Qualcuno svegli i francesi!

È strano: sono anni che economisti e sociologi accorrono al capezzale dei paesi in crisi dell’Europa del sud per comunicarci poi le loro brutte notizie, una più preoccupante dell’altra. E durante tutto questo tempo si continuano a parlare della “Kerneuropa” [il nocciolo duro dell’Europa], che funziona sempre grazie al “motore franco-tedesco” a cui non si può permettere di rallentare.

Nel frattempo, vista la costante riduzione della competitività e l’astronomico debito pubblico della Francia (che ammonta ormai al 90 per cento del pil), si pone un’altra domanda: ci troviamo di fronte a una sorta di cecità collettiva – o a quella che può essere considerata come l’ultima vittoria di Pirro di un’arte tutta francese, quella di creare cortine fumogene?

Come è possibile che nessuno abbia cercato di vedere le cose più da vicino? Louis Gallois, ex direttore di Eads, ne ha dato involontariamente la spiegazione con il suo giudizio spietato sull’economia francese e l’appello a drastiche riforme. Parlare di “shock di fiducia” è oggi di moda, ha poetizzato l’uomo che ha fatto carriera grazie a ricchissimi contratti pubblici. Le sue evocazioni della crisi suonavano ancora una volta come un miscuglio di bolscevismo e di eleganza kitsch, e richiamavano i discorsi di Arnaud Montebourg, duro critico della globalizzazione e “ministro dei risanamento produttivo” del suo paese.

“Lo stile è l’uomo”, scriveva Madame de Staël. La società francese dà l’impressione di essere rimasta bloccata ai discorsi infantili. Durante i cinque anni della presidenza Sarkozy la società si è interessata più alla sua vita di coppia che al suo disprezzo per la distribuzione democratica dei poteri o all’utilizzo scandaloso dei servizi segreti per sorvegliare gli ultimi giornalisti critici del paese (in Francia i media su internet o su carta sono sovvenzionati a suon di milioni – ciò spiega anche alcuni prevedibili scrupoli).

Ma un articolo, anche se realizzato dai membri del microcosmo parigino, non deve mai oltrepassare dei limiti chiaramente tracciati. Altrimenti si sarebbe forse potuto osservare che, nonostante la disoccupazione di massa, monsieur Montebourg [in francese nel testo] era prima di tutto preoccupato di sistemare la sua compagna sulla poltrona di direttore della rivista Les Inrockuptibles. Inoltre si sarebbe potuto ricordare a Laurent Fabius, attuale ministro degli esteri, il suo passato di primo ministro di François Mitterrand e lo scandalo dei tremila francesi che si sono visti iniettare sangue infetto nei centri di trasfusione. E anche se in seguito Fabius e i suoi ministri sono stati assolti da una giustizia solo in parte indipendente, molte persone sono morte in seguito a questa vicenda.

Non c’è bisogno di essere un anglosassone che esecra lo stato (un insulto che nella Francia di oggi è più grave dell’epiteto “boche” in passato riservato ai tedeschi) per vedere il potenziale esplosivo di questo rifiuto del presente e del passato e per constatare nella presenza di leader tanto elitari quanto incompetenti un fattore determinante della crisi.

Le scelte a disposizione non sono molte. In Francia non c’è né la socialdemocrazia né la democrazia cristiana. La sinistra e la destra sono unite soprattutto dal loro amore per lo statalismo, dal loro poco interesse per le iniziative private della classe media e da un protezionismo generalizzato che si basa apertamente sul discorso anticapitalista dell'”égalité toujours” [in francese]. Nel frattempo le esportazioni francese si contraggono, la disoccupazione esplode, l’antisemitismo dei musulmani è sempre più forte, la previdenza sociale è sull’orlo del baratro e lo stato rischia il fallimento.

Ma dove sono gli intellettuali francesi, che dovrebbero denunciare la deriva quasi comunista del loro paese? Dove sono i politologi che dovrebbero parlare della separazione dei poteri così cara a Montesquieu e che dovrebbero esaminare in profondità gli intrecci di relazioni che con il tempo si sono creati fra le istituzioni?

È curioso che sia proprio il paese che ha conosciuto il ’68 più agitato di tutte le società dell’Europa occidentale a essere rimasto il più autoritario. Ancora oggi l’immensa maggioranza dei giovani dice di voler diventare “fonctionnaire” [in francese], un posto di lavoro sicuro in un apparato amministrativo tanto odiato quanto ambito. Nel frattempo i cinema continuano a proporre commedie sentimentali sull’onda del grande successo del Meraviglioso mondo di Amélie: un ritorno sognato all’hortus conclusus, al paradiso gallico dove il Beaujolais è sempre buono e la baguette è sovvenzionata (traduzione Andrea De Ritis).

Marko Martin

Una notte nel cuore dell’Europa: cosa significa essere donna a Bruxelles

All’inizio, fu il documentario. Quasi venti minuti di insulti e provocazioni a sfondo sessista raccolte dalla studentessa Sofie Peeters in una tranquilla giornata di sole a Bruxelles. “L’hotel, il letto, subito…”, “Allora, quel culetto…”, “Cagna”, “Puttana”. Insulti nell’orecchio, ad alta voce, in pieno giorno. Volti nascosti, ma riconoscibili da parenti e amici. Il documentario fa il giro della Rete. Viene ripreso dai mass media. Sofie Peeters riceve minacce da un gruppo islamista (Sharia4Belgium, ora dissolto). Durante un’intervista afferma che “il 95% dei molestatori” erano di origine araba. Apriti cielo. La Peeters scompare dal radar dei giornalisti.

Bruxelles, fine ottobre. Un venerdì mattina di lavoro, soleggiato, lungo boulevard Lemmonier nel quartiere di Annessennes. La strada dove Sofie Peeters ha girato “Femme de la rue” collega la stazione di Midi con quella Nord. Negli anni, all’immigrazione latinoamericana si è sostituita quella maghrebina. Pasticcerie arabe, librerie musulmane, fast food che vendono carne halal. Poche donne, molti uomini che camminano lentamente lungo i due lati della via.

“La città vera comincia da là, dove si trova la Borsa”, dice Daniel, immigrato romeno che mi siede vicino durante la colazione. Quando gli chiedo delle donne molestate per strada, pensa che stia cercando prostitute. Chiarita l’incomprensione, diventa un fiume in piena. Capisco subito che sono entrato in un quartiere “difficile”. “Li hanno messi tutti qui – dice, riferendosi agli immigrati arabi – e l’hanno chiamata ‘integrazione’”.

“Da queste parti ci sono problemi più gravi del culo di Sofie Peeters”, mi confermerà Linda Mondry, una giornalista indipendente che nel suo blog, Comingout, ha raccontato i retroscena del quartiere. “Devo spiegare che non sono una giornalista ‘del potere’. E solo allora mi aprono le porte. Sofie è giovane, ha fatto un lavoro puerile. Quando spieghi che non sei una prostituta, e rispondi senza paura, smettono di aggredirti”, racconta. “I giovani delle periferie agiate vengono qui la sera a devastarsi. Da quando hanno vietato di fumare nei locali si ritrovano tutti, ricchi e poverissimi, fianco a fianco in strada. Ed è allora che scoppiano le risse”. “Se dici che sei di Anneessens – è la sua opinione – i datori di lavoro ti cancellano dalla lista”.

La sensazione, che non mi abbandona durante tutta la giornata passata in strada, è di un mondo lontano anni luce da quello delle istituzioni europee. Povertà, noia, disoccupazione la fanno da padroni. “Non ho mai visto ragazze molestate qui. Vieni a trovarmi, ti faccio vedere come vivono gli immigrati”, mi propone Abdel, un marocchino incontrato sui gradini della Borsa. “Tra la notte e il giorno questo quartiere cambia aspetto. Ma le mie amiche non son mai state aggredite”, giura Bilal, giovanissimo commesso della libreria Ar-Rissala. “Qui è pericoloso, se sei giovane e hai una gonna. Ma lo è ancora di più dalle parti di Ixelles”, raccontano Chantal e Justine, sedute al bancone di un fast food.

Qui è pericoloso, se sei giovane e hai una gonna. Ma lo è ancora di più dalle parti di Ixelles

Qui conosco Charlotte, Aurélie e Lisa, della vicina scuola Francisco Ferrer. 19 anni, non hanno paura di essere aggredite, ma preferiscono spostarsi in gruppo quando si fa tardi. “Mi hanno strattonata il primo giorno di scuola”, racconta una delle tre. “Meglio non vestirsi in modo provocante”, aggiunge un’altra. Le tre ragazze, belghe “di fuori”, ritengono che le molestie siano la conseguenza della povertà e dell’esclusione sociale. Tantissime donne, qui, hanno una storia “spiacevole” da raccontare. C’è Licia, 24 anni, che si sente dire “puttana” mentre attraversa la strada. C’è Chiara, “sculacciata” in un tram, che pensa che “con più polizia avremmo meno paura”. Julie, 29, sa che “con l’età ho imparato a difendermi meglio. Prima dei 25 provi tutte le soluzioni: rispondi, ti vesti in modo diverso, resti in silenzio… Ma non funziona”.

Dall’inizio dell’anno, anche Bruxelles ha avuto la sua sezione di “Hollaback”. Nato nel 2005, a New York, è stato introdotto nella capitale belga da Angelika Hild, studentessa tedesca e stagista. “Arrivata a Bruxelles, ho avuto subito dei problemi – racconta, nel salotto di casa sua – Dicevano che ci avrei fatto il callo. Ma io ho il diritto di camminare per strada come un uomo”. Il sito di “Hollaback” raccoglie le storie delle ragazze aggredite, a una condizione: tralasciare ogni riferimento alle origini e alla classe sociale dell’assalitore. A cadenza regolare, sono organizzate le “chalk walk”, camminate notturne sui luoghi delle molestie, che vengono “marchiati” con dei gessetti.

Isabella Lenarduzzi ha lanciato JUMP, network dedicato alle donne in carrieraIl documentario della Peeters ha avuto il merito di valorizzare il lavoro di tante associazioni e campagne anti-sessiste. “Se inizi a fare attenzione a come ti vesti, non finisci più di aver paura – dice Isabella Lenarduzzi, madrina della campagna di sensibilizzazione “Touche pas à ma pote” –Da figlia di un immigrato italiano, mi sono battuta per i diritti degli stranieri. Ma oggi i figli di molti immigrati sono segregati in una parte di Bruxelles che non è europea. Se il loro unico modello diventa il paese (e la cultura?) dei genitori, crescono senza assimilare i principi fondatori europei, tra cui quello dell’uguaglianza tra uomini e donne”. “Per loro, se non hai il velo, sei una puttana – aggiunge – Noi dobbiamo essere al fianco di quelle che lottano per essere rispettate. Prima di tutto, le donne immigrate di 2° e 3° generazione”.

E infine, eccoci tornati sul luogo del delitto. Chiara de Capitani, 24 anni, nata in Belgio da italiani, accetta di camminare alle sette di sera lungo boulevard Lemmonier. La seguo a dieci metri di distanza. Le luci alte, le strade che sembrano essere diventate più strette dal giorno alla notte, la prospettiva che si allunga all’infinito. La camminata di Chiara è regolare. Un ragazzo si alza dai tavolini del bar, le sussurra qualcosa, ridendo, all’orecchio. Trattengo il fiato. Non succede niente e completiamo il giro.

Seduti sui gradini della Borsa, Chiara dice di essersi sentita “tranquilla” durante la camminata, addirittura “sorpresa” che nessuno l’abbia molestata. “In buona parte è stata una fortuna, ma credo sia dovuto al fatto che sono una abbastanza sicura di sé”, dice. Mentre trascrivo la sua testimonianza, un uomo in bicicletta si avvicina a una ragazza, seduta vicino a noi. Le urla addosso con rabbia, in una lingua tutta sua, e scappa via sotto lo sguardo indifferente delle persone. Ahia…

Jacopo Franchi, cafebabel.it

Il nuovo segretario del socialisti francesi

“Nessuna sorpresa. Gli attivisti socialisti hanno eletto Harlem Désir alla carica di primo segretario del PS al termine di un’elezione senza incidenti e suspense. Colui che era già capo ad interim del PS dopo la partenza improvvisa di Martine Aubry ha raccolto il 71,9% dei voti contro il 28,1% del rappresentante della sinistra partito, Emmanuel Maurel.

“I militanti PS mi hanno dato fiducia. Si tratta di un grande onore”, ha detto in una dichiarazione alla stampa, circondato da attivisti e funzionari di partito, tra cui il suo sfidante, Emmanuel Maurel.

«Chiamerò Emmanuel e i suoi amici a prendere il loro posto nella prossima direzione”, ha aggiunto Harlem Désir, chiamando “l’elezione collettiva di stasera una vittoria per l’unità socialista”.

Da buona giocatrice, Martine Aubry si è congratulata con Harlem Désir, che gli succede ora ufficialmente come capo del partito. “Accolgo con favore l’elezione di Harlem Désir alla testa del Partito socialista”, ha scritto il sindaco di Lille. “Gli ho fatto i miei più sentiti complimenti e auguri per il successo della sua missione che cercherà di completare nei mesi e negli anni futuri”. “Con il primo ministro Jean-Marc Ayrault, avevo sostenuto la sua candidatura. Spettava ai militanti decidere. Lo hanno fatto in modo chiaro, fornendogli una grande maggioranza dei loro voti”, ha detto.

Martine Aubry “saluta anche il risultato di Emmanuel Maurel che ha dimostrato che il nostro partito non manca di talenti e di capacità di far vivere lo scambio di idee tra i suoi membri.”

Chi è Harlem Désir? E’ stato presidente dell’associazione SOS Racisme – che lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e in generale contro tutte le discriminazioni – dal 1984 al 1992. La forte mediatizzazione ne ha fatto una personalità importante dell’associazionismo francese. E’ parlamentare europeo. Nonostante il risultato di Desir, le ali di sinistra del PS avanzano notevolmente: per ora il patto tra i sostenitori di Hollande e le varie correnti del PS regge, da Martine Aubry, segretario uscente, a Jean-Marc Ayrault, Primo Ministro.

Elezioni comunali e stranieri….a Bruxelles

Il Belgio è un piccolo microcosmo europeo. Non solo perché ospita le principali istituzioni comunitarie e centinaia di diplomatici, funzionari e lobbisti provenienti dai 27 paesi membri. E non solo perché curiosamente lo storico contrasto tra fiamminghi e valloni sembra fare seguaci in Gran Bretagna o in Spagna dove la Scozia e la Catalogna flirtano con l’indipendenza. Il Belgio è terra d’immigrazione da molti decenni ormai, ma sorprende scoprire che i musulmani nella capitale belga sono 250mila-300mila, pari a un quarto della popolazione. Nel parlamento regionale di Bruxelles-Capital siede ormai una signora di origine turca, che porta il velo: si chiama Mahinur Özdemir, 30 anni, ed è una parlamentare del CdH (un partito francofono con radici democristiane). In occasione delle prossime elezioni comunali del 14 ottobre, i partiti hanno messo in lista molti esponenti politici espressione delle varie comunità immigrate. Non solo musulmani di seconda o terza generazione, ma anche in alcuni casi immigrati provenienti dall’ex blocco sovietico. Nelle elezioni comunali di sei anni fa, a Bruxelles solo due liste erano guidate da candidati provenienti dalle communità straniere. In occasione della consultazione di domenica prossima sono sette. Secondo una ricerca del Minderhedenforum (il Forum delle minoranze), il 10% dei candidati nelle 13 principali città fiamminghe hanno radici straniere. Nel 2006, la quota era del 7%. Il dato è significativo perché le Fiandre sono più esigenti della Vallonia nel selezionare i propri candidati, privilegiando gli autoctoni.

Alcuni osservatori belgi sostengono che la presenza di uomini e donne provenienti dal grande mondo dell’immigrazione è puramente opportunistica – il tentativo di pescare voti in tutte le diverse comunità – e notano come spesso i candidati-immigrati cambino bandiera molto facilmente. Eppure la situazione belga rischia di essere il futuro di altri paesi del Sud Europa, terre d’immigrazione più recenti. Proprio nei giorni scorsi Eurostat ha pubblicato nuove statistiche sulla presenza straniera nell’Unione. Nel 2011, erano 33,3 milioni gli stranieri residenti nella UE. La maggioranza, 20,5 milioni, erano cittadini provenienti da paesi extra Unione Europea. Il resto, 12,8 milioni, proveniva invece da un altro paese della UE. Il caso belga è interessante. Nel 2011, gli stranieri erano il 10,6% della popolazione, pari a 1,62 milioni di persone, di cui 413mila provenienti da un paese extra UE. Le principali comunità di persone nate all’estero erano nell’ordine marocchina, francese e olandese. La situazione italiana è ancor più significativa. L’anno scorso, l’Italia ospitava 4,570 milioni di stranieri, pari al 7,5% della popolazione totale (erano il 2,2% nel 2001). Di questi, 1,334 milioni erano cittadini europei; 3,235 milioni erano cittadini non europei. Le principali comunità di persone nate all’estero erano nell’ordine rumena, albanese e marocchina. Oggigiorno, offrire agli stranieri o agli immigrati un’opportunità di espressione politica fosse solo a livello comunale o regionale mi sembra giusto e inevitabile. In occasione della sua elezione la signora Özdemir ha affermato con orgoglio: “Sono nata qui in Belgio, sono cresciuta e ho fatto le scuole in questo paese. Sono una immigrata di terza generazione e giungo da una famiglia devota a un lavoro serio e sincero. La mia famiglia mi ha sostenuto e ha celebrato il mio successo elettorale”. Difficile alla luce di questa dichiarazione e delle statistiche belghe ed europee imporle, come hanno tentato alcuni suoi colleghi, di togliere il velo mentre siede al Parlamento di Bruxelles-Capital.

Beda Romano, Il Sole 24 Ore

43,3 miliardi di euro…. di soldi non spesi

Dal blog di Alessandro Campi:

“La cifra è di quelle così grandi da sembrare un errore: 43,3 miliardi di euro. Sono i soldi dei fondi strutturali europei che finora l’Italia non è riuscita a investire e che alla fine del 2013 non potrà più usare. I calcoli sono della ragioneria dello stato. Per il periodo 2007-2013 a favore dell’Italia sono stati stanziati 59,4 miliardi di euro e al 30 giugno 2012 ne erano stati spesi solo 16,1. Soldi destinati soprattutto alle regioni meridionali. “Sulle cause si è discusso a lungo”, ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, “spesso si tira in ballo la scarsa (o scarsissima) capacità progettuale delle amministrazioni locali o centrali. Ma non c’è dubbio che ci sia anche il concorso dell’indolenza burocratica e di una certa miopia della politica”.
Il ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca e il governo di Monti hanno cercato di spingere sull’acceleratore: riprogrammando, stimolando, controllando. E lanciando Open Coesione, un sito dove tutti possono verificare l’uso dei fondi e seguire uno per uno i 473.048 progetti avviati.
In Europa l’Italia è al terzo posto tra i paesi che ricevono più soldi da Bruxelles (dopo Polonia e Spagna) e al secondo tra quelli che li usano di meno (dopo la Romania). Ma, soprattutto, l’Italia è un contribuente netto al bilancio comunitario: ha versato nelle casse europee più di quanto abbia ricevuto sotto forma di aiuti.
Il presidente della repubblica ha detto che è arrivato il momento di voltare pagina, di farla finita con le opere incompiute e di mettersi d’impegno per usare i soldi. Ha parlato di “imbarazzo” e “di grande spreco” di soldi che potrebbero far crescere il sud, uno spreco ancora più insultante perché “sono in qualche modo soldi nostri, che vengono dalle nostre tasche, dal nostro lavoro”. Il presidente era Carlo Azeglio Ciampi, nell’ottobre del 2000″.

Liberi

Pubblichiamo l’editoriale di Libération su libertà di espressione e Islam:

“Libération accolse la squadra di Charlie Hebdo nel novembre 2011, quando gli uffici del settimanale furono distrutti da un incendio doloso. L’atmosfera era calda, festosa, scherzosa, a volte del tutto caotica. A questo ne erano seguite la protezione dell’edificio, l’abbassamento della grata esterna, l’abituarsi a parlare con i colleghi protetti da poliziotti armati, la moltiplicazione giorno e notte delle precauzioni, per evitare che ad un primo incendio ne seguisse un secondo. Questo non si è verificato, però, pochi mesi dopo, una chiamata da un agente della DCRI (ndr, servizi segreti francesi) ci ha confermato che un piccolo gruppo salafita era effettivamente intenzionato a dare “fuoco” all’edificio di Libération. Trasformare un giornale in un bunker, disegnare, come fu allora il caso per la squadra di Charlie Hebdo, sotto una rafforzata presenza della sicurezza pubblica: esperimenti folli in democrazia che ci permettono di comprendere come la libertà di stampa sia fragile. Appellarsi al senso di responsabilità dei vignettisti, chiedere loro di pensare più volte prima della pubblicazione, esortarli a tener conto del contesto geopolitico come se fossero portavoce del Quai d’Orsay (ndr, Ministero degli Esteri francese), significa avviare un meccanismo il cui primo passo è l’auto-censura e l’ultimo la resa totale. Da un passo all’altro, il percorso è sorprendentemente breve, non c’è ritorno. In democrazia, ogni quotidiano è libero di stabilire la propria linea editoriale; ogni lettore è libero di leggerlo o di non leggerlo; ogni persona è libera di sentirsi offesa e di rivolgersi ai tribunali, l’unica arma legale. E speriamo che in altri regimi, armi di natura diversa non vengano utilizzate”.

Nicolas DemorandDirettore di Libération

P.S.: per correttezza diciamo anche che, nello stesso quotidiano, si da conto della capacità della comunità francese musulmana di mantenere la calma: un fatto da sottolineare per chi crede nello sviluppo di un Islam europeo.

I rischi di una strategia non europea

“Abbracciando Vendola con una mossa decisa, Bersani si è assunto una responsabilità non lieve. Perché il coraggio, dice il proverbio, “non deve mai essere scompagnato dalla ragione”.

La Spd non cerca accordi nazionali con la Linke di Katja Kipping e Bernd Riexinger. Né li vuole il Psoe con la Izquierda Unida. Il Ps di Hollande ha perseguito strenuamente l’indipendenza dalle forze massimaliste di Mélenchon, e gli stessi Verdi di Pascal Durand e Eva Joly, entrati con un solo ministro nel gabinetto Ayrault, non sono decisivi nell’assemblea nazionale francese. In Gran Bretagna, poi, un partito di sinistra radicale con un seguito degno di nota nemmeno esiste.

Nei principali Paesi del Vecchio Continente, non vi è partito riformista che abbia mai messo all’ordine del giorno un matrimonio con la sinistra radicale, tradizionalmente portatrice di una cultura contestataria e non di governo.

Quel che è certo è che, specie in Italia, nessuna alleanza seria può prescindere da un concreto, stringente ed esigente chiarimento su “cosa servirà fare” nei prossimi cinque anni, a partire dalla politica economica e da quella internazionale.

Sulla “Repubblica” di venerdì, Franceschini, che è tra i principali sostenitori di un’alleanza dall’Udc a Sel, ha detto: “nel 2013 non ci sarà più Monti ma bisognerà continuare il suo lavoro”. Giusto. Nondimeno la Carta d’Intenti bersaniana appare reticente sul governo Monti: è citato una volta sola, e per la sua azione in Europa, non per quella all’interno (riforma delle pensioni, del lavoro, della spesa pubblica).

Inoltre, come può Sel accettare l’idea di “continuare il lavoro di Monti”, del quale in questi mesi ha detto peste e corna? C’è infine il caso-Di Pietro: il Pd lo ritiene un populista indigeribile; Vendola, che enfatizza ciò che lo divide da Casini, esorta invece il leader Idv a rientrare nel “cantiere della sinistra”.

Bersani sostiene che nella futura coalizione le controversie dovranno essere risolte, se necessario, con un voto a maggioranza nei gruppi parlamentari. Ma il presidente pugliese si è ben guardato dallo sposare questa regola, che per lui sarebbe un suicidio. È presumibile che alla fin fine Sel la accoglierà a parole, salvo provare ad aggirarla alla prima occasione di peso (la Finanziaria per il 2014? Il rifinanziamento di una missione di pace?).

I nodi programmatici vanno sciolti ex ante in una trasparente e non astratta discussione politica; non ex post, ad alleanza formata, e magari a governo in carica, con continui bracci di ferro che getterebbero nello sconforto i nostri elettori. L’approccio alleanzista del “basta vincere non importa come” è inadeguato. Per riuscire a governare occorrono buone orchestre; non orchestre felliniane incoerenti e litigiose. Il popolo del centrosinistra non ha dimenticato i tormenti del Prodi I (1996-98) e del Prodi II (2006-08). Non vuol assistere per l’ennesima volta al teatrino di chi gioca con le parole e sta con un piede all’opposizione e con l’altro al governo, flirtando con le piazze che lo attaccano.

Se l’obiettivo del Pd è rafforzare la propria credibilità come forza di governo e accordarsi con l’Udc per riorganizzare l’Italia, è poco logico, a meno che non si cerchi di riportare il Pd nei confini dei vecchi Ds, anche l’appoggio a una lista di sindaci promossa tra gli altri da Luigi De Magistris, secondo il quale l’accordo con l’Udc sarebbe una “alchimia di palazzo” (tutta questa voglia di sindaci, per giunta, cozza, curiosamente, con i continui rimbrotti a Renzi, al quale diversi autorevoli dirigenti democratici intimano in continuazione di pensare a fare il sindaco e non ad altro)”.

Dario Parrini, sindaco di Vinci (FI)
tratto da QDR