato concepito ad uso e consumo esclusivo degli addetti ai lavori, ma risulta di agevole comprensione e scorrevole lettura, analizza con estremo rigore e precisione la capacità comunicativa di due leader che, nonostante tutto quello che è stato detto su (e contro) di loro, hanno segnato la più recente storia dei due paesi coinvolti. Si parte dal ricordare le principali trasformazioni avvenute nel mondo dei media e della comunicazione nel suo complesso fino ad arrivare alle modalità con cui, sia Berlusconi che Sarkozy, hanno utilizzato gli strumenti comunicativi, partendo dal fatto che i due protagonisti del volume possono essere ad ogni modo considerati dei rivoluzionari di un linguaggio – o di unanarrazione –  che in precedenza, sia in Italia, sia in Francia, si rivolgeva ad una cerchia ristretta di persone. Dal politichese burocratico si passa dunque ad un uso della parola più diretto, più vero, in grado di emozionare le folle e di indurle ad una identificazione repentina – se non in certi casi addirittura immediata – con i sentimenti, le pulsioni, le volontà e i desideri del leader. Una “rivoluzione comunicativa” di cui si deve necessariamente prendere atto nel tentativo – mai pienamente portato a termine – di superare le contrapposizioni nate, soprattutto in Italia, attorno a due figure carismatiche, straordinarie ed in grado di catalizzare (fino ad un certo momento) il consenso popolare.

Scrive infatti Ventura nella premessa al testo: «Sia in Italia, sia in Francia, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy sono stati spesso percepiti come espressione di uno stesso fenomeno didegenerazione della politica, come espressione di politiche populiste e plebiscitarie che si nutrono delle nuove forme di comunicazione per incrinare i saldi principi della democrazia», di un sistema che, a detta di molti, fino all’entrata in scena dei due personaggi aveva conosciuto un buon andamento e che poi, d’improvviso, ha vissuto gli effetti negativi della personalizzazione della politica, delle sue logiche e dei suoi meccanismi.

Il volume passa quindi ad analizzare nello specifico le due figure di leadership, comparando – e non già equiparando – due uomini che, seppur in maniera diversa, hanno fatto ampio ricorso alle più moderne tecniche di comunicazione, incrementando la loro (innata) capacità di raccontare storie (storytelling). E dunque, se da un lato Sarkozy sia lascia guidare dall’esperienza e dalla capacità maieutica di spin doctor del calibro di Henri Guaino, dall’altro Berlusconi non può certo dirsi un uomo da spin doctor. Come giustamente riporta Ventura nel testo, la giornalista Paola Stringa ha osservato che l’ex Presidente del Consiglio «non si è mai affidato completamente alle strategie e alle tecniche dello spin; convinto di avere una naturale empatia con la gente, si è piuttosto lasciato guidare dal suo istinto, dimostrando di essere lo spin doctor di sé stesso».

Ma ad un certo punto la narrazione dei due leader si inceppa, conosce delle forti (e ripetute) battute d’arresto, fino a smorzarsi completamente all’interno di una più complessiva dissoluzione delle loro esperienze di governo e delle rispettive capacità di tenere unita attorno a sé un’intera classe dirigente. Tuttavia, le mutazioni e le trasformazioni introdotte da Sarkozy e Berlusconi nel sistema politico comunicativo restano oltremodo attuali, vive ed assolutamente imprescindibili per chi desideri comprendere meglio le modalità di costruzione del consenso e di gestione del potere.

Angelica Stramazzi da Spinning Politics

Sofia Ventura, “Il racconto del capo. Berlusconi e Sarkozy”, Laterza, p.164, €18